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Racconto di Giovanni Gutenberg - L'arte della stamperia

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L'arte della stamperia a Magonza





















La vera storia del primo libro stampato: Giovanni Gutenberg inventore




























A Magonza,1400 anni dopo la nascita di Gesù, Giovanni Gutenberg inventa l'arte della stamperia













Era già sera. Le ombre si addensavano sotto la volta altissima della Cattedrale di Haarlem, la città fiamminga dell'Olanda.
Un uomo era davanti all'altare e pareva immerso in una profonda preghiera.
Il sagrestano gli si avvicinò, e, facendo tintinnare le chiavi, disse: «Si chiude ». .
L'uomo lo guardò trasognato e uscì dalla chiesa per andarsi a sedere sopra una panca, sul sagrato. Poco dopo, il sagrestano lo raggiungeva e sedeva vicino a luì. .
« Che cosa ti affligge, fratello? ».
L'uomo aveva voglia di sfogarsi, il sagrestano - di ascoltare e, poco dopo, i due parlavano tra loro come vecchi amici.
« Mi chiamo Giovanni Gutenberg - diceva lo sconosciuto - e sono nativo di Magonza. Non ho avuto che un desiderio in tutta la mia vita: diffondere la Bibbia fra il popolo;
far conoscere, a tutti, questa immortale opera che parla di Dio.
Ma, purtroppo, tu lo sai, i libri bisogna scriverli .a mano, una parola dopo !'altra, sui fogli di pergamena, una riga dopo l'altra e così costano cari e soltanto i ricchi posso averli. Il popolo minuto non li avrà mai. lo cerco il sistema per poterli scrivere più rapidamente, ma non lo trovo.
Sono soltanto un modesto orologiaio; scolpisco anche il legno e taglio le pietre preziose, ma più in là non so andare.
« Pensa, fratello, che sono arrivato a chiudermi per molti anni in una cella del convento di Strasburgo, sempre per pensare alla maniera di "Sostituire la scricchiolante e lenta penna d'oca, con un sistema più rapido di scrittura, ma non ho trovato nulla.
Capisci, tu, Lorenzo Koster, che io ho dedicato tutta la mia vita a questo scopo e sono ancora a mani vuote? Ho girato tutta la Germania, sono andato in Svizzera, in Italia, e ora son qui a cercare, a domandare; ho voluto conoscere uomini famosi nelle scienze e nelle lettere, per sentire se qualcuno di essi ha trovato qualcosa per poter realizzare il mio sogno, ma nulla, nulla! ».
E Giovanni Gutenberg allargava le braccia in un gesto di desolazione.
« Sta a sentire, fratello. Anch'io ho dedicato tutta la mia vita a un sogno, che è simile al tuo. Ci ho lavorato giorno e notte, ma purtroppo ne è nata una opera rozza che, forse, non ha alcun valore.
Per me sì, vale molto. E' il lavoro, di tutta la mia vita.
Adesso te lo faccio vedere. Vieni con me».
I due uomini rientrarono, salirono una scaletta stretta e ripida, passarono in una stanza modesta, dove il sagrestano accese un fioco lumino a olio.
« Guarda, fratello, e dimmi il tuo parere».
Giovanni Gutenberg guardò. Erano tante tavolette, collocate l'una sopra l'altra, rozzamente scolpite come a quel tempo si usava per riprodurre timbri e figure, ma, invece di timbri e figure, queste portavano scolpiti dei caratteri.
« E' una grammatica latina - spiegò il sagrestano - e i caratteri sono scolpiti a rovescio.
Basta bagnare d'inchiostro la tavoletta, appoggiarla sopra un foglio di pergamena e la pagina viene riprodotta. Guarda, ti faccio vedere».
L'uomo trafficò un po' e poco dopo la pagina venne fuori, nitida e chiara.
« Che ne dici? Vi ho lavorato sopra tutta la vita! ».
Ma Giovanni pareva non udisse. Aveva afferrato la pagina fra le mani tremanti e il suo viso era illuminato di gioia.
« Mi puoi lasciare queste tavolette? Forse potrò farne qualcosa. Forse ho trovato! Che Dio ti benedica!».
Giovanni era tornato a Strasburgo e, chiuso in una cella del convento, con la sola compagnia del ticchettio degli orologi, lavorava chino sulle tavolette dell'amico sagrestano, con in mano la sgorbia e lo scalpello.
Intagliava quei caratteri, li separava l'uno dall'alto, e li metteva davanti a sè, amorosamente, come se si fosse trattato di quei gioielli che egli..cesellava con tanta abilità. Poi disponeva quei caratteri secondo le parole della Bibbia che egli teneva aperta davanti a sè: non più le parole della grammatica latina, ma le parole immortali di un libro immortale.
« E' questo! E' questo! » mormorava, fra sè, il vecchio Giovanni di Magonza, col viso illuminato dalla gioia.
Ed ecco, subito, disfare il suo lavoro, scomporre i caratteri, poi, pian piano, ricomporli, non più a formare la pagina di prima, ma una pagina diversa, e non era necessario, per questo, intagliare dei caratteri nuovi, ma si potevano usare sempre quelli, i rozzi caratteri scolpiti dal buon Lorenzo Koster.
Nella serena cella di 'Strasburgo, Giovanni continuò a lavorare in silenzio.
Voleva fabbricare i caratteri di metallo invece che di legno.
Il metallo è buono, è forte, è nitido: di metallo dovevano essere i caratteri per stampare la Bibbia, cento, mille Bibbie che avrebbero diffuso, fra il popolo, la parola di Dio. « Ma che cosa fa, il vecchio Giovanni, nella sua cella?» si chiedeva la gente, vedendo, fino a tarda notte, la sua finestra illuminata.
« Che cosa fa quello strambo Giovanni?» si chiedevano. perplessi, i monaci a cui egli aveva proibito di entrare nella sua cella sempre chiusa a chiavistello.
E si cominciò a parlare di stregoneria, d'incanti, e chissà anche di combutta col diavolo.
Giovanni fu interrogato, ma egli rispondeva evasivamente.
Allora gli fu fatto un vero processo.
A quei tempi non si scherzava con gli stregoni.
Si ricorreva anche a qualche tratto di corda e a qualche toccatina con ferri roventi.
« Confessa di far magia! ».
Ma Giovanni resisteva al dolore e non parlava.
Finalmente, potè tornare a Magonza e continuare nelle sue ricerche.
Il ferro era troppo duro, i caratteri bucavano il foglio; il piombo era troppo tenero, si schiacciava sotto la pressione del torchio.
Giovanni, ormai, non lavorava che alla sua invenzione, ma, essendo povero e non avendo mezzi, dovette rassegnarsi a svelare il suo segreto.
Ne parlò con Giovanni Faus, un ricco e poco scrupoloso gioielliere di Magonza e al suo furbo scrivano.
Questi capirono subito l'importanza dell'invenzione e dettero volentieri il loro denaro. Giovanni potè completare la sua invenzione; trovò che il piombo e l'antimonio davano la lega desiderata.
Quando i due astuti compari furono padroni del segreto, cacciarono via il povero inventore. Per più di dieci anni, Giovanni di Magonza errò per la Germania chiedendo giustizia. Ma egli era povero, sconosciuto; chi gli avrebbe dato retta?
Intanto, il furbo orefice vendeva a caro prezzo i libri che egli stampava.
Macchè stampare! Egli si era ben guardato dal dire come i libri erano fatti!
Ed aveva fatto giurare il segreto agli operai, pena la morte.
Tutti dovevano credere che i suoi libri erano scritti a mano, così perfetti, così uguali che si vendevano a vista d'occhio.
Ma perchè egli non voleva dire che erano stampati?
Perchè la gente diffidava delle nuove invenzioni e chissà quanti difetti avrebbe trovato in quei libri se avesse saputo che erano il frutto non del lavoro manuale, ma del lavoro di una macchina.
Il furbo orefice non voleva correre rischi.
Infine, venne la sorte a far giustizia. L'orefice e il furbo scrivano se ne andarono da questo mondo.
Gli operai si dispersero e, ormai liberi dal vincolo del giuramento, diffusero il segreto dappertutto. La gente, come già si poteva immaginare, gridò alla stregoneria, ma ormai il gran passo era fatto.
L'invenzione del vecchio Giovanri era dominio della civiltà.
Giovanni Gutenberg morì a 70 anni, povero e solo.
Forse il suo nome non sarebbe stato neppure ricordato se il figlio del gioielliere non avesse fatto scrivere in uno dei suoi libri stampati:
« E' a Magonza che la meravigliosa arte della stamperia fu inventata dall'ingegnosissimo Giovanni Gutenberg, mille e quattrocento anni dopo la nascita di Nostro Signore.
Cosicchè questa città deve essere pregiata e lodata in eterno, non solo dalla nazione tedesca, ma da tutto il mondo».
Racconto di Giovanni Gutenberg - L'arte della stamperia
 

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