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Racconto di Anna Frank - Sentirsi soli

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annafrank
27 Gennaio giornata della memoria,
Racconto di Anna Frank

Sentirsi soli


A dodici anni è terribilmente triste sentirsi soli, sfuggiti dai compagni e non compagni, persino dai genitori.
Gli sforzi di Katrientje per
vincere la propria timidezza e farsi amare dagli altri sono proprio commoventi: ella non ha parole di rimprovero verso le altre bambine che rifiutano di giocare con lei, o verso la madre che pur volendole bene non capisce la pena che le fa groppo alla gola.
Autrice del racconto è Anna Frank, una bambina ebrea che ha la stessa età della protagonista.
morta
a soli quindici anni in un campo di concentramento nazista,  Nel racconto troviamo motivi e stati d'animo che ricordano molte pagine del diario, pur avendo Anna un temperamento assolutamente diverso dalla protagonista del racconto (Anna è vivace, esuberante, estroversa, tutto il contrario di Katrientje insomma). Eppure anche Anna come Katrientje si sente spesso sola, abbandonata: da tutti e prova una pena immensa per non essere compresa soprattutto dalla mamma con la quae non riesce a legare per quanti sforzi faccia e nonostante sia convinta del grande affetto di sua madre per lei.
Questa è la storia di una bambina olandese che si chiamava Katrientje. Siccome era timda e sognatrice le compagne le avevano affibbiato il soprannome di « Slampientje» che in olandese vuoI dire, appunto, lenta, vaga, distratta.
Ma la povera Katrientjé soffriva molto di questo soprannome. Un giorno ella sedeva al sole, sulla pietra del vecchio mulino, vicino
alla fattoria. Pensava. Katrientje era una di quelle fanciulle tranquille, che parlano poco.
Se ne stava lì sola sola, col suo grembiule a quadri, assorta nei suoi sogni. Non le sarebbe mai saltato in mente di raccontare a qualcuno quello che aveva in testa, era troppo timida per per farlo e poi non aveva amiche né riusciva a farsene.
La sua mamma la credeva
un po' strana, e lei lo sentiva e ne soffriva immensamente.
Il babbo - era un agricol
tore - aveva troppo da fare per occuparsi di quella sua unica figlia.
Così Katrientje era la
sciata sola coi suoi pensieri: non che le dispiacesse, del resto, non aveva di meglio e si contentava di poco.
Ma in quella serata d'estate non riuscì a soffocare un gran sospiro, mentre i suoi occhi vagavano sui campi di grano. Come sarebbe stato divertente poter giocare laggiù con le altre bambine... come si rincorrevano, come ridevano...
«Eccole, si avvicinano, forse verranno da me... Ma vengono soltanto per ridermi in faccia, per burlarsi di me... » Ora poteva sentirle, la chiamavano col soprannome che lei odiava, e che spesso udiva sussurrare alle sue spalle: - Katrientje. Slampientje. - Come si sentiva infelice: se solo avesse potuto andare a casa, ma quelle le avrebbero dato la baia anche di più! Povera figliola: non sarà la prima volta che ti trovi così...sola; che provi tanta invidia per le altre bambine...
Katrientje, vieni dentro, la cena è pronta!
Un altro sospirone, e la bimba si alzò lentamente per obbedire alla madre.
Santo cielo: di nuovo col muso lungo... - brontolò la mamma mentre la bimba si avvicinava strascicando i piedi. - Che figliola allegra ci è capitata! Apri la bocca per una volta, parla, di' qualcosa... - La voce della donna era più aspra di quanto lei se ne rendesse conto.
Quella bimba era veramente un gran disappunto: avrebbe desiderato tanto una figliola allegra, piena di vita e di gioia.
Che vuoi, mamma? - mormorò Katrientje.
- Che ti ha preso di andartene per tutta la mattinata, a far nulla? Dove eri? Dove sei stata?
- Fuori... - La piccola sentì un groppo alla gola: la madre non riusciva a capire la sua timidezza e insisteva per sapere dove era andata. - Rispondimi a tono, per una volta.
Voglio sapere dove sei stata. E smettila con quel muso lungo, ne ho abbastanza.
L'accenno che le ricordava l'odiato soprannome, fece perdere il controllo a Katrientje che scoppiò a piangere.
E ora... che c'è? Ma sei proprio come una bimba piccina. Mi dirai dove hai passata la
mattinata... oppure è un segreto?
La povera piccola non poteva rispondere, i singhiozzi le impedivano di parlare. Si alzò da tavola, allontanò d'un tratto la sedia e corse via dalla stanza, piangendo. Si andò a rifugiare in soffitta, ove si buttò a giacere, disperata, fra i vecchi sacchi e le casse vuote.
La madre alzò le spalle e cominciò a sparecchiare: il modo di comportarsi della bambina non la meravigliava, anche prima aveva avuto « crisi » come quella. Meglio lasciarla sfogare, tanto non le avrebbe detto nulla, mettendosi subito a frignare. Una bambina di dodici anni!
Su in soffitta Katrientje a poco a poco si era calmata e aveva cominciato a pensare: ora sarebbe scesa, avrebbe raccontato alla mamma come aveva passato la mattinata seduta sulla pietra del mulino, e le avrebbe offerto di fare lei tutto in casa, quel pomeriggio. Così la mamma avrebbe veduto che era pronta a lavorare, e, se le avesse domandato perché era stata tutta la mattina con le mani in mano, le avrebbe spiegato la ragione: aveva avuto da pensare a qualcosa. Poi, venuta la sera, sarebbe andata in giro a vender le uova, e avrebbe comperato un regalino alla mamma: un ditale nuovo, d'argento, bellissimo, luccicante: aveva proprio i soldi che li volevano. .
Per un momento i suoi pensieri si fermarono che cosa non avrebbe dato per liberarsi da quel suo odioso nomignolo. Le venne un' idea: forse dopo aver comprato il regalino per la sua mamma, le sarebbe avanzato qualche soldo e avrebbe potuto comprare un sacchetto di dolci; li avrebbe divisi con le altre compagne. di scuola, così sarebbe diventata simpatica a tutti e l'avrebbero fatta giocare con loro. E allora si sarebbero accorte che anche lei sapeva essere allegra .come le altre, e l'avrebbero chiamata solamente col suo vero nome.
Se ne andò giù piano piano: ma quando, nel corridoio, incontrò la mamma che le domandò -ti sei asciugata gli occhi?, le mancò il coraggio, non seppe dirle quello che voleva, e scappò via, per lavare i vetri delle finestre prima che facesse buio.
All'imbrunire, andò in giro, col paniere pieno di uova. Dopo una mezz' ora di cammino, raggiunse la prima casa del villaggio. Una donna l'aspettava, già pronta sulla porta, con un piatto in mano:
Mi dai una dozzina
d'uova fresche, figliola cara?  - le domandò affettuosa e gentile. Katrientje le contò dodici uova la salutò e continuò il suo giro. In meno di mezz'ora il paniere era vuoto.
Si av
viò allora verso un negozietto del villaggio, dove vendevano un po' di tutto. Ora, nel suo paniere, c'era un bellissimo, splendente ditale, accanto a un sacchetto di caramelle, e Katrientje, molto contenta, riprese la via di casa. A mezza strada vide, da lontano, venirle incontro due delle compagne che l'avevano canzonata. Si fece forza per non scappar via e nascondersi, e, col cuore che le batteva, continuò a camminare verso di loro. - Eccola, eccola... Katrientje. Slampientje! - il cuore di Katrientje, diventò piccino piccino.
Cosa doveva fare? Prese il sacchetto di caramelle e l'offrì alle bambine: una di loro glielo strappò di mano e se la dette a gambe.
L'altra le corse dietro e scomparve dietro la cantonata, dopo aver tirato fuori la lingua in atto di canzonatura. Sola e disperata, Katrientje si lasciò andare sull'erba del viottolo e pianse, pianse tutte le sue lagrime. Era già buio quando, raccolto il cesto che le era caduto di mano, si avviò verso casa. Nascosto fra l'erba brillava un ditale d'argento.