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giorno della memoria
27 gennaio Giorno della Memoria
Cesare
da la Tregua di Primo Levi

Avevo conosciuto Cesare ( il vero nome di Cesare era Lello Perugia, morto a 85 anni il 24 novembre del 2010 ) negli ultimi giorni di Lager, ma era un altro Cesare.
Nel campo di Buna abbandonato dai tedeschi la camera degli infettivi, in cui i due francesi e io eravamo riusciti a sopravvivere e ad instaurare una parvenza di civiltà, rappresentava un’isola di relativo 
benessere: nel reparto contiguo, il reparto dei dissenterici, la morte dominava incontrastata.
Attraverso la parete di legno, a pochi centimetri dalla mia testa, sentivo parlare in italiano. Una sera, mobilitando le poche energie che mi restavano, mi ero deciso ad andare a vedere chi viveva ancora là dietro. Avevo percorso il corridoio buio e gelato, avevo aperto la porta, e mi ero trovato precipitato nel regno dell’orrore.
Erano un centinaio di cuccette: la metà almeno erano occupate da cadaveri irrigiditi dal freddo. Solo due o tre candele rompevano l’oscurità: le pareti e il soffitto si perdevano nelle tenebre, talché sembrava di penetrare in una enorme spelonca. Non vi era alcun riscaldamento, ad eccezione degli aliti infetti dei cinquanta malati ancora vivi. Malgrado il gelo, il tanfo di feci e di morte era cosí intenso che mozzava il fiato, e bisognava fare violenza ai propri polmoni per costringerli ad attingere quell’aria corrotta.
Pure cinquanta vivevano ancora. Stavano raggomitolati sotto le coperte; alcuni gemevano o urlavano, altri scendevano con pena alle cuccette per evacuare sul pavimento. Chiamavano nomi, pregavano, imprecavano, imploravano aiuto in tutte le lingue d’Europa.

Mi trascinai a tastoni lungo una delle corsie fra le cuccette a tre piani, incespicando e barcollando nel buio sullo strato di escrementi gelati. Udendo il mio passo, le grida raddoppiarono: mani adunche uscivano di sotto le coperte,
mi trattenevano per gli abiti, mi toccavano fredde il viso, tentavano di sbarrarmi la strada. Giunsi infine alla parete divisoria, in fondo alla corsia, e trovai chi cercavo.
Erano due italiani in una sola cuccetta, stretti fra loro in un viluppo per difendersi dal gelo: Cesare e Marcello.
Conoscevo bene Marcello: veniva da Cannaregio, l’antichissimo ghetto di Venezia, era stato a Fossoli con me, e aveva passato il Brennero nel vagone attiguo al mio. Era sano e forte, e fino alle ultime settimane di Lager aveva tenuto duro, sopportando valorosamente la fame e la fatica: ma il freddo dell’inverno lo aveva piegato.
Non parlava piú, ed io, al lume del fiammifero che accesi, stentai a riconoscerlo: un viso giallo e nero di barba, tutto naso e denti; gli occhi lucidi e dilatati dal delirio, fissi nel vuoto. Per lui c’era poco da fare.
Cesare, invece, lo conoscevo appena, poiché era arrivato a Buna da Birkenau pochi mesi prima. Mi chiese acqua, prima che cibo: acqua, perché da quattro giorni non beveva, e lo bruciava la febbre, e la dissenteria lo svuotava. Gliene portai, insieme con gli avanzi della nostra minestra: e non sapevo di porre cosí le basi di una lunga e singolare amicizia.
Le sue capacità di ripresa dovevano essere straordinarie, poiché lo ritrovai nel campo di Bogucice due mesi dopo, non solo ristabilito, ma poco meno che florido, e vispo come un grillo; eppure era reduce da una avventura addizionale che aveva messo a estrema prova le naturali qualità del suo ingegno, consolidate alla dura scuola del Lager.
Dopo l’arrivo dei russi, era stato ricoverato anche lui in Auschwitz fra i malati, e siccome la sua malattia non era grave, e la sua fibra robusta, era guarito presto; anzi, un po’ troppo presto. Verso la metà di marzo, le armate tedesche in rotta si erano concentrate attorno a Breslavia, e avevano tentato una ultima disperata controffensiva in direzione del bacino minerario slesiano. I russi erano stati colti di sorpresa: forse sopravvalutando l’iniziativa avversaria, si erano affrettati ad approntare una linea difensiva. Occorreva una lunga trincea anticarro, che sbarrasse la valle dell’Oder fra Oppeln e Gleiwitz: le braccia erano scarse, l’opera colossale, la necessità urgente, e i russi provvidero secondo le loro consuetudini, in modo estremamente sbrigativo e sommario.
Un mattino, verso le nove, armati russi avevano improvvisamente bloccato alcune strade centrali di Katowice.
A Katowice, e in tutta la Polonia, mancavano gli uomini: la popolazione maschile in età di lavoro era sparita, prigioniera in Germania e in Russia, dispersa nelle bande partigiane, massacrata in battaglia, nei bombardamenti, nelle rappresaglie, nei Lager, nei ghetti.
La Polonia era un paese in lutto, un paese di vecchi e di vedove.

Alle nove di mattina non c’erano che donne in strada: massaie con la borsa o il carrettino, in cerca di viveri e di carbone per le botteghe e i mercati. I russi le avevano messe in fila per quattro con la borsa e tutto, le avevano condotte alla stazione e spedite a Gleiwitz.
Simultaneamente, e ciò cinque o sei giorni prima che io vi arrivassi col greco, avevano circondato a un tratto il campo di Bogucice: urlavano come cannibali, e sparavano colpi in aria per intimorire chi tentasse di svignarsela.
Avevano messo a tacere senza molti complimenti i colleghi tranquilli della Kommandantur, che avevano cercato timidamente di interporsi, erano penetrati nel campo coi mitra all’anca, e avevano fatto uscire tutti dalle baracche.
Sullo spiazzo centrale del campo si era quindi svolta una sorta di versione caricaturale delle selezioni tedesche.
Una versione assai meno sanguinosa, poiché si trattava di andare al lavoro e non alla morte; in compenso, molto piú caotica ed estemporanea.
Mentre alcuni soldati andavano per le baracche a snidare i renitenti, e li inseguivano poi in corsa pazza come in un gran gioco di rimpiattino, altri si erano messi sulla porta, ed esaminavano uno per uno gli uomini e le donne che a mano a mano venivano loro presentati dai cacciatori, o si presentavano spontaneamente. Il giudizio se «bolnoj» o «zdorovyj» (ammalato o sano) veniva pronunziato collegialmente, per acclamazione, non senza dispute rumorose nei casi controversi. I «bolnoj» venivano rimandati in baracca; gli «zdorovyj» messi in fila davanti al reticolato.
Cesare era stato fra i primi a capire la situazione («a svagare il movimento», diceva lui), si era condotto con lodevole perspicacia e per un pelo non era riuscito a farla franca: si era nascosto nella legnaia, un posto a cui nessuno aveva pensato, e ci era rimasto fino alla fine della caccia, ben zitto e fermo sotto i tronchetti, una spalliera dei quali si era fatta crollare addosso. Ed ecco, uno schiappino qualsiasi, in cerca di rifugio, era venuto a cacciarsi là dentro tirandosi dietro un russo che lo inseguiva.
Cesare era stato pescato, e dichiarato sano: per pura rappresaglia, perché era uscito di fra la legna che sembrava un Cristo in croce, anzi, uno storpio deficiente, e avrebbe commosso un sasso: tremolava tutto, si era fatto venire la bava alla bocca, e camminava tutto sbilenco,
arrancando, trascinando una gamba, con gli occhi strabici e spiritati. Lo avevano ugualmente aggregato alla fila dei sani: dopo qualche secondo, con una fulminea inversione di tattica, aveva tentato di darsela a gambe, e di rientrare nel campo per il buco nel fondo.
Ma era stato raggiunto, aveva rimediato una sventola e un calcio negli stinchi, e si era rassegnato alla sconfitta.
I russi li avevano portati fino oltre Gleiwitz a piedi, piú di trenta chilometri; laggiú li avevano sistemati alla meglio in stalle e fienili, e gli avevano fatto fare una vita da cani. Mangiare poco, e sedici ore al giorno di picco e pala, pioggia o sole che fosse, col russo sempre lí col mitra puntato: gli uomini alla trincea, e le donne (quelle del campo e le polacche trovate in strada) a pelare patate, fare cucina e le pulizie.
Era dura; ma a Cesare piú che il lavoro e la fame cuoceva lo smacco. Farsi castigare cosí, come un pivetto, lui che aveva tenuto banco a Porta Portese! Tutto Trastevere ne avrebbe riso. Bisognava che si riabilitasse.
Lavorò tre giorni; il quarto, barattò la pagnotta contro due sigari. Uno lo mangiò; l’altro, lo fece macerare nell’acqua e se lo tenne tutta notte sotto l’ascella. Il giorno dopo era pronto per marcare visita: aveva tutto quanto occorreva, una febbre da cavallo, coliche orrende, vertigini, vomito. Lo misero a letto, ci stette fino a che l’intossicazione fu smaltita, poi di notte se ne andò liscio come l’olio, e se ne tornò a Bogucice a piccole tappe, con la coscienza tranquilla. Trovai modo di farlo sistemare nella mia camera, e non ci separammo piú fino al viaggio di ritorno.
Qui ci risiamo, – disse Cesare infilandosi le brache, cupo in viso, quando, pochi giorni dopo il suo ritorno, la quiete notturna del campo fu drammaticamente rotta.
Era un finimondo, una esplosione: soldati russi correvano su e giú per i corridoi, battevano contro le porte delle camerate col calcio dei mitra, urlando comandi concitati e incomprensibili; poco dopo arrivò lo stato maggiore, Marja in cernecchi, Egorov e Dancenko vestiti a mezzo, seguiti dal ragionier Rovi, smarrito e insonnolito ma in alta uniforme. Bisognava alzarsi e vestirsi, subito. Perché? Erano tornati i tedeschi? Ci trasferivano?
Nessuno sapeva niente.
Riuscimmo infine a catturare Marja. No, i tedeschi non avevano sfondato il fronte, ma la situazione era ugualmente molto grave. «Inspektsija»: quel mattino stesso arrivava un generale da Mosca, a ispezionare il campo. L’intera Kommandantur era in preda al panico e alla disperazione, in uno stato d’animo da dies irae.
L’interprete di Rovi galoppava di camerata in camerata, vociferando ordini e contrordini. Comparvero scope, stracci, secchi; tutti erano mobilitati, bisognava pulire i vetri, fare sparire i cumuli di immondizie, spazzare i pavimenti, lucidare le maniglie, togliere le ragnatele.
Tutti si misero al lavoro, sbadigliando e imprecando.
Passarono le due, le tre, le quattro.
Verso l’alba, si cominciò a sentire parlare di «ubornaja»: la latrina del campo rappresentava infatti un brutto problema
Era un edificio in muratura, situato nel bel mezzo del campo, ampio, vistoso, impossibile a nascondere o a mascherare.
Da mesi nessuno provvedeva alla pulizia e alla manutenzione: all’interno, il pavimento era sommerso da un palmo di lordura stagnante, tanto che vi avevamo confitto grossi sassi e mattoni, e per entrare si doveva saltellare dall’uno all’altro in equilibrio precario.
Dalle porte e dalle crepe dei muri il liquame traboccava all’esterno, attraversava il campo sotto forma di rigagnolo fetido, e si perdeva a valle in mezzo ai prati.

Il capitano Egorov, che sudava sangue e aveva perduto compiutamente la testa, scelse fra noi una corvée di dieci uomini, e li fece mandare sul posto con scope e secchi di cloro, con l’incarico di fare pulizia. Ma era chiaro a un bambino che dieci uomini, anche se muniti di strumenti
adatti, e non solo di scope, ci avrebbero impiegato almeno una settimana; e quanto al cloro, tutti i profumi d’Arabia non sarebbero bastati a bonificare il luogo.
Non è infrequente che dall’urto fra due necessità scaturiscano decisioni insensate, là dove sarebbe piú savio lasciare che il dilemma si sciolga per virtú propria.
Un’ora piú tardi (e l’intero campo ronzava come un alveare disturbato) la corvée venne richiamata, e si videro arrivare tutti e dodici i territoriali del comando, con legname, chiodi, martelli, e rotoli di filo spinato. In un batter d’occhio tutte le porte e le finestre della scandalosa latrina furono chiuse, sbarrate, sigillate con tavole di abete spesse tre dita, e tutte le pareti, fino al tetto, furono coperte da un groviglio inestricabile di filo spinato. La decenza era salva: il piú diligente degli ispettori non avrebbe potuto materialmente mettervi piede.
Venne mezzogiorno, venne sera, e del generale nessuna traccia. Il mattino dopo se ne parlava già un po’ meno; il terzo giorno non se ne parlava piú affatto, i russi della Kommandantur erano ritornati alla loro abituale e benefica incuria e sciatteria, due tavole erano state schiodate dalla porta di dietro della latrina, e tutto era rientrato nell’ordine.
Un ispettore venne, tuttavia, qualche settimana piú tardi; venne a controllare l’andamento del campo, e piú precisamente le cucine, e non era un generale, ma un capitano che portava un bracciale con la sigla NKVD, di fama lievemente
sinistra. Venne, e dovette trovare particolarmente gradevoli le sue mansioni, o le ragazze della Kommandantur, o l’aria dell’Alta Slesia, o la vicinanza dei cuochi italiani: perché non se ne andò piú, e restò a ispezionare la cucina tutti i giorni fino a giugno, quando partimmo, senza esercitare visibilmente alcun’altra attività utile.
La cucina, gestita da un barbarico cuoco bergamasco e da un numero imprecisato di assistenti volontari grassi e lustri, era situata subito fuori della recinzione, ed era costituita da un capannone riempito quasi per intero dalle due grosse marmitte di cottura, che riposavano su fornelli di cemento. Vi si entrava salendo due scalini, e non c’era porta.
L’ispettore fece la sua prima ispezione con molta dignità e serietà, prendendo appunti su un libretto. Era un ebreo sulla trentina, lunghissimo e dinoccolato, con un bel volto ascetico da Don Chisciotte. Ma il secondo giorno aveva scovato chissà dove una motocicletta, e fu folgorato da un cosí ardente amore, che da allora in poi non furono piú visti disgiunti mai.
La cerimonia della ispezione divenne un pubblico spettacolo, a cui assistevano sempre piú numerosi i borghesi di Katowice. L’ispettore arrivava verso le undici come una tromba d’aria: frenava di colpo con stridore orribile, e facendo perno sulla ruota anteriore faceva sbandare quella posteriore di un quarto di cerchio. Senza arrestarsi, puntava verso la cucina a testa bassa, come un toro che carichi; superava i due gradini con paurosi sobbalzi; descriveva due 8 frettolosi, con tutto lo scappamento aperto, intorno alle marmitte; volava nuovamente gli scalini all’ingiú, salutava militarmente il pubblico con un sorriso radioso, si curvava sul manubrio, e spariva in una nuvola di fumo glauco e di fracasso.
Il gioco andò liscio per varie settimane; poi, un giorno non si vide né motocicletta né capitano. Questo stava in ospedale, con una gamba rotta; quella era nelle mani amorevoli di un cenacolo di aficionados italiani. Ma furono rivisti ben presto in circolazione: il capitano aveva fatto adattare una mensolina al telaio, e vi teneva appoggiata la gamba ingessata, in posizione orizzontale. Il suo viso dal nobile pallore era atteggiato a felicità estatica; cosí combinato, riprese con impeto appena ridotto le sue quotidiane ispezioni.
Solo quando venne aprile, le ultime nevi si furono sciolte, e il forte sole ebbe prosciugato il fango polacco, incominciammo a sentirci veramente liberi. Cesare era già Stato in città varie volte, e insisteva perché lo seguissi nelle sue spedizioni: mi decisi infine a superare l’inerzia, e partimmo insieme in una splendida giornata primaverile.
Su richiesta di Cesare, a cui interessava l’esperimento, non uscimmo dal buco nel reticolato. Uscii io per primo dalla porta grande; la sentinella mi domandò come mi chiamavo, poi mi chiese il lasciapassare ed io lo presentai.
Controllò: il nome corrispondeva. Io girai l’angolo, e attraverso il filo spinato passai il rettangolino di cartone a Cesare. La sentinella domandò a Cesare come si chiamava; Cesare rispose «Primo Levi». Gli chiese il lasciapassare: il nome corrispondeva nuovamente, e Cesare
uscí in piena legalità. Non che Cesare tenga molto ad agire legalmente: ma gli piacciono le eleganze, i virtuosismi, mettere il prossimo nel sacco senza farlo soffrire.
Eravamo entrati in Katowice allegri come scolari in vacanza, ma il nostro umore spensierato urtava ad ogni passo con lo scenario in cui ci addentravamo. Ad ogni passo ci imbattevamo nelle vestigia della tragedia immane che ci aveva sfiorati e miracolosamente risparmiati.
Tombe ad ogni quadrivio, tombe mute e frettolose, senza croce ma sormontate dalla stella rossa, di militari sovietici morti in combattimento. Uno sterminato cimitero di guerra in un parco della città, croci e stelle commiste, e quasi tutte recavano la stessa data: la data della battaglia per le vie, o forse dell’ultimo sterminio tedesco. In mezzo alla via principale, tre, quattro carri armati tedeschi, apparentemente intatti, trasformati in trofei e in monumenti; il prolungamento ideale del cannone di uno fra questi faceva capo a un enorme foro, a metà altezza della casa di fronte: il mostro era morto distruggendo.
Ovunque rovine, scheletri di cemento, travi di legno carbonizzate, baracche di lamiera, gente in stracci, dall’aria selvaggia e famelica.
Ai crocicchi importanti, segnalazioni stradali infisse a cura dei russi, e curiosamente contrastanti con il nitore e la precisione prefabbricata 
delle analoghe insegne tedesche, viste prima, e di quelle americane che avremmo viste dopo: rozze tavole di legno greggio, con su scarabocchiati i nomi a mano, col catrame, in caratteri cirillici ineguali; Gleiwitz, Cracovia,
Czenstochowa: anzi, poiché il nome era troppo lungo, «Czenstoch» su una tavola, e poi «owa» su di un’altra tavola piú piccola, inchiodata sotto. Eppure la città viveva, dopo gli anni di incubo della occupazione nazista e l’uragano del passaggio del fronte.
Molte botteghe e caffè erano aperti; addirittura proliferante il mercato libero; in funzione i tram, i pozzi di
carbone, le scuole, i cinematografi. Per quel primo giorno, poiché fra tutti e due non avevamo un soldo, ci accontentammo
di un giro di ricognizione. Dopo qualche ora di marcia in quell’aria frizzante, la nostra fame cronica si era riacutizzata: – Vieni con me, – disse Cesare, – andiamo a fare colazione.
Mi condusse al mercato, nell’ala dove stavano le bancarelle della frutta. Sotto gli occhi malevoli della fruttivendola, colse dal primo banco una fragola, una sola, ma ben grossa, la masticò piano piano, con aria di intenditore, poi scosse il capo: – Nié ddobre, – disse severamente.
( – È in polacco, – mi spiegò; – vuol dire che non sono buone –). Passò al banco successivo, e ripeté la scena; e cosí con tutti fino all’ultimo. Beh? Che aspetti? – mi disse poi con cinica fierezza: – Se hai fame, non hai che da fare come me
Certo, non era con la tecnica delle fragole che ci saremmo messi a posto: Cesare aveva capito la situazione, e cioè che quello era il momento di dedicarsi seriamente al commercio.
Mi spiegò il suo sentimento: con me era amico, e non mi chiedeva niente, se volevo potevo andare sul mercato con lui, magari dargli anche una mano e imparare il mestiere, ma era indispensabile che lui si trovasse un vero socio, che disponesse di un piccolo capitale iniziale e di una certa esperienza. Anzi, per verità lo aveva già trovato, un certo Giacomantonio dalla faccia da galera, suo vecchio conoscente di San Lorenzo. La forma della società era estremamente semplice: Giacomantonio avrebbe comperato, lui avrebbe venduto, e si sarebbero divisi gli utili in parti uguali. Comperato che cosa? Di tutto, mi disse: qualunque cosa capitava. Cesare, benché avesse poco piú di vent’anni, vantava una preparazione merceologica sorprendente, paragonabile a quella del greco. Ma, superate le analogie superficiali, mi resi conto ben presto che fra il greco e lui correva un abisso. Cesare era pieno di calore umano, sempre, in tutte le ore della sua vita, e non solo fuori orario come Mordo Nahum. Per Cesare il «lavoro» era volta a volta una sgradevole necessità, o una divertente occasione di incontri, e non una gelida ossessione, né una luciferesca affermazione di se stesso.
L’uno era libero, l’altro schiavo di sé; l’uno avaro e ragionevole, l’altro prodigo ed estroso. Il greco era un lupo solitario, in eterna guerra contro tutti, vecchio anzitempo, chiuso nel cerchio della sua ambizione trista; Cesare era un figlio del sole, un amico di tutto il mondo, non conosceva l’odio né il disprezzo, era vario come il cielo, festoso, furbo e ingenuo, temerario e cauto, molto ignorante, molto innocente e molto civile.
Nella combinazione con Giacomantonio io non volli entrare, ma accettai di buon grado l’invito di Cesare ad accompagnarlo qualche volta al mercato, come apprendista, interprete e portatore. Lo accettai, non solo per amicizia, e per fuggire la noia del campo, ma soprattutto perché assistere alle imprese di Cesare, anche alle piú modeste e triviali, costituiva una esperienza unica, uno spettacolo vivo e corroborante, che mi riconciliava col mondo, e riaccendeva in me la gioia di vivere che Auschwitz aveva spenta.
Una virtú quale quella di Cesare è buona in sé, in senso assoluto; è sufficiente a conferire nobiltà a un uomo, a riscattarne molti eventuali difetti, a salvarne l’anima. Ma in pari tempo, e su di un piano piú pratico, essa costituisce una scorta preziosa per chi intenda esercitare il commercio sulle pubbliche piazze: infatti al fascino di Cesare non era insensibile nessuno, né i russi del comando, né i compagni assortiti del campo, né i cittadini di Katowice che frequentavano il mercato. Ora, è chiaro altresí che, per le dure leggi del commercio, quanto è di vantaggio a chi vende è svantaggioso a chi compra, e viceversa.
Aprile volgeva al fine, e il sole era già caldo e franco, quando Cesare venne ad aspettarmi dopo la chiusura dell’ambulatorio. Il suo socio patibolare aveva fatto una serie di colpi brillanti: aveva comperato per cinquanta zloty complessivi una penna stilografica che non scriveva, un contasecondi, e una camicia di lana in discrete condizioni. Questo Giacomantonio, dal fiuto esperto di ricettatore, aveva avuto la eccellente idea di mettersi di piantone alla stazione di Katowice, in attesa dei convogli russi che rientravano dalla Germania: quei soldati, ormai
smobilitati e sulla strada di casa, erano i contraenti piú faciloni che si possano immaginare. Erano pieni di allegria, di noncuranza e di preda, non conoscevano le quotazioni locali, e avevano bisogno di soldi.
D’altronde, metteva conto di passare qualche ora alla stazione anche al di fuori di ogni fine utilitario, ma solo per assistere allo straordinario spettacolo dell’Armata Rossa in rimpatrio: spettacolo ad un tempo corale e solenne come una migrazione biblica, e ramingo e variopinto
come una trasferta di saltimbanchi. Sostavano a Katowice lunghissimi convogli di carri merci adibiti a tradotta: erano attrezzati per viaggiare mesi, forse fino al Pacifico, ed ospitavano alla rinfusa, a migliaia, militari e civili, uomini e donne, ex prigionieri, tedeschi a loro volta prigionieri; e inoltre merci, mobilia, bestiame, impianti industriali smobilitati, viveri, materiale bellico, rottami. Erano villaggi ambulanti: alcuni carri contenevano quanto appariva un nucleo familiare, una o due paia di letti matrimoniali, un armadio a specchi, una stufa, una radio, sedie e tavoli. Fra un vagone e l’altro erano tesi fili elettrici di fortuna, provenienti dal primo vagone che conteneva un generatore; servivano per l’illuminazione, e in pari tempo a stendervi la biancheria ad asciugare (e a sporcarsi di fuliggine). Quando al mattino si aprivano le porte scorrevoli, sullo sfondo di quegli interni domestici apparivano uomini e donne vestiti a mezzo, dalle larghe faccie assonnate: si guardavano intorno frastornati, senza saper bene in quale punto del mondo si trovavano, poi scendevano a lavarsi all’acqua gelida degli idranti, e offrivano in giro tabacco e fogli
della «Pravda» per arrotolare sigarette.
Partii dunque per il mercato con Cesare, che si proponeva di rivendere (magari ai russi stessi) i tre oggetti sopra descritti. Il mercato aveva ormai perso il suo primitivo carattere di fiera delle miserie umane. Il razionamento era stato abolito, o piuttosto era caduto in disuso; dalla
ricca campagna circostante arrivavano i carri dei contadini con quintali di lardo e di formaggio, con uova, polli, zucchero, frutta, burro: giardino di tentazioni, sfida crudele alla nostra fame ossessiva e alla nostra mancanza di quattrini, incitamento imperioso a procurarcene.
Cesare vendette la penna al primo colpo, per venti zloty, senza contrattazione. Non aveva assolutamente bisogno di interprete: parlava soltanto italiano, anzi romanesco, anzi ancora, il gergo del ghetto di Roma, costellato di vocaboli ebraici storpiati. Certo non aveva altra scelta, perché altre lingue non conosceva: ma, a sua insaputa, questa ignoranza giocava fortemente a suo vantaggio.
Cesare «giocava nel suo campo», per dirla in termini sportivi: per contro, i suoi clienti, tesi a interpretare la sua parlata incomprensibile e i suoi gesti mai visti, erano distolti dalla necessaria concentrazione; se facevano controfferte, Cesare non le comprendeva, o fingeva testardamente di non comprenderle.
L’arte del ciarlatano non è cosí diffusa come io pensavo: il pubblico polacco pareva la ignorasse, e ne era affascinato.
Cesare poi era un mimo di gran classe: sventolava la camicia nel sole, tenendola ben stretta per il colletto (sotto il colletto c’era un buco, ma Cesare la teneva in mano proprio nel punto dove c’era il buco), e ne proclamava le lodi con eloquenza torrenziale, con inserti e divagazioni inedite ed insulse, apostrofando a tratti questo o quello fra il pubblico con nomignoli osceni che si inventava sul momento.

Si interruppe bruscamente (conosceva per istinto il valore oratorio delle pause), baciò la camicia con affetto, e poi, con voce risoluta e insieme commossa, come se gli piangesse il cuore a separarsene, e vi si inducesse solo per amore del suo prossimo, – Tu, panzone, – disse: – quanto mi daresti per ‘sta cosciuletta?
Il panzone rimase interdetto. Guardava la « cosciuletta » con desiderio, e con la coda dell’occhio si sbirciava ai fianchi, mezzo sperando e mezzo temendo che qualcun altro facesse la prima offerta. Poi avanzò esitando, tese una mano incerta e borbottò qualcosa come «pingísc». Cesare ritirò la camicia al seno come se avesse visto un aspide. – Che ha detto, quello? – mi chiese, come se sospettasse di aver ricevuto una offesa mortale; ma era una domanda retorica, poiché riconosceva (o indovinava) i numerali polacchi molto piú prontamente di me.
– Tu sei matto, – disse poi perentorio, puntandosi un indice alla tempia e girandolo come un trapano.
Il pubblico rumoreggiava e rideva, parteggiando visibilmente per lo straniero fantastico, venuto dai confini del mondo a far portenti sulle loro piazze. Il panzone se ne stava a bocca aperta, dondolandosi come un orso da un piede all’altro. – Du ferík, – riprese Cesare spietato (intendeva

dire «verrückt»); indi, a maggior chiarimento, aggiunse: – Du meschuge –. Esplose un uragano di risa selvagge: questo l’avevano capito tutti. «Meschuge» è un termine ebraico che sopravvive nel yiddisch, e pertanto è universalmente compreso in tutta l’Europa centrale e orientale:
vale «matto», ma contiene l’idea accessoria di follia vuota, melanconica, ebete e lunare.
Il panzone si grattava la testa e si tirava su i pantaloni, pieno di imbarazzo. – Sto, – disse poi, cercando pace: – Sto zlotych, cento zloty.
L’offerta era interessante. Cesare, alquanto mansuefatto, si rivolse al panzone da uomo a uomo, con voce suadente, come a convincerlo di una qualche sua involontaria ma pur grossolana trasgressione. Gli parlò a lungo, a cuore aperto, con calore e confidenza, dicendogli:
– Vedi? capisci? non sei d’accordo?
– Sto zlotych, – ripeté quello, testardo.
– Questo è de Capurzio! – mi disse Cesare. Poi, come colto da improvvisa stanchezza, e in un estremo tentativo di accordo, gli mise una mano sulla spalla e gli disse maternamente: – Senti. Senti, compare. Tu non mi hai capito bene. Facciamo cosí, mettiamoci d’accordo.
Teme dài tanto cosí – (e gli disegnò 150 col dito sul ventre), – te me dài Sto Pingisciu, e io te la mollo sulla groppa. Va bene?

Il panzone bofonchiava e faceva di no col capo, con gli occhi rivolti in giú; ma l’occhio clinico di Cesare aveva colto il segno della capitolazione: un movimento impercettibile della mano verso la tasca posteriore dei pantaloni.
– E dài! Caccia ‘ste pignonze! – incalzò Cesare, battendo il ferro finché era caldo. Le pignonze (il termine polacco, dall’ostica grafia ma dall’assonanza cosí curiosamente nostrana, affascinava Cesare e me) furono infine cacciate, e la camicia mollata; ma subito; Cesare mi strappò energicamente alla mia ammirazione estatica.
– A compà: famo resciutte, sennò questi svagano er búcio –. Cosí, per timore che il cliente si accorgesse prematuramente del buco, facemmo resciutte (ossia prendemmo congedo), rinunciando a piazzare l’invendibile contasecondi. Camminammo con dignitosa lentezza fino alla cantonata piú vicina, poi svicolammo con la maggior rapidità che le gambe ci permettevano, e ritornammo al campo per vie traverse.

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