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251

O misera et horribil visione!
E dunque ver che 'nnanzi tempo spenta
sia l'alma luce che suol far contenta
mia vita in pene et in speranze bone?
Ma come e che si gran romor non sone,
per altri messi, et per lei stessa il senta?
Or gia Dio et Natura nol consenta,
et falsa sia mia trista opinione.
A me pur giova di sperare anchora
la dolce vista del bel viso adorno,
che me mantene, e 'l secol nostro honora.
Se per salir a l'eterno soggiorno
uscita e pur del bel' albergo fora,
prego non tardi il mio ultimo giorno.

252
In dubbio di mio stato, or piango or canto,
et temo et spero; et in sospiri e 'n rime
sfogo il mio incarco: Amor tutte sue lime
usa sopra 'l mio core, afflicto tanto.
Or fia gia mai che quel bel viso santo
renda a quest'occhi le lor luci prime
(lasso, non so che di me stesso estime)?
o li condanni a sempiterno pianto;
et per prender il ciel, debito a lui,
non curi che si sia di loro in terra,
di ch'egli e il sole, et non veggiono altrui?
In tal paura e 'n si perpetua guerra
vivo ch'i' non so piu quel che gia fui,
qual chi per via dubbiosa teme et erra.

253
O dolci sguardi, o parolette accorte,
or fia mai il di ch'i' vi riveggia et oda?
O chiome bionde di che 'l cor m'annoda
Amor, et cosi preso il mena a morte;
o bel viso a me dato in dura sorte,
di ch'io sempre pur pianga, et mai non goda:
o chiuso inganno et amorosa froda,
darmi un piacer che sol pena m'apporte!
Et se talor da' belli occhi soavi,
ove mia vita e 'l mio pensero alberga,
forse mi ven qualche dolcezza honesta,
subito, a cio ch'ogni mio ben disperga
et m'allontane, or fa cavalli or navi
Fortuna, ch'al mio mal sempre e si presta.

254
I'pur ascolto, et non odo novella
de la dolce et amata mia nemica,
ne so ch'i' me ne pensi o ch'i' mi dica,
si 'l cor tema et speranza mi puntella.
Nocque ad alcuna gia l'esser si bella;
questa piu d'altra e bella et piu pudica:
forse vuol Dio tal di vertute amica
torre a la terra, e 'n ciel farne una stella;
anzi un sole: et se questo e, la mia vita,
i miei corti riposi e i lunghi affanni
son giunti al fine. O dura dipartita,
perche lontan m'ai fatto da' miei danni?
La mia favola breve e gia compita,
et fornito il mio tempo a mezzo gli anni.

255
La sera desiare, odiar l'aurora
soglion questi tranquilli et lieti amanti;
a me doppia la sera et doglia et pianti,
la matina e per me piu felice hora:
che spesso in un momento apron allora
l'un sole et l'altro quasi duo levanti,
di beltade et di lume si sembianti,
ch'anco il ciel de la terra s'innamora;
come gia fece, allor che' primi rami
verdeggiar, che nel cor radice m'anno,
per cui sempre altrui piu che me stesso ami.
Cosi di me due contrarie hore fanno;
et chi m'acqueta e ben ragion ch'i' brami,
et tema et odi chi m'adduce affanno.

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Far potess'io vendetta di colei
che guardando et parlando mi distrugge,
et per piu doglia poi s'asconde et fugge,
celando gli occhi a me si dolci et rei.
Cosi li afflicti et stanchi spirti mei
a poco a poco consumando sugge,
e 'n sul cor quasi fiero leon rugge
la notte allor quand'io posar devrei.
L'alma, cui Morte del suo albergo caccia,
da me si parte, et di tal nodo sciolta,
vassene pur a lei che la minaccia.
Meravigliomi ben s'alcuna volta,
mentre le parla et piange et poi l'abbraccia,
non rompe il sonno suo, s'ella l'ascolta.

257
In quel bel viso ch'i' sospiro et bramo,
fermi eran gli occhi desiosi e 'ntensi,
quando Amor porse, quasi a dir " che pensi? ",
quella honorata man che second'amo.
Il cor, preso ivi come pesce a l'amo,
onde a ben far per vivo exempio viensi,
al ver non volse li occupati sensi,
o come novo augello al visco in ramo.
Ma la vista, privata del suo obiecto,
quasi sognando si facea far via,
senza la qual e 'l suo bene imperfecto.
l'alma tra l'una et l'altra gloria mia,
qual celeste non so novo dilecto
et qual strania dolcezza si sentia.

258
Vive faville uscian de' duo bei lumi
ver' me si dolcemente folgorando,
et parte d'un cor saggio sospirando
d'alta eloquentia si soavi fiumi,
che pur il rimembrar par mi consumi
qualor a quel di torno, ripensando
come venieno i miei spirti mancando
al variar de' suoi duri costumi.
L'alma, nudrita sempre in doglia e 'n pene
( quanto e 'l poder d'una prescritta usanza!),
contra 'l doppio piacer si 'nferma fue,
ch'al gusto sol del disusato bene,
tremando or di paura or di speranza,
d'abandonarme fu spesso entra due.

259
Cercato o sempre solitaria vita
(le rive il sanno, et le campagne e i boschi)
per fuggir questi ingegni sordi et loschi,
che la strada del cielo anno smarrita;
et se mia voglia in cio fusse compita,
fuor del dolce aere de' paesi toschi
anchor m'avria tra' suoi bei colli foschi
Sorga, ch'a pianger et cantar m'aita.
Ma mia fortuna, a me sempre nemica,
mi risospigne al loco ov'io mi sdegno
veder nel fango il bel tesoro mio.
A la man ond'io scrivo e fatta amica
a questa volta, et non e forse indegno:
Amor sel vide, et sa 'l madonna et io.

260
In tale stella duo belli occhi vidi,
tutti pien' d'onestate et di dolcezza,
che presso a quei d'Amor leggiadri nidi
il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.
Non si pareggi a lei qual piu s'aprezza,
in qual ch'etade, in quai che strani lidi:
non chi reco con sua vaga bellezza
in Grecia affanni, in Troia ultimi stridi;
no la bella romana che col ferro
apre il suo casto et disdegnoso petto;
non Polixena, Ysiphile et Argia.
Questa excellentia e gloria, s'i' non erro,
grande a Natura, a me sommo diletto,
ma' che ven tardo, et subito va via.

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