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24 Maggio
2012    
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Il Santo della carità di Mimì Menicucci

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Ma l'ospedale fu sempre il luogo sognato e Vincenzo lo preferì

Buona Pasqua


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Il Santo della carità

A Ranquines, in Francia, nel 1576, nacque un bambino da una famiglia di poveri contadini. AI fonte battesimale fu chiamato Vincenzo. Crescendo si rivelò un brutto ragazzo con le gambe storte, la testa grossa, la spina dorsale deviata, i piedi informi. I suoi genitori, vistolo così poco adatto alla dura vita dei
campi, pensarono di farlo studiare. «Poi si farà prete", dissero. E Vincenzo diventò prete.
Non fu un prete ignorante.
Andò a perfezionare i suoi studi all'Università di Saragozza, famosa ai suoi tempi, anche se tumultuosa e disordinata. Vincenzo andò a Tolosa e si mise a dar lezioni. Un giorno partì per Marsiglia e qui gli capitò la più terribile avventura che potesse capitare a un uomo in quei tempi.
La nave dove egli si trovava venne assalita dai pirati. Vincenzo fu ferito al petto da una freccia e fu fatto schiavo. Dopo due anni venne liberato e decise di partire per Roma dove sperava di ottenere qualche cosa dal Papa.
Ne ottenne una ambasceria molto importante e che avrebbe potuto aprirgli un grande awenire.
Doveva recarsi presso il Re Enrico IV, quale messo del Papa. Ma Vincenzo non ne approfittò.
Egli non era un diplomatico. Preferì passare le sue giornate all'ospedale a curare gli infermi. Ma fu destino che egli ricevesse sempre delle altissime cariche.
Venne nominato confessore della Regina, moglie di Enrico IV.
Dopo qualche anno divenne precettore in casa di uno dei più grandi personaggi di Corte.
Ma l'ospedale fu sempre il luogo sognato e Vincenzo lo preferì alle grandi sale e alla vita fastosa.
A quell'epoca gli ospedali erano quello che di più orrendo si possa immaginare. L'igiene non era conosciuta neppure di nome. I malati venivano abbandonati a se stessi; tutti, affetti o no, da malattie contagiose, erano messi insieme, alla rinfusa, su poveri pagliericci; i morti seppelliti in fretta, spesso affioravano dalla terra.
Le epidemie si propagavano con rapidità fulminea. Vincenzo, impotente davanti a queste tragedie, dovette limitarsi a curare gli infermi con spirito di carità cristiana, dicendo loro parole buone, consolandoli, tentando di alleviare i loro mali, sforzandosi di curarli come meglio poteva e sapeva.
Ma la sua opera non doveva limitarsi agli ospedali. C'erano altri luoghi dove languivano e soffrivano creature forse più infelici dei malati.
Erano le carceri. Il signore, presso cui Vincenzo stava, era generale delle prigioni e Vincenzo ottenne di visitare quei luoghi d'orrore dove i prigionieri erano legati al muro con grosse catene, in antri sotterranei, senza aria, nè luce, oppure relegati in orrende celle, gelide e buie.
Ma i più derelitti erano i condannati alle galere. Nudi fino alla cintola, con i piedi incatenati, i forzati dovevano manovrare un remo lungo una ventina di metri e, ad ogni più piccolo segno di debolezza, "aguzzino, che aveva l'incarico di sorvegliarli, li frustava senza pietà.
Vincenzo, divenuto cappellano delle galere, confortò quei disgraziati, portò loro dei viveri, comunicò notizie alle famiglie, com! potè. Un giorno vide un forzato cIle piangeva pensando ai figli e alla moglie. Vincenzo, eroicamente, prese il suo posto perchè quello potesse tornare a rivedere la famiglia e restò incatenato al remo per lunghi mesi.
Una vita eroica, la sua, che costruì qualcosa di essenziale. Così sorsero le missioni, gli ospedali,. dove le « Suore di carità ", che oggi tutto il mondo conosce, prestarono e prestano le cure pietose agli infermi. Quando Vincenzo de' Paoli morrà, la sua grande opera, la più grande opera di fraternità umana, avrà
avuto uno sviluppo impensato.
E' il 27 settembre 1660. Vincenzo non era più di questa vita mortale e coloro che lo assistettero, nel rivestire piamente la sua spoglia, videro che le sue povere
gambe, deformate per tanto camminare alla ricerca dei poveri e degli sventurati, erano terribilmente piagate.
 Erano le piaghe che il Santo della carità aveva riportato quando aveva preso il posto del galeotto.
Il Santo della carità di Mimì Menicucci
 

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