Polifemo (dall'Odissea di Omero)
di Tony Basili
19-Ulisse e Polifemo
Dodici compagni scelsi dei migliori
E con un otre di pelle di vino nero
Che il figlio d’Evante m’avea donato
E vari cibi che posi entro un cesto,
Ad un antro del monte ci recammo:
Non c’era nessuno, ché forse uscito
Era il pastore col gregge sul monte,
Ma una puzza molto forte si sentiva,
Per lo sterco ed i caci nelle scansie
E per i grandi vasi pieni di latte
E di siero e una forte odor di caglio
Pe’l formaggio da fare, in varie forme;
In un recinto pure v’eran ristretti
Capretti ed agnelli da poco nati.
Si prese quel che potevamo portare
con i cesti adatti trovati pe’l trasporto:
Caci e pur qualche agnello e del latte
E messici carichi ognuno di tutto il possibile,
Eravamo sul punto di uscire, se curioso
Non fossi stato di scoprire chi c’era
In quell’andro prima di tornare alla nave.
Un fuoco per il freddo rattizzammo
Per mangiare pure qualcosa in attesa
Quando, tra un tramestio e il belio del gregge
Entrato di corsa al richiamo degli agnelli,
rimasti nel recinto in attesa di poppa,
Entra uno che con la gran mole del corpo
Copre la tenue luce che filtrava,
E sospinto tutto l’armento all’interno,
Mette un masso all’ingresso per chiudere
Che neanche dodici carri a quattro ruote
Potuto avrebbero smuoverlo di peso,
Mentre quello lo sposta come un fuscello.
Si mette poi seduto su uno sgabello
A strizzar le poppe gonfie di latte
E a metterci sotto gli agnelli affamati.
Appena si accorse del fuoco che ardeva
guardò un poco sorpreso tutto intorno,
Così ci vide, e gridò: “Chi siete voi,
E che ci fate qui dentro al mio antro?!”
Così urlò e la voce rimbombò intorno
Sicchè sorpresi noi arretrammo un poco
Fino ad appoggiare le spalle alle pareti.
Poi facendomi coraggio gli risposi:
“Noi siamo Achei, che da Troia peregrini
Qui siamo giunti, ma per tornare a casa,
Ed asilo supplici or ti chiediamo,
Se puoi darci qualcosa da mangiare,
In nome degli dei, che tutti ossequiamo.”
“Ma che cianci, forestiero, dei tuoi dei,
ché i ciclopi di lor sono più forti
e non li temono per niente, e se voglia
mi viene di te o dei tuoi compagnucci,
non dovrò chieder il permesso a loro!
Ma come siete venuti, con che nave,
E come e dove si ripara col vento che tira?”
Così chiese, ma dell’inganno esperto,
Gli risposi subito che l’ira di Poseidone
Ci aveva sfasciato la nave sugli scogli
Nell’altra parte dell’isola, e“ Qui da te
Siamo giunti supplici e affamati.”
Con un ghigno quello con una mano
Prende due compagni che eran vicini
E stringendo il palmo a stritolarli,
In bocca se li preme sanguinanti
E poi prende un grande secchio di latte
Che avea appena munto e se lo beve
E dopo che con un potente rutto
Fa tremare a noi le membra e l’antro
Rimbomba come d’ un tuono profondo,
Si mette sdraiato a riposar per terra,
Dove uno strato di foglie secche
V’erano sparse s’un tavolaccio al piano.
Pensai allor che con la corta spada
Ficcandogliela tra le ossa del costato,
Forse sarei potuto arrivargli al cuore
E ammazzarlo, ma capii che non era sicuro,
Era come uno spillo, e poi saremmo rimasti
Prigionieri senza poter scansare il masso.
Perciò aspettammo che la nuova aurora,
Ci procurasse uno spiraglio di speranza,
E tutta la notte a pensar mi diedi
Per trovar un modo per uscir sicuro.
Appena sveglio con un fischio aduna
Le pecore e di seguito le munge,
e gli mette sotto i piccoli agnelli
e quand’ebbe finito, con una mano,
Prende ancor due compagni che ristretti
s’erano in un anfratto della grotta
e in bocca se li mette a sgranocchiarli
e se ne esce poi scansando la pietra,
che poi rimposta per tenerci prigionieri.
Così rimaniamo al chiuso a pensare
Sgomenti alla fine che ci aspettava
E intanto m’impegno a trovare il modo
Per battere quel gigante possente:
Si potea solo vincere con l’astuzia
Quel gigante, per scongiurar la morte.
Appena vidi un lungo ramo di ulivo,
Mi venne da pensar che fosse adatto,
Sì che lo tagliai lungo di due piedi
E poi lo passai per farne un pizzuco
Ai compagni, come fosse una lancia,
Che avremmo usato per l’esigenza,
E temprammo al fuoco la punta
Perché fosse così pronta al progetto
E aspettammo il ritorno del ciclope.
Quando giunse la sera un fracasso,
Fece, che toglieva il masso dell’antro
E la luce ci colse all’ improvviso,
Ma fummo veloci a mettere tutto a posto.
Vedendo che eravamo tutti, a mungere
Si mise sicuro, e a mettere gli agnelli
Alle poppe, che succhiano affamati,
Quando di colpo, con una mano libera,
Acchiappa ancora due compagni
E nelle fauci come quelle d’un vulcano
Se li ingoia bevendoci del latte.
Allora un otre gli porsi con del vino,
Ché magari potesse ingraziarcelo
E scongiurare ciò che si prospettava.
Quando s’ebbe scolato quell’otre
Dell’altro ne chiese, e come mi chiamavo,
Ed allora ebbi un lampo di genio
Forse ispirato da Atena in quel momento:
“Il mio nome è Nessuno, così mi chiamano
I miei parenti e così anche i compagni.”
“Dunque, Nessuno, a te io farò questo dono:
Mi ti mangerò dopo i tuoi compagni!”
Così mi strappò di mano l'otre e bevve,
Ma poi si accasciò ubriaco e dalla bocca
Vomitando flottavan dei pezzi di carne.
Presi allor il trave che aveo nascosto
Sotto un mucchio di letame dell’antro,
Ne riscaldai controllando ancora la punta
E con i compagni glielo ficcai nell’occhio.
Come un tizzo iniziò a friggere e a fumigare,
E svegliatosi con un grido spaventoso
Scompigliò il gregge e rintronò l’antro.
Ci tirammo dietro veloci scampando
Dallo smanare violento e si contorceva
Tentando qua e là d’acchiapparci
E gridava, pel dolore e gli altri ciclopi
Si accostarono all’antro per soccorrerlo,
Chiedendogli che cosa fosse successo,
Se qualcuno gli stesse a fare danno
” E’ Nessuno, è Nessuno!”, gridò Polifemo,
E tutti, se ne andarono via rassicurati.
3.12.18
