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Rinunzia_dei_beni_terreni
Il Figlio del mercante e la poesia religiosa -
di Piero Bargellini
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Un laico, Francesco d'Assisi, cittadino di un libero Comune, dette l'esempio, col suo "Cantico delle Creature", della prima poesia volgare religiosa. Dopo di lui l'Umbria fu piena

di "Iaudesi", che cantavano le lodi del Signore ».
Nel cuore dell'Umbria, sopra una vasta valle, si leva un monte ardito, chiamato Subasio. Intorno al Mille sorgevano su quel monte un monastero benedettino e un
maniero feudale. Sotto alle due isolate costruzioni, lungo il pendio del monte,
digradante verso il piano, s'allargò una città chiamata Assisi, che presto prese
l'assetto politico comunale.
Lungo le strette ed erte viuzze ben lastricate a spina di pesce, s'aprivano ad arco acuto le botteghe degli artigiani, e a quando a quando, più fondi, i magazzini dei mercanti. Tra i mercanti della città, i lanieri erano i più ricchi.
Uno di essi, chiamato Pietro di Bernardone, si distingueva fra gli altri per il suo spirito d'intraprendenza. Si spingeva fin sui mercati d'oltr'Alpe, in Francia, per acquistare merce, che rivendeva con largo profitto.
A questo mercante nacque, nel 1182, un figlio.
Il padre lo volle chiamare Francesco. Il nome Francesco voleva dire "francese ". Anche il panno che Pietro Bernardone commerciava si chiamava, in lingua volgare,
"panno francesco".
Il laniere assisiate, contento dei propri affari, chiamò, così, il proprio figlio col nome del suo ottimo panno.
Il bambino crebbe intelligente, spiritoso, ma, come quasi tutti i figlioli dei ricchi, delicato e malfermo di salute.
Il padre, tutto preso dagli affari, sempre dietro alla sua lana, che valeva oro, spesso assente dalla città, non si occupò molto della sua educazione.
La madre, buona e accondiscendente, lo lasciò libero di divertirsi.
Tra i giovani di Assisi, ben provvisto di denaro, spensierato e allegro, Francesco fu eletto, dai compagni, "principe della gioventù ".
Era lui che dava il tono alle feste e guidava gli amici nelle imprese più fatue.
Il titolo di « principe della gioventù» come gli era venuto, se ne sarebbe andato il giorno in cui si fosse messo al banco paterno a vendere panno francesco.
Ma il giovane sentiva nascere in cuore una grande ambizione. Figlio
di mercante, guardava al castello feudale e sognava di esser fatto cavaliere.
Se non che, la vita in quegli antichi nidi d'aquila diventava sempre più vuota.
Nei liberi comuni valeva più un mercante di lana che un nobile cavaliere.
Allora Francesco, che aveva grandi aspirazioni, guardava al monastero come
alla dimora degli eletti.
Ma anche nei monasteri non si svolgeva più la vita di una voltà.
I vari nuclei artigiani pulsavano più vigorosamente in quei centri agricoli.
Il giovane, nato e cresciuto in uno dei comuni laici, capì che il mondo ormai
s'allontanava tanto dai monasteri che dai castelli.
Gli uomini, sulle strade che univano le cìttà, correvano dietro alle balle di lana e alle monete d'oro. S'egli avesse accettato l'eredità paterna, si sarebbe messo sulla strada della ricchezza materiale, parlando il volgare dei laici, la lingua cioè, degli affari. Ispirato da Dio, acceso da nuova fede, egli pensò di percorrere le medesime
vie di tutti gli uomini, di usare la stessa loro lingua volgare, ma invece di parlare di cose materiali, parlare di cose spirituali; invece di panno francesco, parlare dell'anima immortale; .invece dell'oro, parlare di Dio.
Allora abbandona le brigate degli spensierati, si divìde violentemente dalla famiglia, rinunzia ad ogni ricchezza e ad ogni onore.
Bacia un lebbroso, sposa la povertà, vestendosi dì un rozzo sacco con una corda ai fianchi.
Non fugge lontano dagli uomini, in solitudine, ma, scalzo, scende sulle vie più battute; si ferma nei castelli più popolati, entra nelle città pìù floride ad annunziare, nuovamente, aì cristiani che rissano attorno a un fiorìno d'oro, ai cattolici che venderebbero anche il Battesimo, il dimenticato Vangelo di Crìsto.
E poiché i popoli non intendono più il solenne latino della Chiesa, poiché gli uomini d'affari non hanno né tempo, né modo, né vcglia di leggere i libri della fede, Francesco parla a tutti alla maniera dei giullari.
I giullari rievocano le gesta dei cavalieri e dei re.
Francesco invece è il giullare del Re dei Re; il cantore della più alta epopea.
Con la sua vita dà l'esempio di una felicità che non ha bìsogno di ricchezze materiali; con la sua parola incita all'amore e al sacrificio.
Egli definisce se stesso come « giullare di Dio ».
Anche lui è un po' commediante, ma un commediante santo, che fa la parte di Cristo, bruciando d'amore per il Signore e di carità per il prossimo.
Gesù è così contento di questa sua imitazione, che sul monte della Verna imprime il proprio sigillo sulle membra del sublime giullare: le cinque stimmate sanguinolenti.
Durante la sua appassionata predicazione, Francesco, che sa un po' di latino e un po' di francese, s'esprime in un linguaggio misto, dove però prevale il volgare umbro.
A volte compone qualche salmo in lingua ecclesiastica, ma alla fine della sua vita, dopo una nottata tormentosa, erompe in un canto di rìconoscenza per il Signore, che nel dolore concede la liberazione dell'anima e la gioia dello spirito.
Questo canto-preghiera gli esce dal labbro in lingua volgare.
Egli vuole che sìa scritto e ordina ai suoi seguaci di ricantarlo tra il popolo.
Risuona allora per le vie e per le piazze d'Italia l'infiammato
« Cantico delle creature », la prima poesia religiosa in volgare.
Il « Cantico delle creature» è una specie dì salmo, uno di quei bellissimi salmi, che, tradotti dalla Bibbia, i monaci cantano ogni giorno in coro.
Ma ìl cantico di San Francesco, benché ìspirato ai salmi biblici, è composto in un
momento di totale rapimento, in lingua volgare, da un originale cantore.
Non si può dire ancora poesia; è una preghiera di ringraziamento fiorita nel dolore. Una preghiera piena di nuovo amore per il Creatore, fresca d'ammirazione per tutte le creature, e soprattutto corsa dallo spirìto francescano, che consiste nella letizia conquistata attraverso il dolore.
Perché il grande insegnamento di San Francesco fu e rimane questo: essere lieti nelle pene; gioire nelle sofferenze; annegare il dolore nell'amore di Dio.
Dietro l'esempio lasciato da San Francesco, si formarono in Umbria compagnie di penitenti, che cantavano le lodi del Signore, o «Iaudi ".
Le laudi narravano con devozione episodi della vita di Gesù e della Vergine.
I cantori presero il nome di «Iaudesi».
Così il popolo del contado e della città ebbe la sua poesia.
Poesia volgare religiosa, composta quasi sempre da laudesi anonimi.



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