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Attraverso le Alpi
Poesia di Alessandro Manzoni

Dio gli accecò. Dio mi guidò. Dal campo
Inosservato uscii; l’orme ripresi
Poco innanzi calcate; indi alla manca
Piegai verso aquilone, e abbandonando
I battuti sentieri, in un’angusta
Oscura valle m’internai: ma quanto
Più il passo procedea, tanto allo sguardo
Più spaziosa ella si fea. Qui scorsi
Gregge erranti e tuguri: era codesta
L’ultima stanza de’ mortali. Entrai
Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra
Lanose pelli riposai la notte.
Sorto all’aurora, al buon pastor la via
Addimandai di Francia. - Oltre quei monti
Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;
E lontano lontan Francia; ma via
Non avvi; e mille son que’ monti, e tutti
Erti, nudi, tremendi, inabitati,
Se non da spirti, ed uom mortal giammai
Non li varcò. - Le vie di Dio son molte,
Più assai di quelle del mortal, risposi;
E Dio mi manda. - E Dio ti scorga, ei disse:
Indi, tra i pani che teneva in serbo,
Tanti pigliò di quanti un pellegrino
Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,
Ne gravò le mie spalle: il guiderdone
Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.
Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla
Traccia d’uomo apparia; solo foreste
D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
Senza sentier: tutto tacea; null’altro
Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso
Stridir del falco, o l’aquila, dall’erto
Nido spiccata sul mattin, rombando
Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,
Tocchi dal sole, crepitar del pino
Silvestre i coni. Andai così tre giorni;
E sotto l’alte piante, o ne’ burroni
Posai tre notti. Era mia guida il sole;
Io sorgeva con esso, e il suo viaggio
Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto
Pur del cammino io gìa, di valle in valle
Trapassando mai sempre; o se talvolta
D’accessibil pendio sorgermi innanzi
Vedeva un giogo, e n’attingea la cima,
Altre più eccelse cime, innanzi, intorno
Sovrastavanmi ancora; altre, di neve
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
Ripidi, acuti padiglioni, al suolo
Confitti; altre ferrigne, erette a guisa
Di mura insuperabili. - Cadeva
Il terzo sol quando un gran monte io scersi,
Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era
Tutto una verde china, e la sua vetta
Coronata di piante. A quella parte
Tosto il passo io rivolsi. - Era la costa
Oriental di questo monte istesso,
A cui, di contro al sol cadente, il tuo
Campo s’appoggia, o sire. - In su le falde
Mi colsero le tenebre: le secche
Lubriche spoglie degli abeti, ond’era
Il suol gremito, mifur letto, e sponda
Gli antichissimi tronchi. Una ridente
Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno
Di novello vigor la costa ascesi.
Appena il sommo ne toccai, l’orecchio
Mi percosse un ronzio che di lontano
Parea venir, cupo, incessante; io stetti,
Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque
Rotte fra i sassi in giù; non era il vento
Che investia le foreste, e, sibilando,
D’una in altra scorrea, ma veramente
Un rumor di viventi, un indistinto
Suon di favelle e d’opre e di pedate
Brulicanti da lungi, un agitarsi
D’uomini immenso. Il cuor balzommi; e il passo
Accelerai. Su questa, o re, che a noi
Sembra di qui lunga ed acuta cima
Fendere il ciel, quasi affilata scure,
Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta,
Non mai calcate in pria. Presi di quella
Il più breve tragitto: ad ogni istante
Si fea il rumor più presso: divorai
L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo
Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi
Le tende d’Israello, i sospirati
Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.


Dalla scena terza dell'atto secondo dell'Adelchi. Martino, diacono di Ravenna, inviato dal suo vescovo, arriva alla presenza di Carlo Magno, e gl'insegna per quale via potrà varcare le Alpi e sorprendere alle spalle l'esercito longobardo; è quella stessa per la quale egli dall'Italia è sceso nel campo dei Franchi.

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