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Polifemo (dall'Odissea di Omero)
di Tony Basili 

Dodici compagni scelsi dei migliori
E con un otre di capra di vino nero
Che il figlio d’Evante m’avea donato
E vari cibi, che misi entro un cesto,
Ad un grande antro del monte ci recammo
Ma non c’era nessuno, ché forse uscito
A pascolar il gregge era sul monte
Ma una puzza molto forte si sentiva,
Per lo sterco ed i caci riposti in scansie
E per i grandi vasi pieni di latte
E di siero e un odore nauseante di caglio
Da farne cacio che c’era di varie forme,
Ed in un recinto pure v’erano ristretti
Capretti ed agnelli nati da poco.
Prendemmo quel che potevamo portare
Ponendolo nei cesti per il trasporto,
Caci e pur qualche agnello e del latte
Ed avevamo fatto un bel carico
Pronti ad uscire, se infine curioso
Non fossi stato di veder chi c’era
Prima di tornare alla nave e al mare,
Che sarebbe stato certo più saggio.
Un fuoco per il freddo rattizzammo
Per mangiare qualcosa in attesa
Di chi, tra il tramestio e il belio del gregge,
Che di corsa arriva al richiamo degli agnelli
rimasti nel recinto in attesa di poppa,
Entra rumoroso e con la mole del corpo
Copre la poca luce che veniva,
E spingendo capri e montoni all’interno,
Un gran masso ci mette per chiudere
Che non dodici carri a quattro ruote
Avrebber potuto smuoverlo di peso,
Ma quello lo sposta come un fuscello
E si mette poi comodo su una pietra
A mungere poppe gonfie di latte
E a metter sotto gli agnelli affamati.
Quando si accorse del fuoco che ardeva
Si guardò un po’ stranito tutto intorno,
Ed allora ci vide, e tuonò: “E chi siete voi,
E che ci fate qui dentro al mio antro?”
Così disse e la voce rimbombò intorno
E noi atterriti ci tirammo dietro
Poggiandoci con le spalle alle pareti,
ma poi prendendo coraggio gli risposi:
“Noi siamo Achei che, da Troia peregrini
Qui siamo giunti, ma per tornare a casa
E supplichevoli ospitalità ti chiediamo,
Se puoi darci qualcosa da mangiare,
In nome degli dei che tutti osserviamo.”
“Ma che cianci, forestiero, dei tuoi dei,
ché i ciclopi di lor sono più forti
e non li temono per niente, e se voglia
mi viene di te o dei tuoi compagnucci,
non dovrò chieder il loro permesso!
Ma come siete venuti, con che nave,
E dove sta riparata dal vento?”
Così mi disse, ma dell’inganno esperto,
Gli risposi subito che l’ira di Poseidone
Ci aveva sfasciato la nave sugli scogli
Nell’altra parte dell’isola, “ Qui da te
Siamo giunti supplici e affamati.”
Con un ghigno quello con una mano
Prende due compagni che eran vicini
E stringendo il palmo a stritolarli,
In bocca se li preme sanguinanti
E poi prende un grande secchio di latte
Che avea appena munto e se lo beve
E dopo che con un potente rutto
Fece tremare a noi le membra e l’antro
Rimbombò come d’ un tuono profondo,
Si mise sdraiato a riposar per terra,
Dove uno strato di foglie secche
V’erano sparse in un posto al piano.
Pensai allor che con la spada sarei,
Ficcandogliela tra le ossa del costato,
Potuto arrivar al cuore e ammazzarlo,
Ma capii poi che non era sicuro,
Ché corta, e dentro e saremmo rimasti
Prigionieri senza poter uscire.
Perciò aspettammo che la nuova aurora,
Dalle rosee dita, facesse giorno,
E tutta la notte a pensar mi diedi
Per trovar un modo per uscir sicuro.
Appena sveglio con un fischio aduna
Le pecore e di seguito le munge,
poi sotto ci mette i piccoli agnelli
e quand’ebbe finito con una mano
Prese ancor due compagni che ristretti
s’erano in un anfratto della grotta
e sotto i denti se li mise a masticarli
e se ne uscì poi scansando la pietra,
che rimise per non farci scappare.
E dentro rimanemmo a pensare
Sgomenti alla fine che ci aspettava
E tanto pensai ispirato, in che modo
Poter scampare da quello così forte,
Ché occorreva solo agire d’astuzia
Con quel gigante, per evitar la morte;
Quando vidi un ramo di fresco ulivo,
Pensai allor che fosse proprio adatto,
Sì che lo tagliai lungo di due piedi
E poi lo passai per farne una punta
Ai miei compagni, come d’una lancia,
Che avremmo usato all’occorrenza,
E al fuoco la temprammo perché dura
Potesse servire e preparandoci
Aspettammo il ritorno del ciclope.
Quando a sera giunse con fracasso,
Aprì la buia caverna ove la luce
Dilagò all’ improvviso, riducendo
Tutto quel che c’è al giusto posto,
Ed ancor a munger pecore e capre
Si mette, ed attacca i teneri agnelli
Alle poppe, che succhiano affamati,
E poi di nuovo con una sola mano
Ancor due ne prese di compagni
E con le fauci come d’un vulcano
Se li trangugiò bevendoci del latte,
Ed allor l’otre gli porsi con il vino
Ché ritenendolo dono d’amico,
scongiurar potesse ciò che ci aspettava.
Quand’ebbe assaggiato quel buon vino
Altro me ne chiese, e come mi chiamavo,
Ed un lampo d’ingegno divino allor ebbi,
Ispirato da Atena in quel momento:
“Il mio nome è Nessuno, così mi chiamano
I miei parenti e così anche i compagni.”
“Dunque, Nessuno, io a te farò questo dono,
Mi ti mangerò appresso ai tuoi compagni!”
L’otre mi strappò di mano e ancor bevve
Ma poi si accasciò ubriaco e dalla bocca
Vomitando uscivan pezzi di carne.
Presi allor quel tronco che aveo nascosto
Sotto un mucchio di letame dell’antro,
Ne rinfuocai con i compagni la punta
Che gli ficcammo dentro quel suo occhio,
Che iniziò a friggere ed a fumigare,
E allora un gemito atroce spaventò
Il gregge e di belati rintronò l’antro.
Ci tirammo via veloci scampando
Da quel macigno che si contorceva
Che ci avrebbe potuto schiacciare
E gridava, sicché i suoi vicini ciclopi
Si accostarono all’antro per soccorrerlo,
Chiedendogli che cosa gli era successo
E se qualcuno gli stesse a far danno
” E’ nessuno, è nessuno”, gridò Polifemo,
E tutti rassicurati ai loro antri
Si ritiraro a commentar che il male,
Eluder non si può, se a mandarlo è Zeus.
3.12.18

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