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Favola di Lev Tolstoj
Il passerotto Vispetto
 

In casa nostra, dietro l'imposta d'una finestra, un passero aveva fatto il suo nido, e ci aveva deposto cinque ovetti. lo e le mie sorelline eravamo state sempre Il a guardare il passero, mentre portava dietro quell'imposta ora una pagliuzza, ora una piumetta, e intrecciava il nido.
Ma quando poi ci depose le uova. noi fummo ancora più contente.
Il passero smise di fare quei voli con le piumette e la paglia, e rimase fermo a covare le sue uova. Un altro passero (ci spiegarono che uno era il marito, l'altro la moglie) portava alla moglie qualche verme, e così la nutriva.
Di lì a qualche giorno, noi sentimmo di dietro all'imposta un pigolio, e andammo a spiare che cosa era successo nel nido dei passeri.
C'erano dentro cinque minuscoli uccelletti nudi, senz'ali e senza piume; i loro beccucci erano gialli e teneri, le teste grosse grosse.
Essi ci parvero molto brutti, e non fummo più tanto contente di loro; soltanto di rado andavamo a guardare che cosa facevano. La madre, ogni tanto, li lasciava per cercar da mangiare, e quando ritornava, i passerotti pigolavano e spalancavano i loro beccucci gialli, e la madre li imbeccava con pezzettini di vermi.
Dopo una settimana, i piccoli passeri crebbero, si rivestirono di lanugine, e diventarono più belli: e allora noi tornammo a guardarli più spesso.
Una mattina, ci accostammo alla finestra per dare un'occhiata ai nostri passerotti, e vedemmo che la passera grossa giaceva morta dietro l'imposta.
Noi indovinammo che la passera, la sera prima, s'era appollaiata sull'imposta, ci si era addormentata, ed era rimasta schiacciata quando l'imposta era stata chiusa.
Prendemmo la passera e la gettammo fra l'erba.
I piccoli pigolavano, si sporgevano in fuori con le loro testoline e spalancavano i beccucci, ma non c'era nessuno che il nutrisse.
La nostra sorella più grande esclamò: Ecco che ora non hanno più matte, non hanno nessuno che
gli dia da mangiare: diamogli da mangiare noi!
Noialtre, tutte contente, prendemmo una scatoletta, la imbottimmo di ovatta, ci collocammo dentro il nido cogli uccelletti, e portammo tutto di sopra, in camera nostra.
Poi andammo a dissotterrare un po' di vermi, intingemmo nel latte un po' di pane, e ci mettemmo a imbeccare i passerotti.
Essi mangiavano bene, scrollavano le testoline, si ripulivano i beccucci contro le pareti della scatola, e tutti stavano allegri.
Così li imbeccammo per tutta la giornata, e ci divertimmo tanto con loro.
Il giorno dopo, quando andammo a guardare nella scatola, vedemmo che il passerotto più piccolo di tutti stava lì morto, con le zampette impigliate fra l'ovatta.
Noi lo buttammo via e togliemmo tutta la ovatta, in modo che qualcun altro non ci restasse impigliato: poi mettemmo dentro alla scatola un po' d'erba e di muschio.
Ma prima di sera, altri due passerotti arruffarono le loro corte penne, aprirono la bocca, chiusero gli occhi, e anche loro morirono.
Due giorni dopo, morì anche il quarto passerotto, e di tutti ne rimase uno solo.
Ci dissero che noi gli avevamo dato troppo da mangiare.
La nostra sorella piangeva per i suoi passeri, e l'ultimo passero lo volle imbeccare lei sola: noialtre stavamo a guardare.
L'ultimo passerotto, il quinto, era allegro, in buona salute e vispo: noi gli mettemmo nome Vispetto.
Questo Vispetto visse tanto a lungo, che già cominciava a volare e a riconoscere chi lo chiamava.
Tante volte che la nostra sorella gridava: Vispetto, Vispetto! lui volava subito lì, le si appollaiava sulla spalla, sulla testa o sul braccio, e lei gli dava da mangiare.
Poi si fece grande, e imparò a mangiare da sé.
Viveva con noi nelle stanze di sopra; qualche volta volava via dalla finestra; ma sempre tornava a passare la notte al suo posto, nella scatoletta.
Una mattina, non volò fuori affatto dalla sua scatoletta: le penne gli erano diventate umide, e lui le arruffava tutte, come avevano fatto gli altri passeri quando stavano per morire.
La nostra sorella non lasciava un momento Vispetto, gli stava sempre intorno; ma lui non mangiava niente, e non beveva più.
Tre giorni stette malato, e il quarto morì.
Quando noi lo vedemmo morto, a pancia per aria, con quelle zampette rattrappite, ci mettemmo tutt'e tre a piangere così forte, che la mamma venne su di corsa a sentire che cos'era successo. Quando entrò, vide sul tavolo il passero morto, e allora capì il nostro dolore.
La nostra sorella più grande restò per parecchi giorni senza mangiare, senza giocare, sempre a piangere.
Avvoltolammo Vispetto nelle nostre pezzuole più belle, lo deponemmo dentro una cassettina di legno, e lo seppellimmo in giardino, in una piccola fossa.
Poi, sulla piccola tomba, facemmo un monticello di terra, e sopra ci collocammo una lastrina di pietra.

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