Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Giacomo Leopardi
Vita di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi il maggior poeta dell'Ottocento italiano, nacque a Recanati nel 1798 e morì a Napoli nel 1837. Suo padre, il conte Monaldo, era un gentiluomo provinciale, erudito di una certa qualità, ma di tendenze reazionarie. La madre, Adelaide Antici, di carattere severo, si sforzò per molti anni di risanare le gravi perdite inflitte al patrimonio familiare dal marito. Giacomo si forticò in questo ambiente angusto e talvolta ostile ai suoi progetti, dedicandosi interamente allo studio. Dai dieci anni in poi acquistò una conoscenza raffinata del latino e del greco, affrontando anche l'ebraico e compilando lavori di erudizione e di filologia, traduzioni, commentari; e questo considerevole sforzo gli guastò irrimediabilmente la salute. Smanioso di libertà, dopo un soggiorno di cinque mesi a Roma col consenso dei genitori (1822-23), poté lasciare Recanati solo nel 1825.
Affrontò allora una esistenza di duro lavoro e talvolta di miseria, a Milano, a Bologna, a Firenze, a Pisa, campando con i limitati proventi derivanti dal suo impegno letterario. Nella primavera del '30 si ha, in pratica, il definitivo distacco dalla famiglia, e comincia il sodalizio con Antonio Ranieri, un letterato napoletano che sarà il compagno dei suoi ultimi anni.
Le tappe di questa esistenza dolorosa e i documenti della sua formazione culturale nonché della sua speculazione filosofica sono consegnati all'Epistolario, così come i pensieri, gli spunti di critica, i ricordi, gli abbozzi dei suoi Canti si ritrovano nello Zibaldone, opera di eccezionale importanza per approfondire la conoscenza del poeta e dell'uomo. Circa duecento anni ci separano dagli estremi documenti della poesia leopardiana, i due canti, La Ginestra o il fiore del deserto e Il tramonto della
luna, che il poeta compose in una villa alle falde del Vesuvio, vicino Torre del Greco, dove era andato ad abitare con l'amico Antonio Ranieri mentre a Napoli infuriava il colera. Tanta distanza di tempo sarebbe sufficiente per raggelare l'opera di qualsiasi altro poeta, sia pure collocandola nelle dimensioni della classicità.
Con uno scrittore come Leopardi ci sentiamo invece condizionati da un rapporto di con temporaneità che, senza escludere il riconoscimento della sua autorità di classico, scuote le nostre quiete abitudini di lettori di poesia.
In particolare uno di quei due canti, La ginestra, ci appare sempre più come una sorta di testamento provvisorio, il cui patrimonio ideologico e sentimentale lo stesso poeta, un anno prima della morte, non ebbe il tempo di precisare. Ciò non toglie che ai nostri giorni esso non abbia trovato i suoi interpreti e i suoi destinatari o, più semplicemente, una coincidenza di atteggiamenti umani e intellettuali che sradica comunque la poesia leopardiana dal chiuso ambito, in cui la si è pur voluta limitare, della sua commovente e privata infelicità e la fa balzare nel mezzo della nostra storia contemporanea. Indirettamente, per esempio, uno scrittore come Albert Camus, l'autore del Mito di Sisifo, dello Straniero, della Peste, il fenno assertore di un esistenzialismo come tragica coscienza della desolata condizione umana, ci ha negli anni
del dopoguerra riproposto come  attuale l'eroica disperazione di Leopardi. Più direttamente, collegandosi al rifiuto leopardiano d'ogni facile consolazione, propagandato da progressisti e spiritualisti dell'Ottocento, e all'appello per una fraterna solidarietà contro un comune doloroso destino, cui La ginestra ci richiama, storici, critici e filosofi, come Luigi Salvatorelli, Walter Binni e Cesare Luporini, sollecitati da motivazioni etiche, democratiche o marxiste, hanno rivendicato un Leopardi eroico o progressivo, aperto comunque al futuro, che spetta all'interprete ancora valorizzare.
Certo ha sempre meno presa sulla nostra sensibilità l'immagine, accreditata da autorevoli lettori della poesia leopardiana e ancora fortemente resistente nelle scuole, di un Leopardi «idillico », il poeta che fa delle belle immagini uno strumento di consolazione della sua tragedia quotidiana.
La sostanza di quella poesia, davvero unica, ci si rivela oggi, anche nelle sue prove più felicemente risolte, di specie drammatica: reca i segni evidenti di un conflitto tra natura e oogione che fu personille e storico, proprio cioè dell'età in cui Leopardi visse e che il De Sanctis chiamò «ferrea », ma che si proietta al di là del suo tempo e della sua persona e che può sempre dirsi esemplare per il suo rifiuto di ogni soluzione facile e mistificatoria.
Parallelamente alla sua opera, anche le vicende del personaggio Leopardi, cosl povere di tratti esteriori e di quel colorito romantico che è proprio di tanti altri suoi contemporanei, ci appaiono più contrastate o almeno non esclusivamente imprigionate dentro quella «storia di un'anima» che il poeta stesso vagheggiò di scrivere sdoppiandosi in figure di romanzi rimasti allo stadio del progetto, ma che poi si volle mitizzare. La sua fu certo anche «una vita strozzata », come la chiamò Benedetto
Croce;  non tanto però in ragione delle logoranti infermità del poeta, quanto piuttosto per gli effetti, che egli più duramente degli altri ebbe la capacità di avvertire, di un teso contrasto tra le speranze, e le costrizioni, della solitudine e gli impegni, e le delusi'oni, dell'esperienza. È questa sofferta tensione che dà all'umana vicenda di Giacomo
Leopardi non il colorito patetico di una lacrimevole storia, ma l'eroico rilievo della consapevole infelicità 

Solitudine ed esperienza
La vita di Giacomo Leopardi si svolse fino all'età di ventiquattro anni nel chiuso ambiente di quello che egli chiamò il «natio ..borgo selvaggio », la cittadina di Recanati, dove il poeta nacque Qualche mese prima della sua nascita Recanati era stata occupata, come gli altri centri delle Marche, dalle truppe francesi che avevano sostituito alle amministrazioni pontificie delle repubbliche democratiche. Gli avvenimenti politici di quel travagliato periodo avevano esasperato l'ostentato atteggiamento reazionario del padre di Giacomo, il conte Monaldo, figura che si potrebbe dire pittoresca di sdegnoso avversario di ogni innovazione, tenacemente attaccato anche nelle forme esteriori (per cui s'imponeva la foggia tradizionale dei nobili e la spada) agli usi prerivoluzionari. Alla grandezza  dell'ingegno del suo giovane amico che defini « smisurata, spaventevole» in una lettera del 1819 a Pietro Brighenti. «Non vi potete immaginare - aggiungeva -quanto egli è grande, e quanto sa a quest'ora: chi dice che a Recanati non si può saper tutto (scusatemi) non sa quel che si dica.
Immaginatevi che Monti e Mai uniti insieme, siano il dito di un piede di quel colosso». Le lettere di Giacomo e gli appunti dello Zibaldone, cominciato anche a scrivere nel '17, denunciano con una concitazione e un ardore, che sono il segno di uno sfogo lungamente trattenuto, la maturazione di una crisi sentimentale e intellettuale che investe duramente il retrivo ambiente di Recanati incapace di ascoltarlo e di capirlo, quello soffocante della famiglia che gli impedisce qualsiasi autonoma iniziativa, la sua stessa educazione che gli ha fatto guadagnare lo scherno dei concittadini e familiari, presso i quali la sua cultura è giudicata saccenteria, la sua malinconia posa da filosofo e da «eremita ».
In quelle lettere e nelle pagine dello Zibaldone è anche chiaramente disegnato l'urto con l'ideologia paterna. II distacco dalla fede tradizionale, come del resto da ogni credenza religiosa, che non gli preme neppure di confutare ora che sta dolorosamente constatando dentro di sè e in ciò che lo circonda la vanità delle cose, la realtà del  solido nulla», è testimoniata fra l'altro dalla decisione di dismettere la veste di abatino che gli era stata fatta indossare dopochè, rivelatasi la sua deformità fisica, i genitori lo esortavano a darsi alla carriera ecclesiastica. In politica il suo passaggio alle idealità risorgimentali si configura per ora in una generica professione di fede patriottica, nel fastidio per l'avvilita condizione degli Italiani, in uno spasmodico desiderio di gloria e di azione: stato d'animo fondamentalmente alfieriano, sincerissimo nella sostanza ma psicologicamente esacerbato e letterario nelle motivazioni, quale poteva generarsi in una calda fantasia giovanile mortificata nel piccolo centro pontificio di Recanati, dove gli avvenimenti risuonavano a troppa distanza e senza il fervore immediato ed anche la concretezza delle proposte e della partecipazione.
Nascono in questo periodo (settembre e ottobre 1818) le due canzoni gemelle All'Italia e Sopra il monumento di Dante, stampate a Roma nel dicembre successivo.
Sul principio del 1819 scrive altre due canzoni che non stamperà,
Per una donna inferma di malattia lunga e mortale e Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo, nelle quali Leopardi stenta ad investire la materia cronachistica, prolissamente enunciata nei brutti titoli, con la sua accorata riflessione sulla giovinezza e la bellezza troncate dalla morte. Ma proprio in quell' anno si compie, come egl stesso poi precisò la sua «mutazione totale» e « il passaggio dallo stato antico al moderno », cioè dall'immaginazione poetica e dalla speranza di una raggiungibile felicità alla coscienza della «infelicità certa del mondo », quando, «privato dell'uso della vista e della continua distrazione della lettura », cominciò a sentire la sua condizione «in un modo assai più tenebroso» e « a divenir filosofo di professione (di poeta che era)»

Nel marzo 1817 e divenuto via via più fitto, con Pietro Giordani. L'autorevole letterato piacentino ebbe il merito di comprendere prontamente la gran-rigidità politica del padre faceva da pendant la rigidità di carattere della madre, Adelaide dei marchesi Antici, donna severa e niente affatto espansiva, tutta intesa a sanare le economie familiari, delle quali Monaldo si mostrava incurante, assorbito com'era da una sua non spregevole attività di poligrafo e dalla passione dei libri con i quali arricchiva la vasta biblioteca del palazzo, che poi volle, in contraddizione con i suoi principi oscurantisti, aperta al pubblico.
La biblioteca divenne presto il soggiorno preferito del precocissimo Giacomo, non insensibile ai giuochi d'infanzia, che anzi egli stesso organizzava per i minori fratelli Carlo e Paolina, ma sempre più infervorato dai successi che prontamente ricavava da uno studio « matto e disperatissimo », dal quale fu sette anni uscì con un patrimonio di nozioni eccezionalmente estese e approfondite, ma guastato nel corpo, che gli restò deforme, e indebolito nella vista fino a trischiare la cecità.
Nel 1812, a quattordici anni, aveva già compiuto gli studi sotto la guida di un precettore, il gesuita Sebastiano Sanchini, il quale fu allora licenziato « perchè -scrisse il padre -non aveva più altro da insegnagli ».
Intanto per proprio conto apprendeva il greco, l'ebraico, il fl'ancese, l'inglese e lo spagnolo, provandosi in esercitazioni poetiche ed erudite. Già nel 1809 aveva scritto quella che è forse la sua prima poesia: il sonetto La morte di Ettore; nel 1811 traduceva ed esponeva in ottava rima L'Arte poetica di Orazio; nel 1812 componeva due tragedie, La virtù indiana e Pompeo in Egitto, mostrandosi in quest'ultima, la sola rimasta, alfierianamente ostile alla tirannia di Cesare.
I suoi interessi oscillano in questo periodo tra erudizione settecentesca e cultura classica, con la tendenza, ancora in parte fanciuilesca, di andare « in traccia dell'indagine più pellegrina e recondita », dalla quale nascono nel 1813 la Storia dell'astronomia, nel '14 una serie di lavori di filologia greca, nel '15 un più elaborato repertorio d'erudizione, non privo però di vana saccenteria, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi.
Tutta questa produzione della puecizia e dell'adolescenza reca del resto il segno di una fervorosa assimilazione e quasi di un'emulazione dell'erudizione paterna; è congestionata e aneddotica e trova la sua soddisfazione, aridamente accademica e provinciale, nell'esibizione della dottrina e nelle compiaciute confutazioni delle false opinioni del passato, secondo lo schema messo in voga dal più vacuo enciclopedismo settecentesco. Monaldo non si sognava certo di possedere l'acume filologico del prodigioso Giacomo, ma ne improntava la nascente ideologia, come dimostra l'Orazione agli Italiani scritta da Leopardi per la sconfitta del Murat e tutta ispirata all'idea reazionaria che era da preferire un'Italia divisa e occupata dallo straniero ma in pace, anzichè un'Italia libera e unita ma nel disordine e nella guerra.
I suoi puerilia recano tuttavia qualche traccia di quello che sarebbe stato il futuro Leopardi: accenti vagamente malinconici, atteggiamenti eroici.
Ma a partire dal 1816, l'orizzonte culturale del Leopardi coffiincìa ad apparire più personalmente definito ed allargato. La cultul!a classica non provoca più soltanto la sua curiosità retorica e grammaticale, ma lo interessa nella dimensione dei suoi valori che l'addestramento filologico (continuato con un lavoro su M. Cornelio Frontone, finte traduzioni dal greco, come l'Inno a Nettuno, e finti ritrovamenti: le due anacreontiche adespote) gli consente di precisare in concreto, anche nei suoi aspetti linguistici e di stile; la lettura dei moderni, dall'Alfieri al Foscolo, dal Goethe a Madame de Stael lo fa uscire dal chiuso della sua educazione familiare e lo induce a fare i conti con le esigenze di una realtà culturale nuova che gli offre anche i modelli comparativi per comprendere e giudicare la situazione spirituale degli antichi e dei moderni che
sempre più poi sentirà come sua dialettica o conflitto interiore.
Le polemiche sul romanticismo, suscitate dall'articolo della StaeI - sull'utilità delle traduzioni, lo vedono ancora schierato, in una Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana del luglio 1816, tra i difensori della tradizione con argomenti che egli riprenderà nel 1818, ma in un contesto molto più ricco di motivazioni, che testimoniano un suo accoglimento di fatto di gran parte delle esigenze dei romantici: il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica. Al di là, però, di queste resistenze su posizioni attardate, il fatto nuovo di questi anni per Leopardi è costituito dalle relazioni che egli va stabilendo con editori e letterati dell'Italia settentrionale.
Nello Spettatore italiano e straniero, periodico deill'editore Stella di Milano, appare nell'estate del '16 la traduzione del primo libro dell'Odissea e l'anno dopo anche quelle del Moretum pseudovirgiliano e della Titanomachia di Esiodo, oltre a qualche scritto erudito e grammaticale. Contemporaneamente anche i contorni delle
sue esercitazioni poetiche, senza uscire dall'ambito del tirocinio arcadico ed accademico in vario stile (con l'abbozzo di un'altra tragedia, Maria Antonietta, la stesura di una cantica, Appressamento della morte, e dei Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccaio), acquistano un maggiore risalto compositivo.
Ancol'a scarsamente personali sono i versi del Primo amore ispirati da Gertrude Cassi-Lazzari, la cugina venuta da Pesaro col marito a trovare i Leopardi, per la quale Giacomo concepì un improvviso sentimento di cui registrò tutti i moti, con lucida capacità d'analisi, in un Diario d'amore.

Frasi del Film Il Giovane Favoloso

Ti possono interessare le Poesie di Giacomo Leopardi