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Canzoniere di Francesco Petrarca
 121-150

121
Or vedi, Amor, che giovenetta donna
tuo regno sprezza, et del mio mal non cura,
et tra duo ta' nemici e si secura.
Tu se' armato, et ella in treccie e 'n gonna
si siede, et scalza, in mezzo i fiori et l'erba,
ver' me spietata, e 'n contra te superba.
I' son pregion; ma se pieta anchor serba
l'arco tuo saldo, et qualchuna saetta,
fa di te et di me, signor, vendetta.

122
Dicesette anni a già rivolto il cielo
poi che 'mprima arsi, et gia mai non mi spensi;
ma quando aven ch'al mio stato ripensi,
sento nel mezzo de le fiamme un gielo.
Vero e 'l proverbio, ch'altri cangia il pelo
anzi che 'l vezzo, et per lentar i sensi
gli umani affecti non son meno intensi:
cio ne fa l'ombra ria del grave velo.
Oime lasso, e quando fia quel giorno
che, mirando il fuggir degli anni miei,
esca del foco, et di si lunghe pene?
Vedro mai il di che pur quant'io vorrei
quel'aria dolce del bel viso adorno
piaccia a quest'occhi, et quanto si convene?

123
Quel vago impallidir che 'l dolce riso
d'un'amorosa nebbia ricoperse,
con tanta maiestade al cor s'offerse
che li si fece incontr'a mezzo 'l viso.
Conobbi allor si come in paradiso
vede l'un l'altro, in tal guisa s'aperse
quel pietoso penser ch'altri non scerse:
ma vidil' io, ch'altrove non m'affiso.
Ogni angelica vista, ogni atto humile
che gia mai in donna ov'amor fosse apparve,
fora uno sdegno a lato a quel ch'i' dico.
Chinava a terra il bel guardo gentile,
et tacendo dicea, come a me parve:
Chi m'allontana il mio fedele amico?

124
Amor, Fortuna et la mia mente, schiva
di quel che vede e nel passato volta,
m'affligon si, ch'io porto alcuna volta
invidia a quei che son su l'altra riva.
Amor mi strugge 'l cor, Fortuna il priva
d'ogni conforto, onde la mente stolta
s'adira et piange: et cosi in pena molta
sempre conven che combattendo viva.
Ne spero i dolci di tornino indietro,
ma pur di male in peggio quel ch'avanza;
et di mio corso o gia passato 'l mezzo.
Lasso, non di diamante, ma d'un vetro
veggio di man cadermi ogni speranza,
et tutti miei pensier' romper nel mezzo.

125
Se 'l pensier che mi strugge,
com'e pungente et saldo,
cosi vestisse d'un color conforme,
forse tal m'arde et fugge,
ch'avria parte del caldo,
et desteriasi Amor la dov'or dorme;
men solitarie l'orme
foran de' miei pie' lassi
per campagne et per colli,
men gli occhi ad ognor molli,
ardendo lei che come un ghiaccio stassi,
et non lascia in me dramma
che non sia foco et fiamma.
Pero ch'Amor mi sforza
et di saver mi spoglia,
parlo in rime aspre, et di dolcezza ignude:
ma non sempre a la scorza
ramo, ne in fior, ne 'n foglia
mostra di for sua natural vertude.
Miri cio che 'l cor chiude
Amor et que' begli occhi,
ove si siede a l'ombra.
Se 'l dolor che si sgombra
aven che 'n pianto o in lamentar trabocchi,
l'un a me noce et l'altro
altrui, ch'io non lo scaltro.
Dolci rime leggiadre
che nel primiero assalto
d'Amor usai, quand'io non ebbi altr'arme,
chi verra mai che squadre
questo mio cor di smalto
ch'almen com'io solea possa sfogarme?
Ch'aver dentro a lui parme
un che madonna sempre
depinge et de lei parla:
a voler poi ritrarla
per me non basto, et par ch'io me ne stempre.
Lasso, cosi m'e scorso
lo mio dolce soccorso.
Come fanciul ch'a pena
volge la lingua et snoda,
che dir non sa, ma 'l piu tacer gli e noia,
cosi 'l desir mi mena
a dire, et vo' che m'oda
la dolce mia nemica anzi ch'io moia.
Se forse ogni sua gioia
nel suo bel viso e solo,
et di tutt'altro e schiva,
odil tu, verde riva,
e presta a' miei sospir' si largo volo,
che sempre si ridica
come tu m'eri amica.
Ben sai che si bel piede
non toccho terra unquancho
come quel di che gia segnata fosti;
onde 'l cor lasso riede
col tormentoso fiancho
a partir teco i lor pensier' nascosti.
Cosi avestu riposti
de' be' vestigi sparsi
anchor tra' fiori et l'erba,
che la mia vita acerba,
lagrimando, trovasse ove acquetarsi!
Ma come po s'appaga
l'alma dubbiosa et vaga.
Ovunque gli occhi volgo
trovo un dolce sereno
pensando: Qui percosse il vago lume.
Qualunque herba o fior colgo
credo che nel terreno
aggia radice, ov'ella ebbe in costume
gir fra le piagge e 'l fiume,
et talor farsi un seggio
fresco, fiorito et verde.
Cosi nulla se 'n perde,
et piu certezza averne fora il peggio.
Spirto beato, quale
se', quando altrui fai tale?
O poverella mia, come se' rozza!
Credo che tel conoschi:
rimanti in questi boschi.

126
Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole extreme.
S'egli e pur mio destino
e 'l cielo in cio s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
che lo spirito lasso
non poria mai in piu riposato porto
ne in piu tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l'ossa.
Tempo verra anchor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella et mansueta,
et la 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa et lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
gia terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
si dolcemente che merce m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta gia de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel di a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: " Qui regna Amore. "
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosi carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et si diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo d'esser in ciel, non la dov'era.
Da indi in qua mi piace
questa herba si, ch'altrove non o pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

127
In quella parte dove Amor mi sprona
conven ch'io volga le dogliose rime,
che son seguaci de la mente afflicta.
Quai fien ultime, lasso, et qua' fien prime?
Collui che del mio mal meco ragiona
mi lascia in dubbio, si confuso ditta.
Ma pur quanto l'istoria trovo scripta
in mezzo 'l cor (che si spesso rincorro)
co la sua propria man de' miei martiri,
diro, perche i sospiri
parlando an triegua, et al dolor soccorro.
Dico che, perch'io miri
mille cose diverse attento et fiso,
sol una donna veggio, e 'l suo bel viso.
Poi che la dispietata mia ventura
m'a dilungato dal maggior mio bene,
noiosa, inexorabile et superba,
Amor col rimembrar sol mi mantene:
onde s'io veggio in giovenil figura
incominciarsi il mondo a vestir d'erba,
parmi vedere in quella etate acerba
la bella giovenetta, ch'ora e donna;
poi che sormonta riscaldando il sole,
parmi qual esser sole,
fiamma d'amor che 'n cor alto s'endonna;
ma quando il di si dole
di lui che passo passo a dietro torni,
veggio lei giunta a' suoi perfecti giorni.
In ramo fronde, over viole in terra,
mirando a la stagion che 'l freddo perde,
et le stelle miglior' acquistan forza,
ne gli occhi o pur le violette e 'l verde
di ch'era nel principio de mia guerra
Amor armato, si ch'anchor mi sforza,
et quella dolce leggiadretta scorza
che ricopria le pargolette membra
dove oggi alberga l'anima gentile
ch'ogni altro piacer vile
sembiar mi fa: si forte mi rimembra
del portamento humile
ch'allor fioriva, et poi crebbe anzi agli anni,
cagion sola et riposo de' miei affanni.
Qualor tenera neve per li colli
dal sol percossa veggio di lontano,
come 'l sol neve, mi governa Amore,
pensando nel bel viso piu che humano
che po da lunge gli occhi miei far molli,
ma da presso gli abbaglia, et vince il core:
ove fra 'l biancho et l'aureo colore,
sempre si mostra quel che mai non vide
occhio mortal, ch'io creda, altro che 'l mio;
et del caldo desio,
che, quando sospirando ella sorride,
m'infiamma si che oblio
niente aprezza, ma diventa eterno,
ne state il cangia, ne lo spegne il verno.
Non vidi mai dopo nocturna pioggia
gir per l'aere sereno stelle erranti,
et fiammeggiar fra la rugiada e 'l gielo,
ch'i' non avesse i begli occhi davanti
ove la stancha mia vita s'appoggia,
quali io gli vidi a l'ombra di un bel velo;
et si come di lor bellezze il cielo
splendea quel di, cosi bagnati anchora
li veggio sfavillare, ond'io sempre ardo.
Se 'l sol levarsi sguardo,
sento il lume apparir che m'innamora;
se tramontarsi al tardo,
parmel veder quando si volge altrove
lassando tenebroso onde si move.
Se mai candide rose con vermiglie
in vasel d'oro vider gli occhi miei
allor allor da vergine man colte,
veder pensaro il viso di colei
ch'avanza tutte l'altre meraviglie
con tre belle excellentie in lui raccolte:
le bionde treccie sopra 'l collo sciolte,
ov'ogni lacte perderia sua prova,
e le guancie ch'adorna un dolce foco.
Ma pur che l'ora un poco
fior' bianchi et gialli per le piaggie mova,
torna a la mente il loco
e 'l primo di ch'i' vidi a l'aura sparsi
i capei d'oro, ond'io si subito arsi,
Ad una ad una annoverar le stelle,
e 'n picciol vetro chiuder tutte l'acque,
forse credea, quando in si poca carta
novo penser di ricontar mi nacque
in quante parti il fior de l'altre belle,
stando in se stessa, a la sua luce sparta
a cio che mai da lei non mi diparta:
ne faro io; et se pur talor fuggo,
in cielo e'n terra m'ha rachiuso i passi,
perch'agli occhi miei lassi
sempre e presente, ond'io tutto mi struggo.
Et cosi meco stassi,
ch'altra non veggio mai, ne veder bramo,
ne 'l nome d'altra ne sospir' miei chiamo.
Ben sai, canzon, che quant'io parlo e nulla
al celato amoroso mio pensero,
che di et nocte ne la mente porto,
solo per cui conforto
in cosi lunga guerra ancho non pero:
che ben m'avria gia morto
la lontananza del mio cor piangendo,
ma quinci da la morte indugio prendo.

128
Italia mia, benche 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo si spesse veggio,
piacemi almen che ' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero et l'Arno,
e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pieta che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion' che crudel guerra;
e i cor', che 'ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
ivi fa che 'l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.
Voi cui Fortuna a posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pieta par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perche 'l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
che 'n cor venale amor cercate o fede.
Qual piu gente possede,
colui e piu da' suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n'avene, or chi fia che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l'Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma 'l desir cieco, e 'ncontr'al suo ben fermo,
s'e poi tanto ingegnato,
ch'al corpo sano a procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansuete gregge
s'annidan si che sempre il miglior geme:
et e questo del seme,
per piu dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse si 'l fianco,
che memoria de l'opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piu bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l'erbe sanguigne
di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che 'l cielo in odio n'aggia:
vostra merce, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piu bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e 'n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga 'l sangue et venda l'alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d'altrui, ne per disprezzo.
Ne v'accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch'alzando il dito colla morte scherza?
Peggio e lo strazio, al mio parer, che 'l danno;
ma 'l vostro sangue piove
piu largamente, ch'altr'ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien se cosi vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
che 'l furor de lassu, gente ritrosa,
vincerne d'intellecto,
peccato e nostro, et non natural cosa.
Non e questo 'l terren ch'i' toccai pria?
Non e questo il mio nido
ove nudrito fui si dolcemente?
Non e questa la patria in ch'io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l'un et l'altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pieta guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertu contra furore
prendera l'arme, et fia 'l combatter corto:
che l'antiquo valore
ne gli italici cor' non e anchor morto.
Signor', mirate come 'l tempo vola,
et si come la vita
fugge, et la morte n'e sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
che l'alma ignuda et sola
conven ch'arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giu l'odio et lo sdegno,
venti contrari a la vita serena;
et quel che 'n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piu degno
o di mano o d'ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosi qua giu si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.
Canzone, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perche fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
gia de l'usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
Di' lor: " Chi m'assicura?
I' vo gridando: Pace, pace, pace. "

129
Di pensier in pensier, di monte in monte
mi guida Amor, ch'ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se 'n solitaria piaggia, o rivo, o fonte,
se 'nfra duo poggi siede ombrosa valle,
ivi s'acqueta l'alma sbigottita;
et come Amor l'envita,
or ride, or piange, or teme, or s'assecura;
e 'l volto che lei segue ov'ella il mena
si turba et rasserena,
et in un esser picciol tempo dura;
onde a la vista huom di tal vita experto
diria: Questo arde, et di suo stato e incerto.
Per alti monti et per selve aspre trovo
qualche riposo: ogni habitato loco
e nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un penser novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira 'l tormento ch'i' porto per lei;
et a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
ch'i' dico: Forse anchor ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui se' caro.
Et in questa trapasso sospirando:
Or porrebbe esser vero? or come? or quando?
Ove porge ombra un pino alto od un colle
talor m'arresto, et pur nel primo sasso
disegno co la mente il suo bel viso.
Poi ch'a me torno, trovo il petto molle
de la pietate; et alor dico: Ahi, lasso,
dove se' giunto! et onde se' diviso!
Ma mentre tener fiso
posso al primo pensier la mente vaga,
et mirar lei, et obliar me stesso,
sento Amor si da presso,
che del suo proprio error l'alma s'appaga:
in tante parti et si bella la veggio,
che se l'error durasse, altro non cheggio.
I' l'o piu volte (or chi fia che mi 'l creda?)
ne l'acqua chiara et sopra l'erba verde
veduto viva, et nel tronchon d'un faggio
e 'n bianca nube, si fatta che Leda
avria ben detto che sua figlia perde,
come stella che 'l sol copre col raggio;
et quanto in piu selvaggio
loco mi trovo e 'n piu deserto lido,
tanto piu bella il mio pensier l'adombra.
Poi quando il vero sgombra
quel dolce error, pur li medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d'uom che pensi et pianga et scriva.
Ove d'altra montagna ombra non tocchi,
verso 'l maggiore e 'l piu expedito giogo
tirar mi suol un desiderio intenso;
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e 'ntanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
alor ch'i' miro et penso,
quanta aria dal bel viso mi diparte
che sempre m'e si presso et si lontano.
Poscia fra me pian piano:
Che sai tu, lasso! forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira.
Et in questo penser l'alma respira.
Canzone, oltra quell'alpe
la dove il ciel e piu sereno et lieto
mi rivedrai sovr'un ruscel corrente,
ove l'aura si sente
d'un fresco et odorifero laureto.
Ivi e 'l mio cor, et quella che 'l m'invola;
qui veder poi l'imagine mia sola.

130
Poi che 'l camin m'e chiuso di Mercede,
per desperata via son dilungato
da gli occhi ov'era, i' non so per qual fato,
riposto il guidardon d'ogni mia fede.
Pasco 'l cor di sospir', ch'altro non chiede,
e di lagrime vivo a pianger nato:
ne di cio duolmi, perche in tale stato
e dolce il pianto piu ch'altri non crede.
Et sol ad una imagine m'attegno,
che fe' non Zeusi, o Prasitele, o Fidia,
ma miglior mastro, et di piu alto ingegno.
Qual Scithia m'assicura, o qual Numidia,
s'anchor non satia del mio exsilio indegno,
cosi nascosto mi ritrova Invidia?

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