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Poesia di Andrea Vergori
L'albatro e l'uomo


Era la mancanza quella sera sopra il mare,
nell’onda buia che immaginavo,
nella luna che non era e che bramavo,
nell’insensato dramma dell’infinito che s’affolta,
negli occhi, nel loro cieco navigare.
Era il silenzio, il vuoto,
e sul molo le vanitose stelle occultate
urlavano, con lacrime di protervia,
contro le nubi malate.

Era, sul miserabile porto ad est e sul mare,
il triste gioco della nebbia, ed era il volo
dell’albatro rassegnato al buio del cielo,
perduto nello scherzo della notte,
vinto nella vile illusione del vento.
Era il camminare stanco d’un insensato sperare
Sotto il lampione zoppo, la guercia luce;
ed era l’aggrapparsi abbandonato all’ancora,
alla rete, alla rincorsa della placida luna,
all’immagine sbiadita del caduco sogno.

Era il vuoto sul legno, l’assenza del posto accanto
sulla panchina salata; era lo sguardo schivo,
fuggiasco, in cerca del morto orizzonte notturno.
Erano occhi issati sopra l’onda, sepolti sotto l’onda,
seduti a guardare, in ostinate pose di rassegnazione
e diniego, in mezzo al mare,
un uomo solo, obliquo
sopra l’incerta panchina, in disparte
ad affogare.
Era il vecchio, lacrimoso, freddo d’autunno
quando, nella nebbia, miopi, l’uomo
e l’albatro, perdevano,
amando.