Racconti di Natale per le feste di Natale
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Il presepio non mi è mai piaciuto
di Pippo Dalla Vecchia
Ebbene sì, lo confesso subito: traditore, anticipai Lucariello.
il presepio non mi è mai piaciuto. Mi ero appena lasciato a camminare e contemporaneamente mi fu impedito di mettere le mani nella vecchia cassetta di liquori trasformata da mia madre nel deposito pastori di famiglia. il presepio di polverosa cartapesta e sughero messo a dormire per undici mesi e passa sull'armadio della cameriera, solo a guardarlo mi metteva addosso una tristezza infinita. La nonna di mia madre, Concetta Cuciniello, dai pronipoti Dalla Vecchia
detta «nonna vecchiarella», apparteneva a quel Michele Cuciniello, architetto e drammaturgo che donò alla città di Napoli il suo famosissimo presepio.
Mio padre, alla testa di tutta la famiglia -moglie e otto figli -una volta l'anno ci
conduceva intruppati a San Martino ad ammirare il «presepio di famiglia».
Ad ogni visita trovavo sempre più insopportabile l'idea che questo mio lontanissimo parente avesse donato tutto quel po' di ben di Dio al museo, ignorando completamente i diritti dei discendenti.
Passavano gli anni, più crescevo e più mi sentivo a tutti gli effetti diseredato.
Da grande il presepio si è allontanato sempre più da me.
Un parente acquisito, molto ricco, raccoglieva pastori.
Ogni qualvolta metteva le mani su qualche «pezzo» di valore mi asfissiava con la descrizione della trattativa e la conclusione positiva, auto compiacendosi per il grande affare. A me, povero in canna, tutto ciò dava un fastidio senza fine.
Ho raccolto tutto o quasi tutto nella mia vita, dalle cose più inutili a cose, per la verità, molto belle, ma non mi è mai passato per la testa di collezionare pastori.
Da quelli, almeno, mi sono salvato. Per la verità, una volta soltanto un pensierino l'avevo fatto.
Un antiquario di via Carlo Poerio anni fa teneva esposta in una sua vetrinetta una figura presepiale attribuita a Giuseppe Gori, una popolana che mi attirava per la sua
sguaiata naturalezza.
La mia indecisione nell'acquistarla durò tanto a lungo che l'antiquario ebbe anche il tempo di morire. Ebbi così la conferma che per i pastori non era cosa.
Si è scritto e pubblicato tanto sul presepio, su questa tradizione che tanto affascina anche i non napoletani.
Volumi bellissimi sono stati editi a cura di storici dell'arte, di valenti studiosi, di colti e raffinati collezionisti, tutte pubblicazioni arricchite da splendide illustrazioni di
massi presepiali, i cosidetti «scogli», Re Magi, pastori, animali, finimenti, costumi e scarabattole regali. li giornale «Il Mattino» due anni fa ha regalato ai suoi lettori
sessanta magnifiche tavole corredate da una esaustiva presentazione.
Cosa posso aggiungere a tutto ciò io che non sono uno studioso né un uomo di cultura e che la tradizione presepiale l'ha dovuta subire sin dalla prima
ragione? Posso solo ricordare come definì magistralmente il presepio Michele Cuciniello, sempre lui, il 28 dicembre 1879 a San Martino, il giorno dell'inaugurazione della sua donazione: «Il presepio non è altro che la traduzione in dialetto napoletano della pagina più sublime del Vangelo».
Per la cucina è stata tutta un'altra storia.
Praticamente sono cresciuto in cucina. In una casa dove le camere da letto si sprecavano ed era vietato a me l'ingresso in quelle di rappresentanza, il salotto e la camera da pranzo, tutto il mio tempo libero si è consumato solo e soltanto in cucina.
Rosetta, la prima delle mie sei sorelle, mi consentiva di essere sempre presente ai suoi primi esperimenti culinari.
Ero l'assaggiatore di fiducia: biscotti di pasta frolla, babà, dolci e rustici, crostate, strudel, torte di cioccolata, torte bianche e nere, budini e molti Mont-blanc hanno reso
dolce la mia infanzia, fino ai pantaloni lunghi.
Non ho mai capito perché le ragazze in cucina cominciano sempre dai dolci e mai dalla pasta e patate. Forse perché nell'inconscio femminile i ragazzi si pensano soprattutto golosi.
Con Rosetta, passata finalmente ai pranzi completi e diventata presto una cuoca addirittura sontuosa, è iniziata la mia passione per la cucina, passione che si è sempre più rafforzata col passare degli anni.
La cucina, ritengo, è la vita, la vera vita. Il tempo trascorso a tavola con amici veri, certamente quello meglio speso. Il comandante Gigino Betocchi, vecchio maestro
di vita, un giorno mi disse: «Fa' affari con tutti, ma siedi a tavola solo e soltanto con amici». Insegnamento diventato Stella Polare della mia lunga navigazione.
Le feste natatalizie sembrano fatte apposta per mettere in pratica questo profondo insegnamento.
Per i due pranzi di Natale, quello della Vigilia e quello del 25 dicembre, la tradizione a tavola è d'obbligo, mentre per il Cenone di San Silvestro e per il grande pranzo
di Capodanno si è stemperata fin quasi a scomparire.
Ognuno oggi fa quello che vuole.
La cena della Vigilia prevede per il napoletano verace regole ben precise.
Si comincia presto, alle ore venti, con spaghetti ai frutti di mare in bianco: vongole, lupini o telline, le cozze mai.
A seguire pizza di scarole alla «scammera» e cioè le scarole ben acconciate con aglio, olio, capperi, olive di Gaeta e qualche filetto di acciuga.
La pasta della pizza potrà essere frolla, sfoglia o meglio ancora brisé.
Nella più pura e antica tradizione meridionale la pizza di scarole veniva scambiata come dono tra vicini, parenti, amici. n pesce in bianco non può e non deve mancare, specie e qualità decise dai gusti e dai mezzi.
In alternativa va benissimo il filetto di mussillo cotto in bianco oppure al forno, con un velo di pan grattato. In sostituzione del mussillo, il baccalà fritto.
Per il capitone, stesso discorso, non se ne può fare a meno.
Una buona insalata di rinforzo, fatta con cavolfiore bianco di NoIa, cotto a mestiere e guarnito con papaccelle, olive bianche e nere, melanzane sott' olio, acciughe e
sottaceti vari servirà a preparare il palato per i dolci.
Paste reali, roccocò, raffiuoli con cassata, divino amore, mustacciuoli, susamielli, sapiepze: una vera gioia per la vista e per il palato.
Si chiude con le 'ciociole': noci, mandorle, nocelle, castagne del prete, fichi secchi e proprio alla fine il mellone bianco di Natale.
Fino a mezzanotte tombola e poi tutti a Messa.
Il pranzo di Natale impone altre regole: tagliolini in brodo di cappone o di gallina vecchia, minestra di verdure con pollo e carne - quella cosiddetta «maritata», con la carne di maiale, è prettarnente pasquale -, capretto al forno con patate - mai
l'agnello -, il cappone lesso, quello del brodo, cassata napoletana con naspro bianco sottile senza pasta di pistacchio e senza tanta frutta candita come in quella siciliana.
La tradizione finisce qui. Oramai si è alle porte del paradiso, quello più sognato dai napoletani. È invece vicino alle fiamme dell'inferno chi sostituisce le nostre pietanze
tradizionali con le penne alla vodka, il riso allo champagne, le farfalle al salmone, il tacchino con le castagne.
Quest'ultimo, ancorché benemerito, in verità le vittime le fa subito, direttamente a tavola. A me e a molti altri di mia conoscenza è andato sempre di traverso.
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