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Poesia di Andreas Gryphius
A se stesso

Orrore ho di me stesso, le membra mi tremano,
Quando le labbra e il naso e le cavità degli occhi,
Che ciechi sono per le veglie, l’aria pesante del respiro,
Contemplo, e le ciglia già morte degli occhi.

La lingua nera per l’arsura cade insieme alle parole,
E balbetto non so che cosa; l’anima stanca invoca
Il Gran Consolatore, la carne odora di sepolcro,
I medici mi abbandonano, i dolori fanno ritorno.

Il corpo non è più che vene, pelle e ossa.
Stare seduti è la mia morte, coricati – la mia pena.
Le anche stesse hanno bisogno ormai di chi le sorregga!

Che cos’è l’alta gloria, e la giovinezza e gli onori e l’arte?
Quando arriva l’ora: ogni cosa si fa nebbia e fumo.
E un bisogno ucciderà noi con piena premeditazione.

An sich selbst

Mir grauet vor mir selbst; mir zittern alle Glieder,
Wenn ich die Lipp und Nas und beider Augen Kluft,
Die blind vom Wachen sind, des Atems schwere Luft
Betracht und die nun schon erstorbnen Augen-Lider.

Die Zunge, schwarz vom Brand, fällt mit den Worten nieder
Und lallt ich weiß nicht was; die müde Seele ruft
Dem großen Tröster zu; das Fleisch ruft nach der Gruft;
Die Ärzte lassen mich; die Schmerzen kommen wieder.

Mein Körper ist nicht mehr als Adern, Fell und Bein.
Das Sitzen ist mein Tod, das Liegen meine Pein.
Die Schenkel haben selbst nun Träger wohl vonnöten.

Was ist der hohe Ruhm, und Jugend, Ehr und Kunst?
Wenn diese Stunde kommt, wird alles Rauch und Dunst,
Und eine Not muß uns mit allem Vorsatz töten.

Lacrime della patria

Siamo del tutto rovinati, anzi più che rovinati!
L’orda dei popoli superbi, il delirio delle trombe,
La spada unta di sangue, le tuonanti quartane
han distrutto il sudore e il lavoro e le riserve.

Le torri in fiamme, la chiesa messa a soqquadro,
il municipio in macerie, i valorosi fatti a pezzi,
le vergini oltraggiate, e ovunque ci volgiamo
fuoco, peste e morte stringono il cuore e lo spirito.

Qui per la trincea e la città scorre ognora sangue fresco.
Tre volte sono già sei anni che la corrente dei fiumi
pei cadaveri quasi ostruita lentamente rifluisce.

E però tacqui di quel che ancora è peggio della morte,
più orrendo della peste e dell’incendio della carestia:
che tanti anche del tesoro dell’anima vennero depredati.

Tränen des Vaterlandes

Wir sind doch nunmehr ganz, ja mehr denn ganz verheeret!
Der frechen Völker Schar, die rasende Posaun
Das vom Blut fette Schwert, die donnernde Karthaun
Hat aller Schweiss, und Fleiss, und Vorrat aufgezehret.

Die Türme stehn in Glut, die Kirch' ist umgekehret.
Das Rathaus liegt im Graus, die Starken sind zerhaun,
Die Jungfern sind geschänd't, und wo wir hin nur schaun
Ist Feuer, Pest, und Tod, der Herz und Geist durchfähret.

Hier durch die Schanz und Stadt rinnt allzeit frisches Blut.
Dreimal sind schon sechs Jahr, als unser Ströme Flut
Von Leichen fast verstopft, sich langsam fort gedrungen.

Doch schweig ich noch von dem, was ärger als der Tod,
Was grimmer denn die Pest, und Glut und Hungersnot,
Dass auch der Seelen Schatz so vielen abgezwungen.

Solitudine

In questa solitudine di deserti più che brulli,
disteso sull’erba selvatica del lago muscoso:
la valle rimiro e l’altezza di queste rocce,
ove soltanto gufi nidificano e muti uccelli.

Lontano dal palazzo, lontano dai piaceri del volgo,
considero come l’uomo trapassa in vanità,
come le nostre speranze poggino su un fondamento instabile,
come prima di sera si disdegna chi prima di giorno ci salutò.

L’inferno, lo scabro bosco, il teschio, la pietra
che il tempo corrode, le ossa consunte,
mille pensieri generano nell’animo.

L’antico terrore dei Mauri, questa terra incolta
È bella e fertile per me che ho riconosciuto
Come tutto vacilli senza lo Spirito che Dio regge.

Einsamkeit

In dieser Einsamkeit, der mehr denn öden Wüsten,
Gestreckt auf wildes Kraut, an die bemooste See:
Beschau ich jenes Tal und dieser Felsen Höh',
Auf welchem Eulen nur und stille Vögel nisten.

Hier, fern von dem Palast; weit von des Pöbels Lüsten,
Betracht' ich: wie der Mensch in Eitelkeit vergeh',
Wie, auf nicht festem Grund all unser Hoffen steh',
Wie die vor Abend schmähn, die vor dem Tag uns grüßten.

Die Höll', der rauhe Wald, der Totenkopf, der Stein,
Den auch die Zeit auffrisst, die abgezehrten Bein'
Entwerfen in dem Mut unzählige Gedanken.

Der Mauern alter Graus, dies unbebaute Land
Ist schön und fruchtbar mir, der eigentlich erkannt,
dass alles, ohn' ein' Geist, den Gott selbst hält, muss wanken.

Sulla nascita di Gesù

Notte più della notte luminosa! Notte più luminosa del giorno,
Notte più del sole splendida, notte in cui è nata la luce
Che Dio, la luce, che nella luce risiede, Gli ha scelto:
Oh notte che può sfidare tutte le notti e i giorni!

Oh notte gioiosa in cui lamento e gemito
E la tenebra e tutto ciò che nella terra si congiura,
E timore e paura dell’inferno erano perduti.
Il cielo si apre! Eppure non cade ormai alcun tuono.

Chi il tempo creò e le notti questa notte è arrivato!
E il giusto del tempo e la carne ha preso!
E la nostra carne e il nostro tempo ha trasmesso all’eternità.

Notte torbida di pianti, la notte nera dei peccati,
Della tomba l’oscurità sparirà per opera della notte.
Notte più luminosa del giorno! Notte più della notte luminosa!

Über die Geburt Jesu

Nacht, mehr denn lichte Nacht! Nacht, Lichter als der Tag!
Nacht, heller als die Sonn, in der das Licht geboren,
Das Gott, der Licht, in Licht wohnhaftig, ihm erkoren!
O Nacht, die alle Nächt und Tage trotzen mag!

O freudenreiche Nacht, in welcher Ach und Klag
Und Finsternis und, was sich auf die Welt verschworen,
Und Furcht und Höllen-Angst und Schrecken ward verloren!
Der Himmel bricht, doch fällt nunmehr kein Donnerschlag.

Der Zeit und Nächte schuf, ist diese Nacht ankommen
Und hat das Recht der Zeit und Fleisch an sich genommen
Und unser Fleisch und Zeit der Ewigkeit vermacht.

Der Jammer trübe Nacht, die schwarze Nacht der Sünden,
Des Grabes Dunkelheit muß durch die Nacht verschwinden.
Nacht, Lichter als der Tag! Nacht, mehr denn lichte Nacht!

Traduzione di Matteo Neri

Canto della sera

Il rapido giorno è fuggito, la notte agita la sua bandiera
e adduce le stelle. Torme stanche di esseri umani
lasciano il campo e il lavoro, dove erano animali e uccelli
s'attrista ora la solitudine. Come il tempo si consuma!

Il porto s'avvicina sempre più per la barca delle membra.
E come fuggì questo giorno, così in pochi anni
io e tu, e quel che abbiamo, quel che vediamo, finiranno là.
Questa vita mi sembra un campo di corse.

O sommo Dio, non farmi scivolare sulla pista!
Non far che mi sviino né guai, né pompe, né piaceri, né paura!
Davanti e d'appresso mi stia il tuo eterno splendore.

Fa' che l'anima vegli se il corpo stanco s'addorme,
e quando l'ultimo giorno verrà a sera con me,
dalla valle di tenebre sollevami su a te.

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