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Francesco Guicciardini -
La Chiesa e l'Italia -


A proposito della discussione presente sul problema dell'unità italiana, abbiamo a suo luogo indicato quanto di utopistico fosse nell'ideale rnachiavelliano, e quanto fosse arbitrario a scrivere soltanto al potere temporale della Chiesa la causa della mancata unificazione dell' Italia.
Tuttavia anche il Guicciardini riconosce la responsabilità della Chiesa; quel che non è disposto a riconoscere è che la disunione dell' Italia sia un male; egli anzi vede il particolarismo come una tendenza naturale e sostanzialmente positiva dello spirito e della civiltà italiana.

Il Guicciardini ha ragione, se si considera la concreta situazione storica del suo tempo, ma non comprende che il Machiavelli afferma l'ideale esigenza di trasformare radicalmente proprio quel sempre precario equilibrio particolaristico (tanto caro al Nostro) il cui sbocco fatale era stato il tramonto della libertà italiana.
Non si può dire tanto male della corte romana che non meriti se ne dica piu, perché è una infamia, uno scempio di tutti e vituperii e obbrobrii del mondo.
E anche credo sia vero che la grandezza della Chiesa, cioè l'autorità che gli ha data la religione, sia stata la causa che Italia non sia caduta in una monarchia, perché da uno canto ha avuto tanto credito che ha potuto farsi capo, e convocare, quando è bisognato, principi esterni contro a chi era per opprimere Italia; da altro, essendosi spogliata di armi proprie, non ha avuto tante forze che abbia potuto stabilire dominio temporale altro che quello che volontariamente gli è stato dato da altri.
Ma non so già se il non venire in una monarchia sia stata felicità o infelicità di questa provincia; perché se sotto una repubblica questo poteva essere glorioso al nome d'Italia e felicità a quella città che dominassi, era all'altre tutte calamità, perché, oppresse da quella ombra di quella, non avevano facultà di pervenire a grandezza alcuna, essendo il costume delle repubbliche non partecipare e frutti della sua libertà e imperio ad altri che a' suoi cittadini proprii.
E se bene la Italia divisa in molti dominii abbia in vari tempi patito molte calamità, che forse in uno dominio solo non sarebbe patito (benché le inundazioni de' Barbari furono più a tempo dello imperio romano che altrimenti), nondimeno in tutti questi tempi ha avuto al rincontro tante città floride che non arebbe avuto sotto una repubblica, che io reputo che una monarchia gli sarebbe stata più infelice che felice. Questa ragione non milita in uno regno il quale è più commune a tutti e sudditi; e però veggiamo la Francia e molte altre provincie vivere felici sotto un re: pure, o sia per qualche fato d'Italia o per la complessione degli uomini temperata in modo che hanno ingegno e forze, non è mai questa provincia stata facile a ridursi sotto un imperio, eziandio quando non ci era la Chiesa; anzi sempre naturalmente ha appetito la libertà; né credo ci sia memoria di altro imperio che l'abbia posseduta tutta che de' Romani, e quali la soggiogorono con grande virtù e grande violenza; e come si spense la repubblica e mancò la virtu degli imperatori, perdèrono facilmente lo imperio di Italia.
Però se la Chiesa romana si è opposta alle monarchie, io non concordo facilmente essere stata infelicità di questa provincia, poiché l'ha conservata in quello modo di vivere chè è più  secondo  la antiquissima consuetudine e inclinazione sua.

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