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Favola  di Lev Tolstoj
Il pescatore

Il nostro battello era fermo all'àncora presso la costa africana. Il tempo era bello e una buona brezza spirava dal mare. Ma verso sera il tempo mutò e l'aria si fece pesante. Dal deserto del Sahara, come da un immenso forno, venivano verso di noi masse d'aria infocata.
Poco prima del tramonto, il comandante uscì sul ponte e diede a tutti i marinai che avevano finito il loro turno il permesso di fare il bagno.
In un attimo essi calarono una vela, la immersero nel mare e la fissarono al battello ottenendo una specie di piscina. Poi si tuffarono.
Sul nostro battello c'erano anche due ragazzi.
Essi erano stati i primi a scendere in acqua. In quel piccolo bacino formato dalla vela, però, non si sentivano a loro agio, quindi uscirono nel mare aperto e incominciarono a gareggiare fra loro, per vedere chi nuotava più velocemente.
La mèta della loro gara era una piccola botte che serviva da boa. Essi nuotavano in quella
direzione con tutto il vigore e l'agilità dei loro giovani corpi.
Esili e allungati nell'acqua, essi sembravano lucertole.
Le forze del ragazzo che era davanti, a un certo momento, incominciarono a venir meno: egli stava per essere raggiunto e sorpassato dal suo compagno. Suo padre, un vecchio artigliere, che lo osservava compiaciuto dall'alto del ponte, gli gridò:
Non cedere! Avanti! Ancora uno sforzo!
A un tratto, un grido risonò sulla nave: Un pescecane!
E nello stesso istante, dal ponte, tutti potemmo veder affiorare dalle onde il dorso del mostro.
Il pescecane puntava dritto sui due nuotatori.
Al battello! Tornate al battello! Un pescecane! gridammo tutti insieme, disperatamente.
Ma i ragazzi non ci udirono e continuarono ad allontanarsi, ridendo forte.
l marinai misero subito in acqua un canotto, vi saltarono dentro e si gettarono sui remi con tutte le loro forze, cercando di correre in aiuto dei ragazzi.
Ma erano troppo lontani, mentre il pescecane, ormai, si trovava a meno di venti braccia dalla sua preda.
l ragazzi non avevano udito le grida che si erano levate a bordo e non avevano visto il pescecane. Ma uno di essi a un tratto si voltò, e allora noi sentimmo un urlo straziante e vedemmo i due amici separarsi.
A quel grido disperato, il vecchio artigliere che fino ad allora era rimasto immobile e impietrito, sembrò ridestarsi di colpo.
Si precipitò verso i cannoni, voltò la coda di un affusto, aggiustò il tiro e accese affannosamente la miccia.
Tutti guardavamo ansiosi. L'equipaggio intero tratteneva il respiro. Aspettavamo con angoscia lo scioglimento del dramma.
Il colpo partì. Vedemmo l'artigliere accasciarsi presso il cannone: si teneva le mani sugli occhi.
In un primo momento il fumo dello scoppio ci oscurò la vista: non sapevamo che cosa ne fosse del ragazzo e del pescecane.
Ma quando il fumo si fu dissipato sul mare, si udì un mormorio, prima sommesso, poi sempre più forte, che si levò da tutte le parti, seguito da un grido di gioia che scoppiò da tutti i petti esultanti.
Il vecchio artigliere si scoprì la faccia, si alzò, guardò verso il mare.
Si vedeva il ventre giallo del pescecane sballottato dalle onde.
In pochi minuti il canotto raggiunse i ragazzi e li ricondusse a bordo.

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