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La Divina Commedia di Dante Alighieri

Purgatorio Canto XXIV

Ancora sesta cornice.


Forese dà notizie della sorella Piccarda, beata, e addita alcuni golosi, tra cui Bonagiunta da Lucca. Questi predice a Dante la cortese ospitalità, nella sua città, di una Gentucca, e ragiona con lui del vecchio e nuovo stile della lirica italiana. Predizione della morte di Corso Donati. Un secondo albero proibito: esempi di gola punita. L'angelo della sobrietà.

Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;
E l'ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de gli occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.
E io, continüando il mio sermone,
dissi: «Ella sen va su forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.
Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda;
dimmi s'io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda.»
«La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, triunfa lieta
ne l'alto Olimpo già di sua corona.»
Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch'è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.
Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l'altre trapunta,
ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la vernaccia.»
Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch'io però non vidi un atto bruno.
Vidi per fame a voto usar li denti
Ubaldin de la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.
Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.
Ma come fa chi guarda e poi si prezza
più d'un che d'altro, fe' io a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.
El mormorava; e non so che 'Gentucca'
sentiv'io là, ov'el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.
«O anima» diss'io, «che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,
e te e me col tuo parlare appaga.»
«Femmina è nata, e non porta ancor benda»
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch'uom la riprenda.
Tu te n'andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
Ma dì s'io veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
'Donne ch'avete intelletto d'amore'.
E io a lui: «I' mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando.»
«O frate, issa vegg'io» diss' egli, «il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i'odo!
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l'uno a l'altro stilo.»
E, quasi contentato, si tacette.
Come gli augei che vernan lungo il Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,
così tutta la gente che lì era,
volgendo il viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggiera.
E come l'uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
finchè si sfoghi l'affollar del casso,
sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?»
«Non so», rispuos'io lui, «quant'io mi viva,
ma già non fïa il tornar mio tanto tosto,
ch'io non sia col voler prima a la riva;
però che 'l loco u' fui a viver posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto.»
«Or va», diss'ei, «che quei che più n'ha colpa
vegg'io a coda d'una bestia tratto
inver la valle ove mai non si scolpa.
La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
Non hanno molto a volger quelle ruote»,
e drizzò gli occhi al ciel, «che ti fia chiaro
ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.
Tu ti rimani omai; ché il tempo è caro
in questo regno, sì ch'io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro.»
Qual esce alcuna volta di galoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,
tal si partì da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fur del mondo sì gran marescalchi.
E quando innanzi a noi intrato fue,
che gli occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,
parvermi i rami gravidi e vivaci
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora volto in laci.
Vidi gente sott'esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani
che pregano, e 'l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.
Poi si partì sì come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
«Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso.»
Sì tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam, dal lato che si leva.
«Ricordivi» dicea, «de maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Teseo combattér coi doppi petti;
e de gli Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando ver Madïan discese i colli.»
Sì, accostati a l'un de' due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.
Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.
«Che andate pensando sì voi sol tre?».
subita voce disse; ond'io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.
Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,
com'io vidi un che dicea: «S'a voi piace
montare in su, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace.»
L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
com' uom che va secondo ch'egli ascolta.
E quale, annunziatrice de gli albori,
l'aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
tal mi senti' un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti' mover la piuma,
che fé sentir d'ambrosia l'orezza.
E senti' dir: «Beati cui alluma
tanto di grazia, che l'amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,
esuriendo sempre quanto è giusto!»

Tutti i Canti del Purgatorio

1 Purgatorio - Canto I Dante Alghieri
2 Purgatorio - Canto II Dante Alghieri
3 Purgatorio - Canto III Dante Alghieri
4 Purgatorio - Canto IV Dante Alghieri
5 Purgatorio - Canto V Dante Alghieri
6 Purgatorio - Canto VI Dante Alighieri
7 Purgatorio - Canto VII Dante Alghieri
8 Purgatorio - Canto VIII Dante Alighieri
9 Purgatorio - Canto IX Dante Alighieri
10 Purgatorio - Canto X Dante Alghieri
11 Purgatorio - Canto XI Dante Alghieri
12 Purgatorio - Canto XII Dante Alghieri
13 Purgatorio - Canto XIII Dante Alghieri
14 Purgatorio - Canto XIV Dante Alghieri
15 Purgatorio - Canto XV Dante Alghieri
16 Purgatorio - Canto XVI Dante Alghieri
17 Purgatorio - Canto XVII Dante Alghieri
18 Purgatorio - Canto XVIII Dante Alghieri
19 Purgatorio - Canto XIX Dante Alghieri
20 Purgatorio - Canto XX Dante Alghieri
21 Purgatorio - Canto XXI Dante Alighieri
22 Purgatorio - Canto XXII Dante Alghieri
23 Purgatorio - Canto XXIII Dante Alghieri
24 Purgatorio - Canto XXIV Dante Alighieri
25 Purgatorio - Canto XXV Dante Alighieri
26 Purgatorio - Canto XXVI Dante Alghieri
27 Purgatorio - Canto XXVII Dante Alighieri
28 Purgatorio - Canto XXVIII Dante Alighieri
29 Purgatorio - Canto XXIX Dante Alghieri
30 Purgatorio - Canto XXX Dante Alighieri
31 Purgatorio - Canto XXXI Dante Alghieri
32 Purgatorio - Canto XXXII Dante Alghieri
33 Purgatorio - Canto XXXIII Dante Alghieri

Divina Commedia di Dante Alighieri

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