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Giovedì
24 Maggio
2012    
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Quello scalatore alato di Bruno Roghi

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Nella primavera del 1934 Gino Bartali era un numero incollato su una schiena.
Nessuno sapeva bene chi fosse il corridore che, nella fase finale di una Milano-San Remo, aveva tentato di vincere staccando tutti i suoi avversari in salita.
Da quel giorno non lontano ad oggi l'anonimo ciclista è diventato il personaggio più importante, più famoso e più applaudito del ciclismo internazionale.
Tre anni, o poco più sono bastati a Gino Bartali per vincere due campionati italiani, due Giri d'Italia, un Giro di Francia.
Gino Bartali sopravviverà al Giro di Francia che ha vinto.
Quale la ragione misteriosa del raro privilegio?
È questa. L'atleta italiano non s'è limitato a essere il protagonista del Giro di Francia.
La sua corsa, la sua condotta, la sua figura, ne hanno fatto un personaggio che gli stranieri, soprattutto, non dimenticheranno.
Gino Bartali è stato, più che il protagonista, personaggio centrale del Giro di Francia.
Molti aspetti della gara di Bartali sono ammirabili e memorabili: lo stile delle sue scalate, la capacità di saper cogliere il momento più opportuno per lo scatto, la scioltezza della pedalata nei tratti di pianura, la decisione improvvisa di cimentarsi in talune volate che nessuno si sarebbe aspettato da lui.
Ma il dono che determina la personalità del campione, la virtù che gli esperti hanno esaltato,  insomma il «bartalismo», s'è visto nelle caratteristiche e nel ritmo delle volate.
Volate autentiche che l'atleta ha saputo spiccare a poche centinaia di metri dalla vetta della montagna.

Quello scalatore alato di Bruno Roghi
 

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