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 Favola di Lev Tolstoj
La morte del ciliegio

Un ciliegio cresceva sul sentiero soffocando i piccoli nocciòli.
Da lungo tempo mi domandavo se lo dovessi abbattere o no.
Abbatterlo mi faceva pena. Questo ciliegio cresceva a dismisura: aveva già quasi cinquanta centimetri di diametro ed era alto circa dodici metri.
Era forcuto, cosparso di fiori bianchi e profumati. Il loro odore si sentiva di lontano.
Qualche tempo prima, avevo ordinato ad un contadino di abbatterlo.
E costui senza prima avvertirmi, aveva subito cominciato la sua opera.
Quando giunsi sul luogo, quel giorno, aveva già intaccato per sei centimetri il tronco: la linfa  sgorgava dalla ferita quando la scure lo colpiva.
Ormai non ci posso far più nulla, è destino che muoia mi disse con tristezza.
Afferrai anch'io una scure e mi posi ad aiutare quell'uomo.
Ogni lavoro ha un suo fascino particolare.
Assestavamo colpi diritti e di sbieco allargando sempre più il taglio che si avvicinava sempre più profondamente al midollo.
Ormai non pensavo più al ciliegio; pensavo solo ad abbatterlo al più presto,
Quando fui senza fiato, deposi la scure, e appoggiandomi al suo tronco, con tutto il mio peso, aiutato dal contadino, mi sforzavo di farlo piegare verso terra.
Lo scrollammo: l'albero tremava con tutte le sue foglie, e ci ricopriva di gocce di rugiada, e dei petali bianchi e profumati dei suoi fiori. 
Nel medesimo tempo, uno scricchiolio, che sembrava un lamento umano, scaturì dall'albero: un altro sforzo. Allora udimmo un urlo di dolore, l'albero cominciava a cedere: infine si abbatté ancora palpitante giaceva là, coi suoi rami e coi suoi fiori, sull'erba.
I rami e i fiori tremarono ancora un momento dopo la caduta dell'albero, poi restarono immobili.
Era una bella pianta! disse il contadino.
Fa male vederla così, A me faceva tanto male che mi allontanai in fretta a testa bassa.

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