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    Enea arriva alla reggia di Didone
    di Tony Basili

    Delle armi e dell’uomo voglio narrare

    Che fuggito da Troia come tutti sanno

    Era sbattuto ovunque per il mare

    Da sette anni e di danno in danno

    Giunto era a toccar quasi la riva

    Chissà dove e la ciurma era giuliva.

    Ché i Teucri a raggiunger la sponda

    Stavan con l’aiuto di Eolo, ma un pippone

    Fece Giunone: “son la regina e una baraonda

    Ti combino e te ne do tante sul groppone!”

    Sicché tentar di sbarcare fu vano

                                                            Ché il vento ubbidiente li riportò lontano.

    S’apersero gorghi nel mar profondo

    Che sommersero le navi e tutto quanto

    Si perse nel turbinio a girotondo

    Ed i corpi dei marinai tra l’onde intanto

    Apparivano tra le tavole e la schiuma

    E le navi cozzavano nella bruma.

    Era d’inverno ed il mar scuro ruggiva

    Mosso dal vento e s’avvide Nettuno

    Che nel trono in fondo chissà dormiva:

    Salì in alto per veder se qualcuno

    Avesse preso il suo posto al comando

    Perché mai c’era un tal vento allo sbando.

    Le acque col tridente placò all’istante

    E strigliò i venti che al loro signore

    Tornasser subito, ché a quel brigante

    Gli avrebbe messo in conto quel furore

    Che sconvolgeva quel ch’era il suo regno:

    Avrebbe pensato poi a dargli un segno.

    Stia attento Eolo ché tutto il mare

    è solo mio e sol quando lo chiamo

    può mandar voi non mi faccia incazzare

    ché son della Triade e questo ramo

    nel mondo è mio, il mar, m'ha rotto,

    Giove c’ha il cielo, poi Ade ciò ch’è sotto.

       Le acque si calmano ma delle navi

    Sol sette delle venti son rimaste

    E pure queste han perso molte travi 

    E spazzate son di tavole le cataste,

    Ma il vento or giusto le spinge veloci

    E giungono presto ove si senton voci.

    Scesi dalle navi vedon tre cervi

    Che a pascolare stavano sulla riva

    E rimessi a posto degli archi i nervi,

    Che allentati s’eran, stipati nella stiva,

    Enea uccide le bestie e la gran fame

    Possono soddisfar c’ un gran tegame.

    Nel bosco van a cercare poi altre prede

    Ché non son bastate quelle per tutti

    Ed è la fame che con forza chiede

    Altre cose per farne dei prosciutti:

    Trovan dei cinghiali e ne infilzan tanti

    Quanti p'esser sfamati son bastanti.

    Non sanno però quella che terra sia

    Ed Enea se ne va in ricognizione

    E incontra nel bosco… chi vuoi che sia?!

    Nientemeno che la madre in astrazione,

    Ha l’aspetto di una gran bella pastorella

    Che gli dice quale terra sia quella.

    Questa, dice, è la terra di Didone,

    Però di Tiro sono i suoi abitanti,

    Che giunti da poco alla costruzione

    Della reggia si son messi tutti quanti.

    Lei è vedova, qua profuga, ché ucciso

    Sicheo è stato dal fratel cui era inviso.

    Timor non devi aver ch' è brava gente

    E felice certo sarà l’accoglimento

    Poi il tuo figliolo è sì tanto attraente,

    E la bellezza è tanto utile all’evento,

    Che Didone sarà certo infiammata,

    Di te, suo tramite, è la mia trovata.

    Enea comprende allor che la pastora

    È nientemeno che Venere genitrice

    E dalle angustie allora si ristora,

    Va fuori di testa tan'è felice,

    Si ch’abbracciarla tenta vanamente

    Ma la dea nell’etere si fa fluente.

    Prima di svanire una nube ha preparato

    Ché sì nacosto da essa potrà andare

    Nella città e quando sarà arrivato

    Far deve tutto ciò che buon gli pare,

    Chè con Giove lei ha così disposto,

    Ed ogni cosa avrà il suo giusto posto.

     Giunto Enea in città vede dei dipinti

    Che i suoi patiti affanni rappresenta:

    Sulla rocca i Danai si sono spinti

    Ed Achille con Priamo che lamenta

    La morte di Ettore infine riscattato

    Per pietà ed al padre riconsegnato.

    Tutta la sua storia sì com’è stata

    ritratta è sulle pareti e commosso

    N’è Enea a veder Troia incendiata

    E lui che fugge con Anchise addosso

    E col figlio che tiene per la mano,

    Ma il suo volto par divino non umano.

    Mentre è assorto entra proprio Didone

    Alla quale s’inchinan tutti deferenti

    E tra la folla scorge un compagnone

    Che credea annegato nell’infuriar dei venti

    Che alla regina implora compassione.

                                                               2.3.2019

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