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Racconto di Natale
Francesco Chiesa
Il grande dono
E' una delle molte belle leggende fiorite sulla via percorsa dalla Sacra Famiglia, nella fuga in Egitto e nel ritorno dalla terra di esilio.
Tutti respiriamo, nelle ultime righe, l'atmosfera del prodigio, in un senso di viva commozione.
Francesco Chiesa, ticinese, poeta e prosatore di classico gusto.
Appena Giuseppe ebbe in sogno la notizia che l'empio Erode era morto, la Sacra Famiglia si mosse dall' Egitto a ritornare in terra d'Israele.
Il vecchio asinello, benchè tanto più direnato, trotterellava via speditamente, chè le
strade del ritorno sono sempre meno faticose e le stesse selci fanno meno male sotto i piedi.
E anche il buon Giuseppe, con cinque anni di più sulla schiena e le miserie
del sofferto esilio, camminava come se ogni passo verso la patria gli restituisse un po' della giovinezza perduta.
Cosicchè breve tempo bastò a traversare monti e piani, selve e deserti; e una sera la chiara faccia di Betlemme apparve tra i palmizi agli occhi dei ritornanti.
La notte cadde, ch'erano ancora ad un miglio dalla città; e Giuseppe tuttavia incitava l'asinello, dicendogli che
non s'interrompe il viaggio per un po' di buio, a un'ora dal luogo ove si vuole arrivare; e
il detto che « non ci si ferma, perchè viene notte, a un passo dalla soglia di casa ».
Maria gli fece osservare che, ahimè , nessuna delle case di Betlemme era casa loro, e gli ricordò l'altra volta, che, dopo aver bussato a tanti usci, s'eran ridotti in una stalla.
Si fermarono dunque dinanzi al primo abituro incontrato sul margine della strada; e alla donna che apparve nel vano della porta chiesero in nome di Dio d'essere ospitati per quella notte. Ella, senza rispondere parola, si tirò da una parte e fece segno che entrassero.
Poco men che tenebra anche là dentro; chè la lucernetta d'argilla posata in un incavo del muro faceva lume quanto una lucciola.
Bastava, sÌ, a mostrare lo squallore di quella tana, nuda e vuota tranne qualche sgabello, qualche coccio, qualche cencio e un giaciglio.
Ma a ben maggiore povertà era avvezza la Sacra Famiglia, che si rivolse tutta riconoscente a ringraziare l'ignota ospite: e solo allora poterono intravedere quanta fosse la lugubre tristezza di quella faccia.
Un'alta figura di donna era, giovane ancora, coi segni ancora d'un'imperiosa bellezza;, ma chissà quale orribile sventura l'aveva colpita, e stravolti i lineamenti, e sbianchiti a ciocche i capelli, e colmate di tenebre le fosse degli occhi.
-Sedetevidisse. E veniva rovistando nel fondo d'una giara, donde trasse una manciata di fichi secchi e una crosta di pane che porse ai pellegrini.
Ma non rispondeva ai ringraziamenti; nemmen pareva che sentisse quale dolcezza di paradiso era la voce di Maria.
Non distaccava gli occhi dal Fanciulletto divino che, seduto accanto alla Madre, aveva ripiegato sulle ginocchia di lei la testina d'oro; poi, un piccolo sbadiglio, e s'addormentò.
Lo guardava con una fissità insistente e dura; e corrugò
la fronte vedendo la mano della Madre accarezzare iriccioli della testma addormentata.
E brontolò, con una voce quasi d'ira: - Ma mettilo giù! Cos'aspetti?..
E accennò il giaciglio. Maria depose il divin Figliuolo sulla povera cuccia e lo coprì con uno straccio. Poi ritornò verso l'ignota, che era rimasta dritta in mezzo alla stanza.
Tu soffri, povera donna - disse la voce soave.
Preghiamo insieme il divin Padre che ti consoli.
La tetra donna fu come se non udisse. Guardava affascinata il raggio di sole ch'era venuto a posarsi sul lurido guanciale del suo letticciuolo.
Quanti anni ha? - chiese dopo un poco.
Cinque anni - rispose Maria.
Come il mio... Anche il mio avrebbe cinque anni...
Ma non c'è più. Me l'hanno ucciso.
E raccontò: senza pianto, con una voce dapprima arida e uguale, come se leggesse in un libro la storia d'una sventura altrui.
Raccontò il massacro ordinato da Erode, i bambini strappati alle braccia delle madri... il suo bambino afferrato da uno di quei mostri, sgozzato come un agnello... -
Sotto i miei occhi, - ripeteva; sotto i miei occhi...
Non avevo che lui - soggiunse. - Il mio sposo era morto qualche mese prima che il piccolo nascesse.
Ero una povera vedova senza nulla; ma avevo il mio bel bambino, e mi sentivo tanto felice... Se m'avessero detto: « Vuoi diventare una regina?» avrei risposto: « no, lasciatemi quella che sono; non desidero altro... ». E me l'hanno ucciso... Me l'hanno sgozzato, sotto i miei occhi, come un agnellino.
Pareva, sì, che le scoppiasse il pianto.
Le era venuta una voce d'infinita tenerezza mentre diceva: come un agnellino... Una voce piccola, tremante sotto il peso delle lacrime.
Ma di colpo si riprese, e si scagliò come una tigre contro l'assassino Erode.
Ormai è morto -interruppe Giuseppe. - Ha avuto il suo castigo.
La donna mormorò parole oscure. - Sì... morto... sì, mangiato dalle piaghe, divorato dai vermi, ma... - E non disse altro, e certo pensava: - Ma strappargli il cuore volevo, io... con le mie mani...
Maria tentò di farle udire una parola di consolazione; ma la povera anima feroce non voleva essere consolata.
E, accorgendosi forse che una specie d'amara consolazione le veniva dal gridare il proprio tormento, tacque e si ricompose il volto e i capelli.
Cosa fate lì? - disse poi. - Cosa aspettate? Tu, donna, puoi coricarti col tuo bambino.
Tu, vecchio, in quell' angolo. Io, in quest'angolo.
Vado a cercare un po' di fogliame;
E uscì.
Il suo bambino è stato ucciso per causa nostra disse piangendo Maria.
Bisogna supplicare il divin Padre che le dia un compenso... che le faccia un dono, un grande dono -soggiunse Giuseppe.
La donna rientrò con una bracciata di foglie secche,che depose ed allargò nell'angolo già indicato al vecchio.
E si meravigliò che Maria non si fosse ançora coricata:
Cos'aspetti? Trovi troppo povero il mio letto?
Maria s'era inginocchiata come se volesse spiare il sonno del celeste Bambino; ma pregava. .
Vogliamo Che il divin Padre abbia pietà del tuo dolore, - disse Giuseppe - e che ti faccia un gran dono.
Cosa desideri?
Nulla. Quel che ho perduto è perduto per sempre,e nessuno m'e lo restituisce più.
Maria si rialzò tutta raggiante e venne incontro alla disperata, e le prese le mani e disse:
Quel che ti fu tolto ti sarà restituito e non lo perderai più in eterno.
Poi tutti si coricarono: la divina Madre accanto a Gesù; il vecchio, sullo strame; l'ospite, sulla terra nuda, avendo rifiutata la sua parte di foglie.
Ma non per orgoglio di dolore indurito aveva rifiutato.
Si sentiva tutta invasa da una stanchezza felice; e distendersi sul pavimento le pareva come quando, di primavera, ci si adagia sull'erba d'un prato, sotto gli alberi in fiore...
Pensò un istante:
« Quella donna dev'essere un' incantatrice. Tenendomi le mani, m'ha fatto entrare al posto dell' anima uno spirito ingannatore...».
E si risollevò, non volendo essere ingannata; si mise a sedere con la schiena contro il muro, spalancò grandi gli occhi per rivedere la sua negra vita e disperdere la falsa luce che le avevano insinuata sotto le palpebre.
La stessa luce, anche a tenere gli occhi aperti: il suo antro splendeva come una reggia.
Tante volte - pensava - ho visto il sole, la luna, le stelle, e mai me ne è venuta la centesima parte di questa contentezza...
Ma subito capì che un lume ben diverso le avevan recato quei pellegrini nella tetra capanna e nel tetro cuore: il lume del sole rallegra gli occhi, ma quello le entrava nel cuore, riempiendolo di gioia e di pace.
Tentò, un'ultima volta, di contrastare. - Ricordati - disse - ricordati.
Sei la vedova che aveva un unico figlio e gliel'hanno tolto...
La voce di Maria, più che mai viva nel suo orecchio, ripetè: - Quel che ti è stato tolto,
ti sarà restituito.
Allora non si oppose più al torrente della fede che le aveva sommersa l'anima; e dolcemente s'addormentò. E vide in sogno una gran porta che si apriva in capo a una lunga strada; e, di là da quella porta, un meraviglioso giardino.
Ed ecco apparire tra le palme e i fiori e le fontane l'ignota pellegrina di quella sera, ma tutta vestita di sole; e teneva sulle braccia un piccolino:..
E si fa incontro alla povera madre e le dice: - E' il bambino che t'hanno tolto.
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