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Hittler
27 Gennaio Giornata della Memoria 
Ero diventato un nazista
 
da Fred Uhlman, Un'anima non vile 


La vicenda del protagonista, Konradin von Hohenfels, è emblematica per capire come mai tanti giovani tedeschi siano stati affascinati dalla figura e dalle idee di Adolf Hitler .
Mio caro Hans,

ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenbergl,
Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler.
Non so se riceverai mai questa lettera. Mi aiuterebbe in un certo qual senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l'unico vero amico che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco.
Quell'estate ho passato le vacanze al castello di Braunfeld, vicino a Monaco, che apparteneva agli Hohenfels-Denningen.
Venne anche mia madre, che aveva predisposto con cura un piano per liberarmi della tua pericolosa influenza.
(Curioso, non l'ho mai sospettato. Com'ero ingenuo allora!)

Fu la vacanza più bella che abbia mai trascorso. A casa si discuteva raramente
di politica, malgrado mio padre fosse ambasciatore - tutto era discreto, mondano, cortese - mentre Braunfeld letteralmente esplodeva d'attivtà politica.
Si parlava di politica dal mattino alla sera, e spesso anche di notte.
Per me era una novità terribilmente eccitante, perché c'era un elemento di cospirazione ed io ero giovane, non ancora diciassettenne.
(Com'era stata intelligente mia madre!) Era la vita, mi affascinava, era l'istinto degli Hohenfels che ritornava a vivere in me.
Grazie a Dio, dissi allora, niente più chiacchiere sui libri: tutto scoppiava d'energia e di speranza per un futuro migliore, un geyser che all'improvviso esplodesse gettando fiotti d'aria bollente verso il cielo.

Gli Hohenfels - Denningen avevano tre figli: Gustav Adolf di ventidue anni, Paul
di diciassette e Rudolf di quindici.
(Tutti, a proposito, sono morti in guerra).
Tutti e tre erano del Partito Nazista. Gustav Adolf mi colpì molto.
Era incredibilmente bello: un giovane apollo, biondo, alto -un eroe per me - un guerriero vestito con una divisa nera delle SS Sturmfiihrer tagliata in modo splendido; aveva un aspetto fantastico sul suo cavallo, quando noi e una dozzina di giovani aristocratici, loro quasi tutti in uniforme, galoppammo lungo il lago.
Per la prima volta venivo portato verso la guerra e la gloria, sempre più lontano da te, un piccolo ebreo che non era mai stato in sella a un cavallo.
Come potevi competere con questo giovane Dio nordico, che trattava me, che ero ancor più giovane, non solo come suo pari ma come un amico?
Come avrei potuto resistere, non avendo esperienza politica, nel vedere dozzine di ragazzi della mia età arrivare da Monaco, che non era distante, narrando storie sull'uomo che avrebbe salvato la Germania: Adolf Hitler?

Fu Gustav Adolf ad avere la maggiore influenza su di me.
Mi prese sul serio e passò delle ore con me, spiegandomi che si trattava di una lotta tra il potere del male e quello del bene.
L'Europa sarebbe caduta nelle mani dei bolscevichi, comandati dagli ebrei, o sarebbe stata salvata da Hitler?
Questo, a suo dire, era l'unico problema.

Non voglio entrare in dettagli. Tutto è stato raccontato troppe volte.
Gli ebrei erano ovunque: nella stampa, nella borsa, in politica - tutto era nelle loro mani. Erano ovunque: "Rosenfeld", il presidente americano, aveva sangue ebreo, e casi pure Edoardo VII, che poteva essere stato il frutto di Disraeli e della Regina

Vittoria. Quando gli chiesi che cosa sarebbe accaduto agli ebrei, non mi disse
niente. Il loro potere sarebbe stato distrutto, alcuni sarebbero stati deportati a
Sion, altri avrebbero ottenuto un permesso di soggiorno da rinnovare ogni anno.
Aveva sentito che avevo degli amici ebrei.
(Nemmeno allora sospettai mia madre, anche se può sembrare incredibile).

Non lo negai. Tu eri eccezionalmente intelligente e molto affascinante, risposi.
Non lo metteva minimamente in dubbio, replicò Gustav Adolf.

Proprio questo ti rendeva così pericoloso.
Come tutti gli ebrei, questi gesuiti ebrei, sapevi come minare la fede in Dio, in Cristo e nella religione.
Era suo dovere avvisarmi. «Non ti fidare di questo piccolo ebreo, stai lontano da lui.

Un uomo come te, un von Hohenfels, dovrebbe essere al fronte a combattere»
e via dicendo.
E così mi arruolai nella Gioventù hitleriana, come gli altri, e un giorno mia madre mi presentò a Hitler.
Non riuscì quasi a parlare. Era in lacrime, in estasi. Anch'io fui profondamente colpito dal Fuhrer, che mi mise un braccio sulle spalle dicendo: «Se un Hohenstaufen si unisse al mio movimento non potrei esserne più fiero».

E quando tornai a scuola ero un nazista convinto, l'adorato tesoro della mia
cara madre.
Il resto lo sai. Il mio ritorno senza parlarti, senza - Dio mi perdoni - salutarti!
Come potevo dirti che ero nazista?


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