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 Poesia di Tony Basili
Ulisse riparte!

Così avvenne che quando alfine cinse

Il serto ch’era proprio del padrone

Questo in testa pesava e si restrinse

tal che pensava d’essere un birbone;

è quel che pensò pure a Troia una volta:

“se seguito a star qui sono un coglione!”

Perciò si mise in giro e così ascolta

Che la sua follia pel mar così lunga

Avea la fama sua bella e dissolta,

sicché convenne che cagione giunga

di rimettersi in mar che tanto offerse

perché la noia mortal non più lo punga

e andando in giro pure riscoperse

qualcuno che con lui a Troia non venne

ché era in mar e quando riemerse

non ne mostrò punto voglia e le antenne

a largo volse ancor che fece cionca

l’altrui stima, ma alfin salvo si tenne.

Tenaglia si chiamava che con la ronca

Trovò a disboscar un terren brado

Mentre desinava con una gran conca

Di vino rosso e par che di buon grado

al suo re ne offrisse che gli disse “noi,

fatti non fummo come bruti e il guado

dobbiamo traversar, sennò “io fui”

dovremo sempre dir ch’è cosa cruda

a chi c’incontrerà nei ciel più bui.”

Da poco, disse Ulisse, a questa nuda

Patria son giunto e mi par ch’un muro

Mi cinga come prigione, che mi chiuda

L’animo che così diventa oscuro

E di uscirne sogno con la mira

Di tornarmene in mar ov’è sicuro

Che troverò di che, se il vento spira,

saziare la mia sete ch’è dolente

Ché qui languo inerte, né bene né ira

trovo ogni dì e sì fuor di mente

mi sta mandando e ne vedo il tratto

nel cor sempre che si fa più rovente.

E non pensar che sia diventato matto

ché negli occhi le ho ancor tutte tinte

le cose che ho viste e non ho fatto:

isole e donne, l’ho ancor dipinte

in cor ancora e se il disperato crine

della patria le mie smanie non avvinte

avessero, lontan sarei dalle meschine

cose di qui che mi procuran pianto

ed avventure e gioie del cor avrei vicine

 perciò ti voglio, capitano, al mio canto

se tieni ancora a mostrare il petto

a viver una vita che ci può dar tanto

  senza timor né aver altro sospetto

e tenere il capo verso il ciel più alto

né più d’alcun possa venir costretto

  così se qualcun venga a farti assalto.

Cinque ne trova e gli parve chiuso

Il numero di chi può tener alto

   Un tal progetto che rimetta in uso

Il lor valor e non li lasci fessi

Come può far chi ha il cuore ottuso

   E con dei cedri si miser nei pressi

A costruir una nave tal che vani

Lasciasse agitar i forti venti stessi

   E navigar potessero sicuri e sani

Dove il vento ed il cor e pure le onde

Spinger li potesser purché lontani

   Ché il cor d’Ulisse non ama le sponde

E libero vuole andar con un buon vento

Né pur ad alcun pericolo s’asconde.

Così Telemaco se lo vedea intento

Con i suoi compagni tutto il giorno fuori

E s’assicura che il padre suo scontento

Con i suoi amici possa i suoi ardori

Usar ancora ed il suo cor superbo

Cruciale più non fosse ai suoi umori.

28-18.2.21

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