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Libro primo 
Favola di Fedro
Il cervo alla fonte

Dimostra, questo racconto, che ci risulta più utile
ciò che si sprezza, alla prova, spesso, di ciò che si loda.

Bevuto ch'ebbe alla fonte, il cervo vi si trattenne,
e nello specchio dell'acqua mirò riflesso il suo corpo.
Mentre ne ammira le corna ramose e se ne compiace
e non gli garba la troppa esilità delle gambe,
dallo schiamazzo improvviso dei cacciatori atterrito,
prende a fuggire nel piano, e con la corsa leggera
scampa alla furia dei cani. Entra nel bosco: ma qui
s'impiglian quelle sue corna nei rami, e sì lo trattengono
che dai terribili morsi viene sbranato dai cani.
Si vuole ch'egli, spirando, dicesse queste parole:
«Me disgraziato! che troppo tardi m'avvedo quanto utili
fossero a me quelle gambe che avevo tanto in dispregio,
e quel che tanto lodavo, qual danno m'abbia recato!».

Cervus ad fontem
Laudatis utiliora, quae contemseris,
saepe inueniri testis haec narratio est.

Ad fontem cervus, cum bibisset, restitit
et in liquore vidit effigiem suam.
Ibi dum ramosa mirans laudat cornua
crurumque nimiam tenuitatem vituperat,
venantum subito vocibus conterritus
per campum fugere coepit et cursu levi
canes elusit. Silva tum excepit ferum,
in qua retentis impeditus cornibus
lacerari coepit morsibus saevis canum.
Tunc moriens vocem hanc edidisse dicitur:
«O me infelicem, qui nunc demum intellego,
utilia mihi quam fuerint, quae despexeram,
et, quae laudaram, quantum luctus habuerint».

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