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Francesco Guicciardini
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Il proemio alla « Storia d' Italia »

 

La Storia d'Italia si apre con una sorta di vasta e mesta sinfonia.
L'autore rievoca con nostalgia accorata il passato splendore dell' Italia e indica le ragioni del suo tragico crollo.
Ma la desolazione dell'animo, che giunge a un senso sconsolato dei limiti dell'operare umano, è continuamente combattuta dall'intelligenza lucida del Guicciardini, dalla sua ferma volontà di comprendere, di chiarire a se stesso le cause della rovina.
Ne consegue uno stile severo e sostenuto, nel quale il sentimento è represso e dominato dall'acutezza della visione intellettuale.


lo ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra  in Italia, da poi che l'armi. de' Franzesi, chiamate da' nostri principi medesimi, cominciarono con grandissimo movimento a perturbarla: materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile, e piena di atrocissimi accidenti avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità, con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l'ira giusta d'Iddio, ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati.
Dalla cognizione de' quali casi, tanto varii e tanto gravi, potrà ciascuno, e per sé proprio e per bene pubblico, prendere molti salutiferi documenti; onde per innumerabili esempi evidentemente apparirà a quanta instabilità (né altrimenti che uno mare concitato da' vènti) siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a sé stessi ma sempre a' popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano; quando (avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e

convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune) si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.
Ma le calamità d'Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l'origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini, quanto le cose universali erano allora piu liete e piu felici.
Perché manifesto è che (dappoi che lo Imperio Romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare, alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito) non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile, quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l'anno della Salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti.
Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne' luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta ad altro imperio che de' suoi medesimi, non solo era abbondantissima d'abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata summamente dalla magnificenza di
molti principi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla Sedia e maestà della Religione,  fioriva d'uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva, secondo l'uso di quella età, di gloria militare; e ornatissima di tante doti, merita mente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.
Nella quale felicità, acquistata con varie occasioni, la conservavano molte cagioni, ma trall'altre, di consentimento comune, si attribuiva laude non piccola alla industria e virtù di Lorenzo de' Medici, cittadino tanto eminente sopra 'l grado privato  nella città di Firenze, che per consiglio suo si reggevano le cose di quella Repubblica, potente più per l'opportunità del sito, per gli ingegni degli uomini e per la prontezza de' danari, che per grandezza di dominio.
E avendosi egli congiunto, con parentado nuovo, e ridotto a prestare fede non

mediocre a' consigli suoi, Innocenzo VIII pontefice romano, era per tutta Italia grande il suo nome, grande nelle deliberazioni delle cose comuni l'autorità.
E conoscendo che alla Repubblica fiorentina e a sé proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de' maggiori potentati ampliasse più la sua potenza, procurava con ogni studio che le cose d'Italia in modo bilanciate si mantenessino, che più in una che in un' altra parte non pendessino;  il che, senza la conservazione della pace, e senza vegghiare  con somma diligenza ogni accidente benché minimo, succedere non poteva.
Concorreva nella medesima inclinazione della quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoli, principe certamente prudentissimo, e di grandissima estimazione; con tutto che molte volte per l'addietro avesse dimostrato pensieri ambiziosi e alieni da' consigli della pace, e in questo tempo fusse molto stimolato da Alfonso duca di Calabria, suo primogenito; il quale mal volentieri tollerava che Giovan Galeazzo Sforza, duca di Milano, suo genero, maggiore già di venti anni, benché d'intelletto incapacissimo, ritenendo solamente il nome ducale, fusse depresso e soffocato da Lodovico Sforza, suo zio.
Il quale, avendo più di dieci anni prima, per la imprudenza e impudichi costumi della madre Madonna Bona, presa la tutela di lui, e con questa occasione ridotte a poco a poco in potestà proprie le fortezze, le genti d'arme, il tesoro, e tutti i fondamenti dello Stato, perseverava nel governo; né come tutore o governatore, ma, dal titolo di duca di Milano in fuora, con tutte le dimostrazioni e azioni
da principe.
E nondimeno Ferdinando (avendo più innanzi agli occhi l'utilità presente che l'antica inclinazione, o la indegnazione del figliuolo, benché giusta) desiderava che Italia non si alterasse; perché, avendo provato pochi anni prima, con gravissimo pericolo, l'odio contro a sé de' Baroni e de' popoli suoi, e sapendo l'affezione che per la memoria delle cose passate molti de' sudditi avevano al nome della Casa di Francia, dubitasse che le discordie italiane non dessino occasione a' Franzesi di assaltare il reame di Napoli; o perché, per fare contrapeso alla potenza de' Viniziani, formidabile allora a tutta Italia, conoscesse essere necessaria l'unione sua con gli altri, e specialmente con gli Stati di Milano e di Firenze.
Né a Lodovico Sforza, benché di spirito inquieto e ambizioso, poteva piacere altra deliberazione; soprastando non manco a quegli che dominavano a Milano,

che agli altri, il pericolo del Senato Viniziano, e perché gli era più facile conservare nella tranquillità della pace che nelle molestie della guerra l'autorità usurpata.
E se bene gli fussino sospetti sempre i pensieri di Ferdinando e di Alfonso d'Aragona; nondimeno, essendogli nota la disposizione di Lorenzo de' Medici alla pace e insieme il timore che egli medesimamente avea della grandezza loro, e persuadendosi che, per la diversità degli animi e antichi odii tra Ferdinando
e i Viniziani, fusse vano il temere che tra loro si facesse fondata congiunzione, si riputava assai sicuro che gli Aragonesi non sarebbono accompagnati da altri a tentare contro a lui quello, che soli non erano bastanti a ottenere.

Il Guicciardini parla poi della Lega ltalica, conclusa nel 1455 fra Milano, Firenze, Roma, Napoli, Venezia, per mantenere l'equilibrio in Italia, intesa, però, in realtà, a frenare la brama di espansione dei Veneziani nella Penisola.

Raffrenava facilmente questa confederazione la cupidità del Senato Viniziano, ma non congiugneva già i Collegati in amicizia sincera e fedele.
Conciossiacosaché, pieni tra sé medesimi di emulazione e gelosia, non cessavano di osservare assiduamente gli andamenti l'uno dell'altro, sconciandosi scambievolmente tutti i disegni, per i quali a qualunque di essi accrescere si potesse o imperi o o riputazione: il che non rendeva manco stabile la pace, anzi destava in tutti maggior prontezza a procurare di spegnere sollecitamente tutte quelle faville, che origine di nuovo incendio essere potessino.

Tale era lo stato delle cose, tali erano i fondamenti della tranquillità d'Italia, disposti e contrapesati in modo, che non solo di alterazione presente non si temeva, ma né si poteva facilmente congetturare da quali consigli o per quali casi, e con quali armi si avesse a muovere tanta quiete.
Quando, nel mese di aprile dell'anno mille quattrocento novantadue, sopra venne la morte di Lorenzo de' Medici; morte acerba a lui per l'età (perché mori non finiti ancora quarantaquattro anni), acerba alla patria, la quale, per la reputazione e prudenza sua e per l'ingegno attissimo a tutte le cose onorate e eccellenti, fioriva maravigliosamente di ricchezze, e di tutti quegli beni e ornamenti da' qual s
uole essere nelle cose umane la lunga pace accompagnata.
Ma fu morte incomodissima ancora al resto d'Italia, cosi per l'altre operazioni le
quali da lui, per la sicurtà comune, continuamente si facevano, come perché era mezzo a moderare e quasi uno freno ne' dispareri e ne' sospetti, i quali, per diverse cagioni, tra Ferdinando e Lodovico Sforza, principi d'ambizione e di potenza quasi pari, spesse volte nascevano.

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