
Racconto di Giuseppe Fanciulli -
La mattina di Pasqua -
Suonarono le pievi all'alba, come chiamandosi l'un l'altra, per unirsi in un coro d'argento. Mandavano tocchi affrettati e lievi, svolgendo umili melodie intonate a una letizia uguale.
Cristina già desta ascoltava, e seguiva il suono festoso con una spinta di volo.
A quell'ora, nella sua casa di città, anche la mamma e il babbo erano desti; non lontani, perchè insieme con lei si preparavano ad andare incontro al Signore: si sarebbero riuniti nella preghiera e in quell'incontro.
Le campane dicevano:
Sorelle, sorelle cantiamo,
la festa grande è arrivata,
festa di fiori e di cuori
in gloria del Signore.
Din-dan! Din-dan!
Della morte
fu più forte!
Ora innalziamo il cantico
a Dio che tutto dona,
e a lui chiediamo supplici:
Sia di quest'ora il gaudio
vivo in eterno
e d'ogni morte
Più torte...
Din-dan!
Cuori bambini e vecchi, cuori alacri e stanchi seguivano
il canto; cuori sereni e afflitti; e anche cuori che restavano
chiusi e muti.
Sorelle, sorelle cantiamo!
Per la gloria del Signore
or la terra s'è infiorata...
Dan! Dan! Dan!
Il coro tutto vinceva: bisognava avere soltanto pietà per chi fosse rimasto fuori dalla sua onda gioiosa.
Cristina usci nell'aria fresca, accompagnata da Maddalena: la signora marchesa le avrebbe raggiunte con l'automobile.
Andavano a una chiesetta di frati francescani, costruita su un promontorio come un faro. I passi vibravano lungo la strada incassata, il sole ancor basso allungava le
ombre su quella terra bruna.
Ciuffi di rose molli di rugiada si affacciavano sui muri dei giardini.
Da rustiche porte e da bianchi cancelli qualcuno veniva sulla strada, un passo
nuovo si univa agli altri; il cielo era di un lucido azzurro e gli occhi guardavano lassù.
A un certo punto, come per il cadere di una tenda, si apri sulla sinistra l'immenso scenario. La pendice digradava rapida col cielo fino alla strada bianca e al mare: due infinite serenità congiunte nel balenio della luce.
Il promontorio scuro era assai vicino, e la chiesetta spiccava sulle rupi tutta rossa. Subito il vento portò il suono di una squilla sottile. Diceva:
Piccolina campanina
una voce di bambina
in quest' ora mattutina
vi richiama alla chiesina,
campanina
Piccolina...
Affrettarono il passo, presero una viuzza che un poco scendeva, e furono sull'antico sagrato, dinanzi alla chiesa rosea dal largo tetto.
Certi pinastri scontorti ombravano un murello, sul quale uomirii brurii stavano seduti in silenzio.
Cristina si affacciò da quel muro; si vedevano le rupi calare precipiti, in blocchi ferrigni; e laggiù un mare verdastro sciabordava sulla ghiaia, orlandosi di bianco.
Da quella parte, su un breve ripiano, si apriva una porta, e di là si scorgeva il piccolo chiostro dei frati.
In mezzo a un rettangolo verde emergeva una colonna e una Croce; il loggiato dalle rozze arcate aveva un pavimento di mattorii consunti, e tutta una freschezza di fiori traboccava più oltre, dal bordo di pietre antiche: violacciocche bianche e lionate,
ciuffi di serenelle, accese rose: viva primavera sotto a quel baldacchino di cielo, fermatosi lassù per una festa di secoli.
Ma già, al braccio di Maddalena, la signora marchesa scendeva la stradetta e arrivava sul sagrato. Entrarono insieme nella chiesa, si inginocchiarono nella fresca ombra.
Una campanella dètte un cenno, e un frate che indossava l'argentea pianeta salì l'altare illuminato. « In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti ».
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