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Canzoniere di Francesco Petrarca
 121-150

121
Or vedi, Amor, che giovenetta donna
tuo regno sprezza, et del mio mal non cura,
et tra duo ta' nemici e si secura.
Tu se' armato, et ella in treccie e 'n gonna
si siede, et scalza, in mezzo i fiori et l'erba,
ver' me spietata, e 'n contra te superba.
I' son pregion; ma se pieta anchor serba
l'arco tuo saldo, et qualchuna saetta,
fa di te et di me, signor, vendetta.

122
Dicesette anni a già rivolto il cielo
poi che 'mprima arsi, et gia mai non mi spensi;
ma quando aven ch'al mio stato ripensi,
sento nel mezzo de le fiamme un gielo.
Vero e 'l proverbio, ch'altri cangia il pelo
anzi che 'l vezzo, et per lentar i sensi
gli umani affecti non son meno intensi:
cio ne fa l'ombra ria del grave velo.
Oime lasso, e quando fia quel giorno
che, mirando il fuggir degli anni miei,
esca del foco, et di si lunghe pene?
Vedro mai il di che pur quant'io vorrei
quel'aria dolce del bel viso adorno
piaccia a quest'occhi, et quanto si convene?

123
Quel vago impallidir che 'l dolce riso
d'un'amorosa nebbia ricoperse,
con tanta maiestade al cor s'offerse
che li si fece incontr'a mezzo 'l viso.
Conobbi allor si come in paradiso
vede l'un l'altro, in tal guisa s'aperse
quel pietoso penser ch'altri non scerse:
ma vidil' io, ch'altrove non m'affiso.
Ogni angelica vista, ogni atto humile
che gia mai in donna ov'amor fosse apparve,
fora uno sdegno a lato a quel ch'i' dico.
Chinava a terra il bel guardo gentile,
et tacendo dicea, come a me parve:
Chi m'allontana il mio fedele amico?

124
Amor, Fortuna et la mia mente, schiva
di quel che vede e nel passato volta,
m'affligon si, ch'io porto alcuna volta
invidia a quei che son su l'altra riva.
Amor mi strugge 'l cor, Fortuna il priva
d'ogni conforto, onde la mente stolta
s'adira et piange: et cosi in pena molta
sempre conven che combattendo viva.
Ne spero i dolci di tornino indietro,
ma pur di male in peggio quel ch'avanza;
et di mio corso o gia passato 'l mezzo.
Lasso, non di diamante, ma d'un vetro
veggio di man cadermi ogni speranza,
et tutti miei pensier' romper nel mezzo.

125
Se 'l pensier che mi strugge,
com'e pungente et saldo,
cosi vestisse d'un color conforme,
forse tal m'arde et fugge,
ch'avria parte del caldo,
et desteriasi Amor la dov'or dorme;
men solitarie l'orme
foran de' miei pie' lassi
per campagne et per colli,
men gli occhi ad ognor molli,
ardendo lei che come un ghiaccio stassi,
et non lascia in me dramma
che non sia foco et fiamma.
Pero ch'Amor mi sforza
et di saver mi spoglia,
parlo in rime aspre, et di dolcezza ignude:
ma non sempre a la scorza
ramo, ne in fior, ne 'n foglia
mostra di for sua natural vertude.
Miri cio che 'l cor chiude
Amor et que' begli occhi,
ove si siede a l'ombra.
Se 'l dolor che si sgombra
aven che 'n pianto o in lamentar trabocchi,
l'un a me noce et l'altro
altrui, ch'io non lo scaltro.
Dolci rime leggiadre
che nel primiero assalto
d'Amor usai, quand'io non ebbi altr'arme,
chi verra mai che squadre
questo mio cor di smalto
ch'almen com'io solea possa sfogarme?
Ch'aver dentro a lui parme
un che madonna sempre
depinge et de lei parla:
a voler poi ritrarla
per me non basto, et par ch'io me ne stempre.
Lasso, cosi m'e scorso
lo mio dolce soccorso.
Come fanciul ch'a pena
volge la lingua et snoda,
che dir non sa, ma 'l piu tacer gli e noia,
cosi 'l desir mi mena
a dire, et vo' che m'oda
la dolce mia nemica anzi ch'io moia.
Se forse ogni sua gioia
nel suo bel viso e solo,
et di tutt'altro e schiva,
odil tu, verde riva,
e presta a' miei sospir' si largo volo,
che sempre si ridica
come tu m'eri amica.
Ben sai che si bel piede
non toccho terra unquancho
come quel di che gia segnata fosti;
onde 'l cor lasso riede
col tormentoso fiancho
a partir teco i lor pensier' nascosti.
Cosi avestu riposti
de' be' vestigi sparsi
anchor tra' fiori et l'erba,
che la mia vita acerba,
lagrimando, trovasse ove acquetarsi!
Ma come po s'appaga
l'alma dubbiosa et vaga.
Ovunque gli occhi volgo
trovo un dolce sereno
pensando: Qui percosse il vago lume.
Qualunque herba o fior colgo
credo che nel terreno
aggia radice, ov'ella ebbe in costume
gir fra le piagge e 'l fiume,
et talor farsi un seggio
fresco, fiorito et verde.
Cosi nulla se 'n perde,
et piu certezza averne fora il peggio.
Spirto beato, quale
se', quando altrui fai tale?
O poverella mia, come se' rozza!
Credo che tel conoschi:
rimanti in questi boschi.

126
Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole extreme.
S'egli e pur mio destino
e 'l cielo in cio s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
che lo spirito lasso
non poria mai in piu riposato porto
ne in piu tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l'ossa.
Tempo verra anchor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella et mansueta,
et la 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa et lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
gia terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
si dolcemente che merce m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta gia de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel di a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: " Qui regna Amore. "
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosi carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et si diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo d'esser in ciel, non la dov'era.
Da indi in qua mi piace
questa herba si, ch'altrove non o pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

127
In quella parte dove Amor mi sprona
conven ch'io volga le dogliose rime,
che son seguaci de la mente afflicta.
Quai fien ultime, lasso, et qua' fien prime?
Collui che del mio mal meco ragiona
mi lascia in dubbio, si confuso ditta.
Ma pur quanto l'istoria trovo scripta
in mezzo 'l cor (che si spesso rincorro)
co la sua propria man de' miei martiri,
diro, perche i sospiri
parlando an triegua, et al dolor soccorro.
Dico che, perch'io miri
mille cose diverse attento et fiso,
sol una donna veggio, e 'l suo bel viso.
Poi che la dispietata mia ventura
m'a dilungato dal maggior mio bene,
noiosa, inexorabile et superba,
Amor col rimembrar sol mi mantene:
onde s'io veggio in giovenil figura
incominciarsi il mondo a vestir d'erba,
parmi vedere in quella etate acerba
la bella giovenetta, ch'ora e donna;
poi che sormonta riscaldando il sole,
parmi qual esser sole,
fiamma d'amor che 'n cor alto s'endonna;
ma quando il di si dole
di lui che passo passo a dietro torni,
veggio lei giunta a' suoi perfecti giorni.
In ramo fronde, over viole in terra,
mirando a la stagion che 'l freddo perde,
et le stelle miglior' acquistan forza,
ne gli occhi o pur le violette e 'l verde
di ch'era nel principio de mia guerra
Amor armato, si ch'anchor mi sforza,
et quella dolce leggiadretta scorza
che ricopria le pargolette membra
dove oggi alberga l'anima gentile
ch'ogni altro piacer vile
sembiar mi fa: si forte mi rimembra
del portamento humile
ch'allor fioriva, et poi crebbe anzi agli anni,
cagion sola et riposo de' miei affanni.
Qualor tenera neve per li colli
dal sol percossa veggio di lontano,
come 'l sol neve, mi governa Amore,
pensando nel bel viso piu che humano
che po da lunge gli occhi miei far molli,
ma da presso gli abbaglia, et vince il core:
ove fra 'l biancho et l'aureo colore,
sempre si mostra quel che mai non vide
occhio mortal, ch'io creda, altro che 'l mio;
et del caldo desio,
che, quando sospirando ella sorride,
m'infiamma si che oblio
niente aprezza, ma diventa eterno,
ne state il cangia, ne lo spegne il verno.
Non vidi mai dopo nocturna pioggia
gir per l'aere sereno stelle erranti,
et fiammeggiar fra la rugiada e 'l gielo,
ch'i' non avesse i begli occhi davanti
ove la stancha mia vita s'appoggia,
quali io gli vidi a l'ombra di un bel velo;
et si come di lor bellezze il cielo
splendea quel di, cosi bagnati anchora
li veggio sfavillare, ond'io sempre ardo.
Se 'l sol levarsi sguardo,
sento il lume apparir che m'innamora;
se tramontarsi al tardo,
parmel veder quando si volge altrove
lassando tenebroso onde si move.
Se mai candide rose con vermiglie
in vasel d'oro vider gli occhi miei
allor allor da vergine man colte,
veder pensaro il viso di colei
ch'avanza tutte l'altre meraviglie
con tre belle excellentie in lui raccolte:
le bionde treccie sopra 'l collo sciolte,
ov'ogni lacte perderia sua prova,
e le guancie ch'adorna un dolce foco.
Ma pur che l'ora un poco
fior' bianchi et gialli per le piaggie mova,
torna a la mente il loco
e 'l primo di ch'i' vidi a l'aura sparsi
i capei d'oro, ond'io si subito arsi,
Ad una ad una annoverar le stelle,
e 'n picciol vetro chiuder tutte l'acque,
forse credea, quando in si poca carta
novo penser di ricontar mi nacque
in quante parti il fior de l'altre belle,
stando in se stessa, a la sua luce sparta
a cio che mai da lei non mi diparta:
ne faro io; et se pur talor fuggo,
in cielo e'n terra m'ha rachiuso i passi,
perch'agli occhi miei lassi
sempre e presente, ond'io tutto mi struggo.
Et cosi meco stassi,
ch'altra non veggio mai, ne veder bramo,
ne 'l nome d'altra ne sospir' miei chiamo.
Ben sai, canzon, che quant'io parlo e nulla
al celato amoroso mio pensero,
che di et nocte ne la mente porto,
solo per cui conforto
in cosi lunga guerra ancho non pero:
che ben m'avria gia morto
la lontananza del mio cor piangendo,
ma quinci da la morte indugio prendo.

128
Italia mia, benche 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo si spesse veggio,
piacemi almen che ' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero et l'Arno,
e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pieta che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion' che crudel guerra;
e i cor', che 'ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
ivi fa che 'l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.
Voi cui Fortuna a posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pieta par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perche 'l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
che 'n cor venale amor cercate o fede.
Qual piu gente possede,
colui e piu da' suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n'avene, or chi fia che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l'Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma 'l desir cieco, e 'ncontr'al suo ben fermo,
s'e poi tanto ingegnato,
ch'al corpo sano a procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansuete gregge
s'annidan si che sempre il miglior geme:
et e questo del seme,
per piu dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse si 'l fianco,
che memoria de l'opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piu bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l'erbe sanguigne
di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che 'l cielo in odio n'aggia:
vostra merce, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piu bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e 'n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga 'l sangue et venda l'alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d'altrui, ne per disprezzo.
Ne v'accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch'alzando il dito colla morte scherza?
Peggio e lo strazio, al mio parer, che 'l danno;
ma 'l vostro sangue piove
piu largamente, ch'altr'ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien se cosi vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
che 'l furor de lassu, gente ritrosa,
vincerne d'intellecto,
peccato e nostro, et non natural cosa.
Non e questo 'l terren ch'i' toccai pria?
Non e questo il mio nido
ove nudrito fui si dolcemente?
Non e questa la patria in ch'io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l'un et l'altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pieta guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertu contra furore
prendera l'arme, et fia 'l combatter corto:
che l'antiquo valore
ne gli italici cor' non e anchor morto.
Signor', mirate come 'l tempo vola,
et si come la vita
fugge, et la morte n'e sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
che l'alma ignuda et sola
conven ch'arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giu l'odio et lo sdegno,
venti contrari a la vita serena;
et quel che 'n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piu degno
o di mano o d'ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosi qua giu si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.
Canzone, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perche fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
gia de l'usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
Di' lor: " Chi m'assicura?
I' vo gridando: Pace, pace, pace. "

129
Di pensier in pensier, di monte in monte
mi guida Amor, ch'ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se 'n solitaria piaggia, o rivo, o fonte,
se 'nfra duo poggi siede ombrosa valle,
ivi s'acqueta l'alma sbigottita;
et come Amor l'envita,
or ride, or piange, or teme, or s'assecura;
e 'l volto che lei segue ov'ella il mena
si turba et rasserena,
et in un esser picciol tempo dura;
onde a la vista huom di tal vita experto
diria: Questo arde, et di suo stato e incerto.
Per alti monti et per selve aspre trovo
qualche riposo: ogni habitato loco
e nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un penser novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira 'l tormento ch'i' porto per lei;
et a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
ch'i' dico: Forse anchor ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui se' caro.
Et in questa trapasso sospirando:
Or porrebbe esser vero? or come? or quando?
Ove porge ombra un pino alto od un colle
talor m'arresto, et pur nel primo sasso
disegno co la mente il suo bel viso.
Poi ch'a me torno, trovo il petto molle
de la pietate; et alor dico: Ahi, lasso,
dove se' giunto! et onde se' diviso!
Ma mentre tener fiso
posso al primo pensier la mente vaga,
et mirar lei, et obliar me stesso,
sento Amor si da presso,
che del suo proprio error l'alma s'appaga:
in tante parti et si bella la veggio,
che se l'error durasse, altro non cheggio.
I' l'o piu volte (or chi fia che mi 'l creda?)
ne l'acqua chiara et sopra l'erba verde
veduto viva, et nel tronchon d'un faggio
e 'n bianca nube, si fatta che Leda
avria ben detto che sua figlia perde,
come stella che 'l sol copre col raggio;
et quanto in piu selvaggio
loco mi trovo e 'n piu deserto lido,
tanto piu bella il mio pensier l'adombra.
Poi quando il vero sgombra
quel dolce error, pur li medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d'uom che pensi et pianga et scriva.
Ove d'altra montagna ombra non tocchi,
verso 'l maggiore e 'l piu expedito giogo
tirar mi suol un desiderio intenso;
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e 'ntanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
alor ch'i' miro et penso,
quanta aria dal bel viso mi diparte
che sempre m'e si presso et si lontano.
Poscia fra me pian piano:
Che sai tu, lasso! forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira.
Et in questo penser l'alma respira.
Canzone, oltra quell'alpe
la dove il ciel e piu sereno et lieto
mi rivedrai sovr'un ruscel corrente,
ove l'aura si sente
d'un fresco et odorifero laureto.
Ivi e 'l mio cor, et quella che 'l m'invola;
qui veder poi l'imagine mia sola.

130
Poi che 'l camin m'e chiuso di Mercede,
per desperata via son dilungato
da gli occhi ov'era, i' non so per qual fato,
riposto il guidardon d'ogni mia fede.
Pasco 'l cor di sospir', ch'altro non chiede,
e di lagrime vivo a pianger nato:
ne di cio duolmi, perche in tale stato
e dolce il pianto piu ch'altri non crede.
Et sol ad una imagine m'attegno,
che fe' non Zeusi, o Prasitele, o Fidia,
ma miglior mastro, et di piu alto ingegno.
Qual Scithia m'assicura, o qual Numidia,
s'anchor non satia del mio exsilio indegno,
cosi nascosto mi ritrova Invidia?



131

Io canterei d'amor si novamente
ch'al duro fiancho il di mille sospiri
trarrei per forza, et mille alti desiri
raccenderei ne la gelata mente;
e 'l bel viso vedrei cangiar sovente,
et bagnar gli occhi, et piu pietosi giri
far, come suol chi de gli altrui martiri
et del suo error quando non val si pente;
et le rose vermiglie in fra le neve
mover da l'ora, et discovrir l'avorio
che fa di marmo chi da presso 'l guarda;
e tutto quel per che nel viver breve
non rincresco a me stesso, anzi mi glorio
d'esser servato a la stagion piu tarda.

132
S'amor non è, che dunque è quel ch'io sento?
Ma s'egli e amor, perdio, che cosa et quale?
Se bona, onde l'effecto aspro mortale?
Se ria, onde si dolce ogni tormento?
S'a mia voglia ardo, onde 'l pianto e lamento?
S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
O viva morte, o dilectoso male,
come puoi tanto in me, s'io no 'l consento?
Et s'io 'l consento, a gran torto mi doglio.
Fra si contrari venti in frale barca
mi trovo in alto mar senza governo,
si lieve di saver, d'error si carca
ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio,
et tremo a mezza state, ardendo il verno.

133
Amor m'a posto come segno a strale,
come al sol neve, come cera al foco,
et come nebbia al vento; et son gia roco,
donna, merce chiamando, et voi non cale.
Da gli occhi vostri uscio 'l colpo mortale,
contra cui non mi val tempo ne loco;
da voi sola procede, et parvi un gioco,
il sole e 'l foco e 'l vento ond'io son tale.
I pensier' son saette, e 'l viso un sole,
e 'l desir foco; e 'nseme con quest'arme
mi punge Amor, m'abbaglia et mi distrugge;
et l'angelico canto et le parole,
col dolce spirto ond'io non posso aitarme,
son l'aura inanzi a cui mia vita fugge.

134
Pace non trovo, et non ho da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.
Tal m'a in pregion, che non m'apre ne serra,
ne per suo mi riten ne scioglie il laccio;
et non m'ancide Amore, et non mi sferra,
ne mi vuol vivo, ne mi trae d'impaccio.
Veggio senza occhi, et non o lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et o in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

135
Qual più diversa et nova
cosa fu mai in qual che stranio clima,
quella, se ben s'estima,
piu mi rasembra: a tal son giunto, Amore.
La onde il di ven fore,
vola un augel che sol senza consorte
di volontaria morte
rinasce, et tutto a viver si rinova.
Cosi sol si ritrova
lo mio voler, et cosi in su la cima
de' suoi alti pensieri al sol si volve,
et cosi si risolve,
et cosi torna al suo stato di prima:
arde, et more, et riprende i nervi suoi,
et vive poi con la fenice a prova.
Una petra e si ardita
la per l'indico mar, che da natura
tragge a se il ferro e 'l fura
dal legno, in guisa che ' navigi affonde.
Questo prov'io fra l'onde
d'amaro pianto, che quel bello scoglio
a col suo duro argoglio
condutta ove affondar conven mia vita:
cosi l'alm'a sfornita
(furando 'l cor che fu gia cosa dura,
et me tenne un, ch'or son diviso et sparso)
un sasso a trar piu scarso
carne che ferro. O cruda mia ventura,
che 'n carne essendo, veggio trarmi a riva
ad una viva dolce calamita!
Ne l'extremo occidente
una fera e soave et queta tanto
che nulla piu, ma pianto
et doglia et morte dentro agli occhi porta:
molto convene accorta
esser qual vista mai ver' lei si giri;
pur che gli occhi non miri,
l'altro puossi veder securamente.
Ma io incauto, dolente,
corro sempre al mio male, et so ben quanto
n'o sofferto, et n'aspetto; ma l'engordo
voler ch'e cieco et sordo
si mi trasporta, che 'l bel viso santo
et gli occhi vaghi fien cagion ch'io pera,
di questa fera angelica innocente.
Surge nel mezzo giorno
una fontana, e tien nome dal sole,
che per natura sole
bollir le notti, e 'n sul giorno esser fredda;
e tanto si raffredda
quanto 'l sol monta, et quanto e piu da presso.
Cosi aven a me stesso,
che son fonte di lagrime et soggiorno:
quando 'l bel lume adorno
ch'e 'l mio sol s'allontana, et triste et sole
son le mie luci, et notte oscura e loro,
ardo allor; ma se l'oro
e i rai veggio apparir del vivo sole,
tutto dentro et di for sento cangiarme,
et ghiaccio farme, cosi freddo torno.
Un'altra fonte a Epiro,
di cui si scrive ch'essendo fredda ella,
ogni spenta facella
accende, et spegne qual trovasse accesa.
L'anima mia, ch'offesa
anchor non era d'amoroso foco,
appressandosi un poco
a quella fredda, ch'io sempre sospiro,
arse tutta: et martiro
simil gia mai ne sol vide, ne stella,
ch'un cor di marmo a pieta mosso avrebbe;
poi che 'nfiammata l'ebbe,
rispensela vertu gelata et bella.
Cosi piu volte a 'l cor racceso et spento:
i' 'l so che 'l sento, et spesso me 'nadiro.
Fuor tutti nostri lidi,
ne l'isole famose di Fortuna,
due fonti a: chi de l'una
bee, mor ridendo; et chi de l'altra, scampa.
Simil fortuna stampa
mia vita, che morir poria ridendo,
del gran piacer ch'io prendo,
se nol temprassen dolorosi stridi.
Amor, ch'anchor mi guidi
pur a l'ombra di fama occulta et bruna,
tacerem questa fonte, ch'ognor piena,
ma con piu larga vena
veggiam, quando col Tauro il sol s'aduna:
cosi gli occhi miei piangon d'ogni tempo,
ma piu nel tempo che madonna vidi.
Chi spiasse, canzone
quel ch'i' fo, tu poi dir: Sotto un gran sasso
in una chiusa valle, ond'esce Sorga,
si sta; ne chi lo scorga
v'e, se no Amor, che mai nol lascia un passo,
et l'immagine d'una che lo strugge,
che per se fugge tutt'altre persone.

136
Fiamma dal ciel su le tue treccie piova,
malvagia, che dal fiume et da le ghiande
per l'altrui impoverir se' ricca et grande,
poi che di mal oprar tanto ti giova;
nido di tradimenti, in cui si cova
quanto mal per lo mondo oggi si spande,
de vin serva, di lecti et di vivande,
in cui Luxuria fa l'ultima prova.
Per le camere tue fanciulle et vecchi
vanno trescando, et Belzebub in mezzo
co' mantici et col foco et co li specchi.
Gia non fustu nudrita in piume al rezzo,
ma nuda al vento, et scalza fra gli stecchi:
or vivi si ch'a Dio ne venga il lezzo.

137
L'avara Babilonia ha colmo il sacco
d'ira di Dio, e di vitii empii et rei,
tanto che scoppia, ed a fatti suoi dei
non Giove et Palla, ma Venere et Bacco.
Aspectando ragion mi struggo et fiacco;
ma pur novo soldan veggio per lei,
lo qual fara, non gia quand'io vorrei,
sol una sede, et quella fia in Baldacco.
Gl'idoli suoi sarranno in terra sparsi,
et le torre superbe, al ciel nemiche,
e i suoi torrer' di for come dentro arsi.
Anime belle et di virtute amiche
terranno il mondo; et poi vedrem lui farsi
aureo tutto, et pien de l'opre antiche.

138
Fontana di dolore, albergo d'ira,
scola d'errori, et templo d'eresia,
gia Roma, or Babilonia falsa et ria,
per cui tanto si piange et si sospira;
o fucina d'inganni, o pregion dira,
ove 'l ben more, e 'l mal si nutre et cria,
di vivi inferno, un gran miracol fia
se Cristo teco alfine non s'adira.
Fondata in casta et humil povertate,
contra' tuoi fondatori alzi le corna,
putta sfacciata: et dove ai posto spene?
Ne gli adulteri tuoi? ne le mal nate
richezze tante? Or Constantin non torna;
ma tolga il mondo tristo che 'l sostene.

139
Quanto più disiose l'ali spando
verso di voi, o dolce schiera amica,
tanto Fortuna con piu visco intrica
il mio volare, et gir mi face errando.
Il cor che mal suo grado a torno mando,
e con voi sempre in quella valle aprica,
ove 'l mar nostro piu la terra implica;
l'altrier da lui partimmi lagrimando.
I' da man manca, e' tenne il camin dritto;
i' tratto a forza, et e' d'Amore scorto;
egli in Ierusalem, et io in Egipto.
Ma sofferenza e nel dolor conforto;
che per lungo uso, gia fra noi prescripto,
il nostro esser insieme e raro et corto.

140
Amor, che nel penser mio vive et regna
e 'l suo seggio maggior nel mio cor tene,
talor armato ne la fronte vene,
ivi si loca, et ivi pon sua insegna.
Quella ch'amare et sofferir ne 'nsegna
e vol che 'l gran desio, l'accesa spene,
ragion, vergogna et reverenza affrene,
di nostro ardir fra se stessa si sdegna.
Onde Amor paventoso fugge al core,
lasciando ogni sua impresa, et piange, et trema;
ivi s'asconde, et non appar piu fore.
Che poss'io far, temendo il mio signore,
se non star seco infin a l'ora extrema?
Che bel fin fa chi ben amando more.



141

Come talora al caldo tempo sòle
semplicetta farfalla al lume avezza
volar negli occhi altrui per sua vaghezza,
onde aven ch'ella more, altri si dole:
cosi sempre io corro al fatal mio sole
degli occhi onde mi ven tanta dolcezza
che 'l fren de la ragion Amor non prezza,
e chi discerne e vinto da chi vole.
E veggio ben quant'elli a schivo m'anno,
e so ch'i' ne morro veracemente,
che mia vertu non po contra l'affanno;
ma si m'abbaglia Amor soavemente,
ch'i' piango l'altrui noia, et no 'l mio danno;
et cieca al suo morir l'alma consente.

142
A la dolce ombra de le belle frondi
corsi fuggendo un dispietato lume
che'nfin qua giu m'ardea dal terzo cielo;
et disgombrava gia di neve i poggi
l'aura amorosa che rinova il tempo,
et fiorian per le piagge l'erbe e i rami.
Non vide il mondo si leggiadri rami,
ne mosse il vento mai si verdi frondia
me si mostrar quel primo tempo:
tal che, temendo de l'ardente lume,
non volsi al mio refugio ombra di poggi,
ma de la pianta piu gradita in cielo.
Un lauro mi difese allor dal cielo,
onde piu volte vago de' bei rami
da po' son gito per selve et per poggi;
ne gia mai ritrovai tronco ne frondi
tanto honorate dal supremo lume
che non mutasser qualitate a tempo.
Pero piu fermo ognor di tempo in tempo,
seguendo ove chiamar m'udia dal cielo
e scorto d'un soave et chiaro lume,
tornai sempre devoto ai primi rami
et quando a terra son sparte le frondi
et quando il sol fa verdeggiar i poggi.
Selve, sassi, campagne, fiumi et poggi,
quanto e creato, vince et cangia il tempo:
ond'io cheggio perdono a queste frondi,
se rivolgendo poi molt'anni il cielo
fuggir disposi gl' invescati rami
tosto ch'incominciai di veder lume.
Tanto mi piacque prima il dolce lume
ch'i' passai con diletto assai gran poggi
per poter appressar gli amati rami:
ora la vita breve e 'l loco e 'l tempo
mostranmi altro sentier di gire al cielo
et di far frutto, non pur fior' et frondi.
Altr'amor, altre frondi et altro lume,
altro salir al ciel per altri poggi
cerco, che n'e ben tempo, et altri rami.

143
Quand'io v'odo parlar si dolcemente
com'Amor proprio a' suoi seguaci instilla,
l'acceso mio desir tutto sfavilla,
tal che 'nfiammar devria l'anime spente.
Trovo la bella donna allor presente,
ovunque mi fu mai dolce o tranquilla
ne l'habito ch'al suon non d'altra squilla
ma di sospir' mi fa destar sovente.
Le chiome a l'aura sparse, et lei conversa
indietro veggio; et cosi bella riede
nel cor, come colei che tien la chiave.
Ma 'l soverchio piacer, che s'atraversa
a la mia lingua, qual dentro ella siede
di mostrarla in palese ardir non ave.

144
Nè così bello il sol già mai levarsi
quando 'l ciel fosse piu de nebbia scarco,
ne dopo pioggia vidi 'l celeste arco
per l'aere in color' tanti variarsi,
in quanti fiammeggiando trasformarsi,
nel di ch'io presi l'amoroso incarco,
quel viso al quale, et son nel mio dir parco,
nulla cosa mortal pote aguagliarsi.
I' vidi Amor che ' begli occhi volgea
soave si, ch'ogni altra vista oscura
da indi in qua m'incomincio apparere.
Segnuccio, i' 'l vidi, et l'arco che tendea,
tal che mia vita poi non fu secura,
et e si vaga ancor del rivedere.

145
Pommi ove 'l sole occide i fiori et l'erba,
o dove vince lui il ghiaccio et la neve;
ponmi ov'e 'l carro suo temprato et leve,
et ov'e chi ce 'l rende, o chi ce 'l serba;
ponmi in humil fortuna, od in superba,
al dolce aere sereno, al fosco et greve;
ponmi a la notte, al di lungo ed al breve,
a la matura etate od a l'acerba;
ponmi in cielo, od in terra, od in abisso,
in alto poggio, in valle ima et palustre,
libero spirto, od a' suoi membri affisso;
ponmi con fama oscura, o con illustre:
saro qual fui, vivro com'io son visso,
continuando il mio sospir trilustre.

146
O d'ardente vertute ornata et calda
alma gentil chui tante carte vergo;
o sol gia d'onestate intero albergo,
torre in alto valor fondata et salda;
o fiamma, o rose sparse in dolce falda
di viva neve, in ch'io mi specchio e tergo;
o piacer onde l'ali al bel viso ergo,
che luce sovra quanti il sol ne scalda:
del vostro nome, se mie rime intese
fossin si lunge, avrei pien Tyle et Battro,
la Tana e 'l Nilo, Athlante, Olimpo et Calpe.
Poi che portar nol posso in tutte et quattro
parti del mondo, udrallo il bel paese
ch'Appennin parte, e 'l mar circonda et l'Alpe.

147
Quando 'l voler che con duo sproni ardenti,
et con un duro fren, mi mena et regge
trapassa ad or ad or l'usata legge
per far in parte i miei spirti contenti,
trova chi le paure et gli ardimenti
del cor profondo ne la fronte legge,
et vede Amor che sue imprese corregge
folgorar ne' turbati occhi pungenti.
Onde, come collui che 'l colpo teme
di Giove irato, si ritragge indietro:
che di gran temenza gran desire affrena.
Ma freddo foco et paventosa speme
de l'alma che traluce come un vetro
talor sua dolce vista rasserena.

148
Non Tesin, Po, Varo, Adige et Tebro,
Eufrate, Tigre, Nilo, Hermo, Indo et Gange,
Tana, Histro, Alpheo, Garona, e 'l mar che frange,
Rodano, Hibero, Ren, Sena, Albia, Era, Hebro;
non edra, abete, pin, faggio, o genebro,
poria 'l foco allentar che 'l cor tristo ange,
quant'un bel rio ch'ad ognor meco piange,
co l'arboscel che 'n rime orno et celebro.
Questo un soccorso trovo tra gli assalti
d'Amore, ove conven ch'armato viva
la vita che trapassa a si gran salti.
Cosi cresca il bel lauro in fresca riva,
et chi 'l pianto pensier' leggiadri et alti
ne la dolce ombra al suon de l'acque scriva.

149
Di tempo in tempo mi si fa men dura
l'angelica figura e 'l dolce riso,
et l'aria del bel viso
e degli occhi leggiadri meno oscura.
Che fanno meco omai questi sospiri
che nascean di dolore
et mostravan di fore
la mia angosciosa et desperata vita?
S'aven che 'l volto in quella parte giri
per acquetare il core,
parmi vedere Amore
mantener mia ragion, et darmi aita:
ne pero trovo anchor guerra finita,
ne tranquillo ogni stato del cor mio,
che piu m'arde 'l desio,
quanto piu la speranza m'assicura.

150
" Che fai alma? che pensi? avrem mai pace?
avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? "
" Che fia di noi, non so; ma, in quel ch'io scerna,
a' suoi begli occhi il mal nostro non piace. "
" Che pro, se con quelli occhi ella ne face
di state un ghiaccio, un foco quando inverna? "
" Ella non, ma colui che gli governa. "
" Questo ch'e a noi, s'ella s'el vede, et tace? "
" Talor tace la lingua, e 'l cor si lagna
ad alta voce, e 'n vista asciutta et lieta,
piange dove mirando altri non 'l vede. "
" Per tutto cio la mente non s'acqueta,
rompendo il duol che 'n lei s'accoglie et stagna,
ch'a gran speranza huom misero non crede.

Una data importante nella vita di Francesco Petrarca è l'incontro con una donna (Laura de Noves), nella chiesa di Santa Chiara in Avignone il 6 aprile 1327.  Essa fu cantata e trasfigurata dal poeta sotto il nome di Laura nel suo capolavoro, Il Canzoniere, intitolato con alquanta modestia  Rerum vulgarium fragmenta, cioè frammenti scritti in lingua volgare.

Leggi le Poesie di Francesco Petrarca