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Matilde Serao
La storia della leggenda
di Matilde Serao

Allora, quando comincia la storia spirituale della leggenda, io avevo diciassette anni, ero una molto povera fanciulla e una molto infelice alunna della Scuola Normale femminile. Non pensi, però, l'amica lettrice, a nulla di lugubre: poiché non vi è nessuna tristezza ad esser poveri, quando si è molto giovani: e, non so come, io ne traeva argomento di una costante allegrezza. In quanto alla mia infelicità come alunna, essa era, piuttosto, la infelicità dei miei professori. Difatti, a parte l'immancabile dieci che spettava sempre alla forsennata e puerile rettorica dei miei componimenti di lingua italiana, era impossibile, non a me, ma ai miei sventurati maestri darmi più di sette od otto, volendo adoperare la più misericordiosa indulgenza. Racconto questo, per dimostrare che allora, sedici anni fa, io non aveva neppure il più lontano desiderio, né la più lontana inclinazione a diventare un qualunque cronista dei fatti umani, giornalista o novelliere. Come tante altre mie buone compagne di scuola - così dolci nella memoria, i nomi vostri, care creature! - avrei strappato, non senza forti difficoltà, il diploma. di grado superiore: dopo, avrei fatto l'esame di concorso, altra tremenda pietra d'inciampo e sarei diventata, se il Dio della pedagogia mi aiutava, maestra elementare, in una prima classe inferiore. Ancora una volta, ciò non mi affliggeva affatto: e la gran risata clamorosa risuonava sempre, nel tetro corridoio della Scuola Normale, come nella piccola casa della Madonna dell' Aiuto, inesauribilmente, quasi che fossi stata messa al mondo per ridere a cuore aperto, contro ogni malinconia, contro ogni profonda tristezza. La cara mamma diceva sempre che ella, rientrando a casa, mi udiva ridere da santa Maria la Nova: e che ciò la confortava. Tu lo sapevi, o mamma, che io ridevo per farti sorridere!
Eppure, allora, proprio allora, in quell'ambiente non solo borghese, ma di assai piccola borghesia, senza avere pel capo una sola romanticheria, e senz'avere nel cuore una sola delle profonde mestizie donde gerrnina il lavoro di arte, chiedendo al destino solo l'umile e faticoso modo di aiutare la propria famiglia e se stessa, senza sogni, senza visioni, fra i tormenti della radice terza e le torture della macchina di Atwood, la storia della leggenda è principiata. Abitavamo in quella singolare regione popolana di Napoli, che è limitata da santa Maria la Nova, dal vico Mezzocannone, dal Gesù e dai Mercanti: bizzarra regione, niente fantastica, niente romantica, che contiene le piazze della Madonna dell' Aiuto, dei Banchi Nuovi e di san Giovanni Maggiore, e i cupi vicoli di Donnalbina, dell'Ecce-Homo, di san Girolamo alle Monache, e la bizzarrissima discesa di santa Barbara e la via di santa Chiara, fra claustrale e borghese. La regione dei fabbricanti di grossolani mobili, dove si sono arricchiti i Pisciotta e i Troise, celebri nell'ammobigliamento delle modeste case di Napoli e di provincia: la regione degli scultori e pittori di santi, dove, in fondo alle nere botteghe appariva la delicata figura di un' Assunzione con una guancia rosea e l'altra cerea, non ancora dipinta appariva l'emaciato volto di un san Francesco di Assisi e forse più di un ignoto Alonzo Cano si nascondeva in quelle nere botteghe, dove si facevano i santi! Regione popolana e pure mistica con le sue dodici chiese, con le sue sette cappelle, con le sue processioni interne, diciamo così, perché da una piazza a un'altra: regione di grandi palazzi antichi, stemmati e di piccole, ignobili case moderne, pienissime di gente, da soffocare: regione anche poveramente e malinconicamente turpe, verso la Posta, verso i Mercanti, verso Mezzocannone: regione sporca, sporchissima, ant'igienica, senz'aria, senza sole; cioè, il sole vi era soltanto sulle terrazze e noi
ogni tanto, ci creavamo una festa speciale, se potevamo avere la chiave di un terrazzo, nostro, o di una nostra vicina. Non facevamo che metterei al sole, lassù, cinque o sei fanciulle, lavorando all'uncinetto e ripetendo le quattro leggi dell'educazione ... quali sono?
Due, me ne rammento: armonia, convenienza ... e poi? Quanto sole, su quelle terrazze! Di lassù, noi vedevamo la gran regione oscura e sporca, triste tanto e intanto così cara a noi, e fiochissime ci arrivavano le voci popolane dei venditori: e ci sembrava che il sole fosse così alto e le vie così basse, umide e scure, che giammai esso avrebbe potuto penetrare nel fondo e asciugarle. Più di tutte, nero, nero, quel vicolo di Donnalbina, con due ruscelli di acque sudicie, con monticelli di immondizie qua e là raccolti, e dove sparsi; nero, non solo per la sua tetraggine naturale, per la sua sporcizia, ma nero anche per l'alta muraglia del monastero di Donnalbina. Un vicolo così nero - dissi io un giorno, dalla terrazza, dopo aver guardato, a lungo - e un così bianco nome, di donna bianca - Ahi, che la storia della mia prima leggenda di donn' Albina, donna Romita, donna Regina, non è cominciata diversamente! Le altre due leggi dell'educazione erano, sì, la gradazione e l'universalità; io avevo, è vero, un gran merletto all'uncinetto da compire, per quel principio di estate, se volevo avere un bel vestito nuovo: ma il primo sogno era sorto nella fantasia, ma da tutta quella tetraggine e da quella nerezza, Si era elevata la visione di un sottile bianco fantasma, ma io avevo visto la figura della candida donn' Albina svanire nel cielo azzurro, fulgido di sole. Chi ha sognato, sognerà: chi ha evocato un fantasma,. mnamoratamente, evocherà dal mondo degli spiriti, ogni alba, ogm crepuscolo, ogni notte, file di fantasmi: chi ha palpitato per una visione e le ha dato il proprio cuore e il proprio sangue, chiederà di palpitare per una divina visione, sino alla morte.
La prima leggenda napoletana Donnalbina, Donna Romita, Donna Regina fu scritta, però, sei anni dopo, fra il 1879 e il 1880, vale a dire, quando appena appena io avevo cominciato a scrivere qualche cosa, per i giornali; bozzetti - era il gran tempo dei bozzetti, quello - articoli e novellette. Dopo, nell'anno seguente scrissi tutte le altre leggende. Le scrissi per due ragioni. Anzi tutto, perché avevo scritto la prima. E una potente ragione, credetelo. Quando gli scrittori - non attribuisco nessuna idea pomposa a questa parola: scrittore, da scrivere - hanno scritto una breve cosa, che piaccia loro molto, per particolari ragioni o che abbia trovato molto compiacente il pubblico, vedono subito il libro. Sono come gli innamorati, gli scrittori. Alle volte l'uomo s'innamora fortemente e trova in questo amore un piacere spirituale, supremo; e non si accorge che, appunto, questa intensità quasi sovrumana, è dovuta alla fatale brevità dell'amore suo. L'uomo ripugna dalle cose brevi, gli sembrano ignobili, lo rattristano, gli danno il senso della caducità di ogni cosa: l'uomo non si rassegna a questo emblema della morte, e combattendo contro la oscura volontà delle cose, violentando la natura forza degli avvenimenti, cerca di prolungare la durata di quello che doveva esser finito. E si prolunga; ma il divino minuto è trascorso, e tutto è amarezza, tutto è cenere fredda e nauseante. Così, gli scrittori. Lampeggia loro un'idea, una soave forma di arte sorride loro: e invece di sobriamente contentarsi, essi vogliono dividere il lampo in cento fiammelle, essi tentano di suddividere il sorriso, malauguranti aritmetici, chimici sventurati! E scrittori e innamorati sarebbero più felici, se lasciassero morire tutto quello che deve morire; quanti mediocri libri di meno, quanti cuori spezzati di meno! Ma infine il mio peccato d'arte rassomiglia a quello di tanti altri, di me migliori, e colui che, dopo avere scritto un sonetto, o una novella,
o un ro
manzo non ha sognato la serie, il ciclo, colui che avendo una bella e lucida moneta d'oro, non ha voluto metterla in tante monete, purtroppo di argento o di rame, colui solo ha il diritto di biasimarrni.
Ahimè, non ve ne è nessuno forse!
L'altra ragione per cui, dopo la prima leggenda, io ho scritto tutte le altre, è questa. A meno di rarissime eccezioni, gli scrittori
meri
dionali sono provvisti, massime nei primissimi anni delle loro scritture, di una ricchezza ereditaria, atavistica di fantasie, o piuttosto di fantasticherie: e intorno al vivido rampollo del loro ingegno, è una frondosità bella, talvolta, ma senza frutto. Tutto questo bagaglio di fantasticherie è nel sangue meridionale, nei nervi, in fondo all'inchiostro, in punta alla penna: queste dolci e vecchie fantasticherie - ereditarie, ereditarie! - sembran quasi che siano vergate sulla carta a caratteri invisibili, e che appariscano, appena la penna vi si posi sopra. Che fare? Vi è chi si sfoga in versi, tanto che tutti gli scrittori italiani come quelli che non sono scrittori, hanno fatto dei sonetti, o qualche ode; ma chi firma queste notizie, non seppe mai comporre un verso. E che fare, di tutte queste fantasticherie, quando il mondo e l'arte chiedono uno studio limpido e schietto della verità, quando solo i grandi e piccoli dolori umani hanno bisogno di una storia, mentre la storia della nostra fantasia non interessa nessuno? Il viaggio dell'arte è lungo, faticoso, duro, bisogna buttar via l'antica zavorra; bisogna partire, lasciando i cari sogni, magari sospirando, magari rimpiangendo ciò che si abbandona; bisogna salutare le terre della immaginazione e andarsene nel rude paese della verità. E senza lamenti! Il nostro coraggio e la nostra forza stanno nell'accettare l'aspro lavoro, nell' austero ambiente, dove soltanto la coscienza ci sorregge: e se ne pare di essere in esilio, noi, antichi sognatori, figliuoli e nipoti di sognatori, noi non diremo che siamo esiliati.
Chi ha scritto le leggende napoletane, non le riscriverebbe:
esse sono per lui il paese abbandonato, il sogno svanito, l'anima
li
berata dal suo dolce morbo: il rimpianto è, forse, nel suo cuore, ma niuno può contaerne le lacrime segrete.
Matilde Serao

Mergellina, decembre 1890

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