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Ritorno a Itaca -



Tanti giorni la nave avea vagato

per il vasto mar che or s’era quetato,

ed Odisseo era a reggere il timone,

con la barra puntata a settentrione.

Fu allora che la torretta gridò forte

che le montagne tra l’onde avea scorte!

La ciurma forti grida d’esultanza

alzò, e non finì la sua baldanza,

che mentre Odisseo, da sforzo lasso,

in sonno era piomato come un sasso,

or tranquillo, ché la nave era entrata

in un’ampia cala dai venti riparata,

gli otri tirano fuori dalla stiva

come se fossero già giunti a riva

ed a bere ed a cantar iniziaron tutti

i rematori stanchi di batter i flutti,

quando l’isola farsi più vicina,

tanto vuota finiva la cantina.

Da tanto vagar Odisseo stanco

s’abbandonò al sonno, così sul fianco,

Ma il viso alla sua terra era rivolto

ove di li a poco l’avrebbe accolto

Penelope, chissà come cambiata,

e il padre, il figlio, casa ritrovata!

Ma ciò che sta approntando il fato cieco,

non sa, ché Nettuno dal fondo speco

un altro tiro sdegnoso è a preparare

per farlo ancor di casa allontanare.

A godersi Itaca sono intenti

Che si apriva ai loro occhi sorridenti

E metton mano a tutte le provviste,

Tirando fuori i trofei ad esse miste,

Usate con parsimonia fino allora,

di radici, d’acqua e poche ancora,

tra queste, un otre, di venti furiosi,

dimentichi, di scendere bramosi.

Tutti sapevano bene che il vento

Era tenuto chiuso da un portento,

ma erano sì prossimi alla riva,

che di sgombrar pensavano la stiva

perché a terra vedessero le cose,

utili a raccontar gesta gloriose.

La casa era prossima, raggiunta,

si vedeva la città sotto una punta,

era Itaca, la patria un dì lasciata,

per una guerra, lunga, forsennata ,

e si vedevano bene i campi colti,

e le vigne e sulla riva, raccolti,

dei ragazzini in torma, sì festanti

e tanta gente, a curiosar, tutti quanti,

e ognuno a dir la sua, di chi fosse

·la nave, sì sbrecciata da percosse.

Dicevano, i vecchi, che era la nave,

d’Ulisse, il loro re, ma qualche trave

Mancava, delle centrali dei pennoni,

Ché il furor tempestoso degli aquiloni,

Aveva spazzato via le paratie,

Lo scafo era piatto e pure le sartie,

Si vedean legate in modi nuovi,

Ché quando serve un modo te lo trovi.

Di stracci l’equipaggio era coperto,

ma che fosse d’Ulisse era certo,

E di capir ove fosse, si chiede intanto,

Ma è sdraiato lui a sognar in un canto.

Un vecchio, col mento sul bastone,

è sulla riva a lacrimare d’emozione,

e la barba gli s’inonda di flutti,

ma di gioia, e s’immagina che ora tutti

avrebbero pianto gl’infidi Proci,

era tornato, e le arroganti voci

spente avrebbe tutte lui nel sangue.

Ulisse dorme e d’Itaca già langue.

marzo 02·