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Poesia della Shoah di Bertolt Brecht - A coloro che verranno

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giorno della memoria
Per ricordare coloro che hanno subito la tragedia della shoah

Giornatala della memoria 27 gennaio
Poesia di Bertolt Brecht
A coloro che verranno
Le speranze del dopoguerra

Perfino negli anni più bui e cupi, nei quali era ormai evidente il rischio dello scoppio di una nuova guerra, gli intellettuali non persero del tutto la speranza di un futuro migliore, di un ‘epoca più «gentile», in cui l’uomo potesse riconquistare la sua dignità. Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, con la ritrovata libertà e democrazia e il fervore della ricostruzione, furono poi un ‘epoca di grandissime speranze e di fiducia nella possibilità dell’uomo di costruire un futuro migliore.
Nel 1938, quando compone questa poesia, Brecht è ben consapevole di vivere in «tempi bui», in cui d’altro non si può parlare, ad altro non si può pensare, se non alla terribile dittatura e alla strage che si sta preparando per tanti uomini.
Il poeta sente comunque la necessità di pensare al futuro, di giustificarsi nei confronti della generazione che verrà: gli uomini della stia generazione sono stati deboli, è vero, non hanno saputo impedire l’esplodere della violenza, non hanno potuto essere «gentili»; ma, combattendo per i valori della verità e della giustizia, forse riusciranno ad aprire la strada ad una società giusta e solidale in cui «all’uomo un aiuto sia l’uomo».

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta Una fronte distesa
vuoi dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
io mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici

che sono nell’affanno.
E vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
sono perduto).
«Mangia e bevi! », mi dicono: «E sii contento di averne».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d'acqua?
Eppure mangio e bevo.
Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tèma trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.
Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all'amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.
Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude6.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me ; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.
Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo:
anche l'odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l'ira per l'ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi
con indulgenza.