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Giovedì
24 Maggio
2012    
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Home Racconti Racconti Charles Dickens Un Canto Natale di Dickens - Lo spettro di Marley

Un Canto Natale di Dickens - Lo spettro di Marley

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Un Canto di Natale, Dickens Un Canto Natale -
di Dickens -

Lo spettro di Marley -
 Strofa Prima -


Marley era morto, tanto per incominciare, e su questo non c'è alcun dubbio. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal sacerdote, dal chierico, dall'impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, e alla Borsa il nome di Scrooge era buono per qualsiasi cosa che decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come il chiodo di una porta.
Badate bene che con questo io non intendo dire che so di mia propria scienza che cosa ci sia di particolarmente morto nel chiodo di una porta; personalmente, anzi, propenderei piuttosto a considerare il chiodo di una bara come il pezzo di ferraglia più morto che si possa trovare in commercio. Ma in quella similitudine c'è la saggezza dei nostri antenati, e le mie mani inesperte non la disturberanno, altrimenti il paese andrà in rovina. Vogliate pertanto permettermi di ripetere con la massima enfasi che Marley era morto come il chiodo di una porta.
Scrooge sapeva che era morto? Senza dubbio; come avrebbe potuto essere altrimenti? Scrooge e lui erano stati soci per non so quanti anni; Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, , il suo unico procuratore, il suo unico amministratore, il suo unico erede, il suo unico amico e l'unico che ne portasse il lutto; e neanche Scrooge era così terribilmente sconvolto da quel dolo- roso avvenimento da non rimanere un eccellente uomo di affari anche nel giorno stesso del funerale e da non averlo solennizzato con un affare inatteso e particolarmente buono.
Menzionare il funerale di Marley mi ha ricondotto al punto dal quale ero partito. Non c'è alcun dubbio che Marley era morto.
Questi dev'essere perfettamente chiaro; altrimenti nulla di meraviglioso potrà uscire dalla storia che sto per narrare. Se non fossimo perfettamente convinti che il padre di Amleto era morto prima che cominciasse la tragedia, nel fatto che egli passeggiasse di notte, al vento di levante, sui bastioni del proprio castello non ci sarebbe niente di più notevole di quello che ci sarebbe se qualunque altro signore di mezza età uscisse all'improvviso, dopo il tramonto, in una località battuta dal vento diciamo, per esempio, nel cimitero di St Paul - per impressionare la mente debole di suo figlio.
Scrooge non aveva mai cancellato il nome del vecchio Marley.
Anche dopo qualche anno si poteva leggerlo sopra la porta del magazzino: Scrooge e Marley.
La ditta era conosciuta come «Scrooge e Marley». A volte persone nuove degli affari chiamavano Scrooge Scrooge e a volte lo chiamavano Marley, ma egli rispondeva ad ambedue i nomi.
Per lui era perfettamente lo stesso.
Oh! ma Scrooge era un uomo che aveva la mano pesante; duro e aspro, come la cote, dalla quale non c'era acciaio che fosse mai riuscito a far sprizzare una scintilla di fuoco generoso; segreto, chiuso in se stesso e solitario come un'ostrica.
Il freddo che aveva dentro congelava i suoi vecchi lineamenti, gli pungeva il naso aguzzo, gli corrugava le guance, irrigidiva la sua andatura; gli faceva diventar rossi gli occhi e violacee le labbra sottili e si esprimeva tagliente nella sua voce gutturale. Sulla testa, sulle ciglia e sul mento peloso c'era uno strato di ghiaccio.
Si portava sempre dietro la sua bassa temperatura; gelava l'ufficio nei giorni della canicola e non lo sgelava neppure di un grado a Natale.
Il caldo e il freddo esterni avevano scarsa influenza su Scrooge; nessun calore poteva riscaldarlo e nessuna brezza invernale raffreddarlo. Non poteva soffiare un vento che fosse più aspro di lui, non poteva cadere neve che fosse più determinata, non c'era pioggia scrosciante che fosse meno disponibile. Il cattivo tempo non aveva presa su lui.
La pioggia più fitta, la neve, la grandine e il nevischio potevano vantare una sola superiorità nei suoi confronti, e cioè che spesso venivano giù non senza bellezza. Scrooge mai.
Nessuno lo fermava mai per strada per dirgli, con una espressione gioviale: «Mio caro Scrooge, come state; quando verrete a trovarmi?». Non c'era mendicante che lo implorasse di dargli un centesimo, non c'era bambino che gli chiedesse l'ora, non era uomo o donna che chiedesse mai a Scrooge, nemmeno una volta in vita sua, la strada per andare in questo o quel posto.
Perfino i cani dei ciechi sembrava che lo conoscessero e, quando lo vedevano arrivare, trascinavano i loro padroni dentro un portone o un cortile e poi agitavano la coda, come per dire: «Caro padrone, è meglio non aver occhi che avere il malocchio».
Ma che gliene importava, a Scrooge? Era proprio ciò che gli piaceva. Aprirsi la strada sul cammino affollato della vita, ammonendo qualunque umana simpatia di tenersi a distanza, era ciò che più gli andava a genio.
Una volta - fra tutti i giorni dell'anno, la vigilia di Natale, - il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Era una giornata fredda, sinistra, pungente, nebbiosa; ed egli poteva sentire, fuori nel cortile, la gente passeggiare in su e in giù e picchiarsi il petto con le mani e pestare i piedi sulle pietre del lastrico per riscaldarsi.
Gli orologi della città avevano appena battuto le tre, ma era già completamente buio; del resto, non c'era mai stata luce in tutta la giornata; e nelle finestre degli uffici vicini luccicavano le candele, simili a macchie rossastre sulla densa aria bruna.
La nebbia si infiltrava attraverso le fessure e la serratura e fuori era così densa che, per quanto il cortile fosse uno dei più angusti, le case di fronte non erano che puri fantasmi.
Vedere quella nuvola scura scendere lentamente in basso ed oscurare tutto quanto, faceva pensare che la Natura vivesse a due passi di lì e stesse fabbricando birra su larga scala.
La porta dell'ufficio ai Scrooge era aperta, così da permettergli di tener d'occhio il suo impiegato, che stava copiando lettere in una celletta sinistra, una specie di cisterna.
Nella stanza di Scrooge c'era un fuoco molto piccolo; ma quello dell'impiegato era tanto più piccolo che sembrava fatto di un solo pezzo di carbone.
Egli però non poteva rifornirlo, perché Scrooge teneva la cassetta del carbone nella sua stanza, e non appena l'impiegato entrava con la paletta in mano, il padrone prediceva invariabilmente che la loro separazione era ormai inevitabile.
Pertanto, l'impiegato si stringeva intorno al collo la sua sciarpa bianca e cercava di riscaldarsi alla candela, sforzo nel quale, non essendo uomo dotato di una forte immaginazione, non aveva successo.
«Buon Natale, zio! Dio vi protegga!», gridò una voce allegra, quella del nipote di Scrooge, che gli era piombato addosso così rapidamente che quel saluto era stata la prima notifica che avesse ricevuto dal suo arrivo.
«Bah», disse Scrooge, «fesserie!» , A forza di camminare in fretta nella nebbia e nel gelo, questo nipote di Scrooge si era talmente scaldato da essere tutto un fuoco. Aveva un viso rosso e simpatico; gli occhi scintillavano e l'alito fumava.
«Natale una fesseria, zio?», disse il nipote di Scrooge; «sono sicuro che non pensi una cosa simile.»
«Certo che la penso», disse Scrooge. «Buon Natale! Che diritto hai tu di essere allegro? Che ragione hai tu di essere allegro? Sei povero abbastanza.»
«Andiamo, via», rispose allegro il nipote. «Che diritto hai tu di essere triste? Che ragione hai di essere scontento? Sei ricco abbastanza.»
Scrooge, non trovando lì per lì una risposta migliore, disse un'altra volta: «Bah!» Poi soggiunse: «Fesserie».
«Non ti arrabbiare, zio», disse il nipote.
«Come potrei non arrabbiarmi», rispose lo zio, «quando vivo in un mondo di cretini come questo? Buon Natale! In giro a augurare Buon Natale! Che cosa è il Natale per te se non il momento per pagare i conti senza avere i soldi; il momento in cui ti trovi più vecchio di un anno, e non più ricco di un'ora? Un momento per fare il bilancio e vedere che ogni voce, nel giro completo di dodici mesi, è in passivo? Se potessi fare di testa mia», disse Scrooge indignato, «ogni idiota che va in giro con Buon Natale in bocca dovrebbe esser bollito insieme al suo pudding e sepolto con un paletto di agrifoglio che gli trafigga il cuore. Proprio così!» «Zio!», supplicò il nipote.
«Nipote!», rispose severamente lo zio. «Passa il Natale a modo tuo e lascia che io lo passi a modo mio.» «Passarlo a modo tuo!», replicò il nipote di Scrooge. «Se non lo passi per niente!»
«Allora lascia che non me ne dia pensiero», disse Scrooge, «e buon pro' ti faccia, come ti ha sempre fatto.»
«Ci sono molte cose, credo, che possono avermi fatto del bene senza che io ne abbia ricavato un profitto», replicò il nipote, «e Natale è una di queste.
Ma sono sicuro che ho sempre considerato il periodo natalizio, quando è venuto - a prescindere dalla venerazione dovuta al suo nome e alla sua origine sacra, ammesso che qualcosa che si riferisca possa esser tenuta separata da questa venerazione - come buono; un periodo di gentilezza, di perdono, di carità, di gioia; l'unico periodo che io conosca, in tutto il lungo calendario di un anno, nel quale uomini e donne sembrano concordi nello schiudere liberamente i cuori serrati e nel pensare alla gente che è al disotto di loro come se si trattasse realmente di compagni nel viaggio verso la tomba, e non di un'altra razza di creature in viaggio verso altre mete. E per questo, zio, anche se il Natale non mi ha mai fatto entrare in tasca una moneta d'oro, e neanche d'argento, credo che mi abbia fatto bene e che mi farà bene, e chiedo che Dio lo benedica.» L'impiegato, dalla sua cisterna, applaudì involontariamente; poi, rendendosi conto immediatamente della sconvenienza del suo atto, stuzzicò il fuoco con le molle e così ne spense per sempre l'ultima debole scintilla.
«Fatemi sentire un altro suono», disse Scrooge, «e festeggerete- il Natale perdendo il vostro impiego. Sei davvero un oratore straordinario», soggiunse, rivolto al nipote; «mi domando perché non ti fai eleggere al Parlamento.»
«Non andare in collera, zio. Andiamo, vieni a pranzo da noi domani!»
Scrooge disse che poteva anche andare a... Sì, lo disse davvero; pronunciò tutta la frase e disse che preferiva vederlo in quella situazione prima di andarlo a trovare.
«Ma perché?», gridò il nipote di Scrooge. «Perché?»
«Perché hai preso moglie?», chiese Scrooge.
«Perché mi ero innamorato.»
«Perché ti eri innamorato?», brontolò Scrooge, come se questa fosse la sola cosa al mondo più ridicola di un Buon Natale.
«Buona sera.»
«Ma, zio, non sei mai venuto a trovarmi neanche prima che questo succedesse.
Perché ne fai ora una ragione per non venire?»
«Buona sera», disse Scrooge.
«lo non voglio niente da te e non ti chiedo niente. Perché non possiamo essere buoni amici?»
«Buona sera», disse Scrooge.
«Mi rincresce con tutto il cuore di trovarti così ostinato.
Fra noi non c'è mai stato nessun litigio. Ma ho voluto fare questo tentativo in omaggio al Natale e intendo conservare fino all'u timo il mio umore natalizio. Dunque, Buon Natale, zio!» «Buona sera», disse Scrooge.
«E buon anno!»
«Buona sera», disse Scrooge.
Ciononostante, il nipote uscì dalla stanza senza una parola irata, soffermandosi sulla porta esterna per fare gli auguri all'impiegato, il quale, con tutto il freddo che aveva, era più caldo di Scrooge, e glieli ricambiò cordialmente.
«Eccone un altro», borbottò Scrooge, che aveva sentito la conversazione. «Il mio impiegato che guadagna quindici scellini la settimana, con moglie e figli, e parla di Buon Natale.
Davvero c'è da finire al manicomio!»
Quel pazzo, facendo uscire il nipote di Scrooge, aveva fatto entrare altre due persone. Erano due signori imponenti, di aspetto simpatico, e ora erano in piedi, senza cappello, nell'ufficio di Scrooge. Avevano in mano libri e carte e gli fecero un nchino.
«Questa è la ditta Scrooge e Marley, credo», disse uno dei due signori, dopo aver consultato un elenco. «Ho il piacere di parlare con il signor Scrooge o col signor Marley?»
«Marley è morto da sette anni», rispose Scrooge. «Morì sette anni fa, in questa stessa notte.» .
«Non abbiamo nessun dubbio che la sua generosità sia ben rappresentata dal socio superstite», disse il signore presentando le sue credenziali.
Era indubbiamente così, giacché i due soci erano stati anime gemelle. Alla minacciosa parola «generosità», Scrooge aggrottò le ciglia, scosse la testa e restituì le credenziali.
«In questo periodo di feste, signor Scrooge», disse il signore, prendendo una penna, «è ancor più desiderabile del solito che si provveda in qualche modo ai poveri e ai derelitti, che nel tempo presente soffrono molto.
Migliaia di persone sono prive delle cose più necessarie; centinaia di migliaia sono prive delle più piccole comodità.»
«E non ci sono le prigioni?», chiese Scrooge.
«In abbondanza», disse il signore, rimettendo giù la penna.
«E gli ospizi per i poveri?», chiese Scrooge. «Funzionano ancora?»
«Funzionano; però,» replicò il signore, «vorrei poter dire che non funzionano più.»
«La legge Treadmill e la legge sui poveri sono ancora in vigore, dunque?», chiese Scrooge.
«Sono attivissime, tutte e due.»
«Oh... quel che avete detto in principio mi aveva fatto temere che fosse accaduto qualche cosa che ne avesse arrestata l'utile attività», disse Scrooge. «Sono molto felice di sentire che così , non è.»
«Avendo l'impressione che quelle leggi non forniscano alla moltitudine un po' di gioia cristiana né per lo spirito né per il corpo», replicò il signore, «alcuni di noi stanno tentando di raccogliere fondi per comprare ai poveri qualcosa da mangiare e da bere e l'occorrente per riscaldarsi.
Abbiamo scelto questo periodo dell'anno perché, fra tutti, è un periodo nel quale il bisogno è più duramente sentito, e l'abbondanza gioisce. Per quale cifra debbo iscrivervi?»
«Nessuna», rispose Scrooge.
«Desiderate conservare l'anonimato?»
«Desidero esser lasciato in pace», disse Scrooge. «Dal momento che mi avete chiesto ciò che desidero, signori, questa è la mia risposta. lo non faccio festa per Natale e non posso rmettermi di rendere allegri i fannulloni.
Contribuisco al mantenimento delle istituzioni di cui abbiamo parlato - e costano abbastanza care e coloro che si trovano in cattive condizioni economiche non hanno che da ricorrere a quelle.»
«Molti non ci possono andare, e molti preferirebbero la morte.»
«Se preferiscono la morte», disse Scrooge, «farebbero meglio a morire, diminuendo così la popolazione in sovrappiù. E poi, scusatemi, ma sono faccende che non conosco.»
«Ma potreste conoscerle», osservò il signore.
«Non è affar mio», replicò Scrooge. «Per un uomo basta che capisca quello che è affar suo, senza interferire negli affari altrui.
I miei prendono tutto il mio tempo. Buona sera, signor.» I due signori, rendendosi chiaramente conto dell'inutilità di insistere, si ritirarono; e Scrooge riprese il suo lavoro con un'opinione ancor più alta di se stesso e con un umore più faceto del solito.
Nel frattempo, la nebbia e l'oscurità si erano fatte talmente fitte che alcuni andavano in giro con torce accese e offrivano i loro servigi per camminare davanti alle carrozze a cavalli e guidarle sul loro cammino. L'antico campanile di una chiesa, la cui burbera vecchia campana guardava costantemente giù verso Scrooge, affacciata a una finestra gotica nel muro, era divenuto invisibile e batteva le ore e i quarti nelle nuvole, con una tremula vibrazione prolungata, come se lassù nella sua testa gelata gli battessero denti.
Il freddo divenne intenso. Nella strada principale, all'angolo della corte, alcuni operai stavano riparando le tubazioni del gas e avevano acceso un gran fuoco in un braciere, attorno al quale un gruppo di uomini e di ragazzi laceri si era raccolto a scaldarsi le mani, battendo estaticamente le palpebre davanti al chiarore. La fontanella, abbandonata a se stessa, vide congelarsi tristemente e mutarsi in ghiaccio il flusso dell'acqua.
Le luci delle botteghe, nelle quali i ramoscelli e le bacche dell'agrifoglio scricchiolavano al chiarore delle lampade delle vetrine, facevano sembrar rosse le facce pallide che vi passavano dinanzi.
Il commercio dei pollaioli e dei droghieri divenne un gioco meraviglioso; uno spettacolo magnifico, nel quale era quasi impossibile credere che principi tanto grevi, come il contrattare e il vendere, potessero avere a che fare.
Il Lord Mayor, dentro la cittadella poderosa del Palazzo, diede ordine ai suoi cinquanta cuochi e servitori di preparare i festeggiamenti di Natale come si conviene alla casa di un Lord Mayor; e perfino il piccolo sarto, al quale aveva inflitto, il lunedì precedente, una multa di cinque scellini, per essere stato trovato ubriaco per strada, rimestava nella sua soffitta il pudding per il giorno dopo, mentre la moglie sparuta usciva con il bambino per andare a comprare la carne.
Sempre più nebbia e sempre più freddo! Un freddo acuto, pungente, penetrante! Se il buon Saint Dunstan, invece di usare le sue armi consuete, avesse appena pizzicato il naso del diavolo con un tempo come quello, allora sì avrebbe avuto un buon motivo per ruggire.
Il proprietario di un nasetto giovane, roso e martoriato da quel freddo famelico come un osso rosicchiato da un cane, si piegò sul buco della serratura per allietare Scrooge con un canto di Natale. Ma non appena intese i primi versi, Scrooge impugnò il righello con atto così energico che il cantore fuggì terrorizzato, abbandonando il buco della chiave alla nebbia e anche al gelo che sembrava ci stesse di casa.
Finalmente venne l'ora di chiudere l'ufficio. Scrooge scese di mala voglia dal suo alto panchetto, e ammise tacitamente il fatto coll'impiegato in ansiosa attesa nella sua cisterna, che immediatamente spense la candela e si mise il cappello in testa.
«Penso che domani vorrete avere tutta la giornata libera», disse Scrooge.
«Se la cosa va bene per voi, signore.»
«Non va bene», disse Scrooge, «e non è giusto. Scommetto che se per questo io volessi tratte nervi mezza corona, voi vi considerereste trattato male.»
L'impiegato ebbe un pallido sorriso.
«Eppure», disse Scrooge, «a voi non sembra un'ingiustizia che io paghi una giornata di stipendio senza lavoro in cambio.»
L'impiegato osservò che questo accadeva una sola volta all'anno.
«Questa è una scusa ben meschina per tirar fuori i danari dalle tasche di un galantuomo ogni 25 dicembre!» disse Scrooge, abbottonandosi il pastrano fino al mento.
«Ma immagino che dobbiate avere tutta la giornata libera.
Venite ancora più per tempo la mattina dopo!» -
L'impiegato promise che lo avrebbe fatto e Scrooge uscì in strada con un grugnito.
L'ufficio fu chiuso in un batter d'occhio e l'impiegato, con le lunghe estremità della sciarpa che gli pendevano fin sotto la cintola (non possedeva un pastrano), venne giù da uno scivolo a Cornhill per venti volte dietro una fila di ragazzi per onorare la vigilia di Natale, e poi corse a tutta velocità a
Camden Town, a casa sua, per giocare a moscacieca.
Scrooge consumò il suo pranzo malinconico nella solita malinconica taverna; e, dopo aver letto tutti i giornali e allietato il resto della serata con un esame del suo conto in banca, se ne andò a casa a dormire. L'appartamento nel quale abitava era stato in passato del suo defunto socio.
Era una lugubre: serie di stanze in un fabbricato cupo in fondo a un cortile dove aveva tanta poca ragione di trovarsi da far quasi immaginare che vi fosse corso dentro quando era una casa giovane, giocando a nascondino con altre case, e avesse dimenticato la strada per uscirne.
Ora era abbastanza vecchio e abbastanza sinistro, giacché il suo unico abitante era Scrooge e tutte le altre stanze erano affittate come uffici.
Il vicolo era così buio, che perfino Scrooge, che ne conosceva ogni pietra, era costretto a procedere a tastoni.
Nel nero e vecchio androne della casa, la nebbia e il gelo incombevano in modo tale che sembrava che il Genio del Tempo fosse seduto sulla soglia, immerso in una lugubre meditazione.
Ora, è un fatto che nel batacchio della porta non c'era niente di straordinario, tranne che era molto grosso; è pure un fatto che Scrooge lo aveva veduto mattina e sera, durante tutto il periodo nel quale aveva abitato lì, e così pure che Scrooge possedeva ciò che si chiama fantasia nella stessa scarsa misura di qualunque uomo della City di Londra, compresi persino il Consiglio, gli assessori, e gli impiegati, il che è tutto dire. Non bisogna neppure dimenticare che Scrooge non aveva mai rivolto un pensiero a Marley, dopo aver menzionato in quello stesso pomeriggio il suo socio morto da sette anni. E allora, mi spieghi chi può come accadde che Scrooge, dopo aver introdotto la chiave nella toppa, scorse nel batacchio, senza che questo nel frattempo avesse subito alcun processo di alterazione, non più un batacchio, ma il volto di Marley.
Il volto di Marley. Non era avvolto da un'ombra impenetrabile, come tutti gli altri oggetti nel vicolo, ma era circonfuso da una luce sinistra, come un'aragosta andata a male in una cantina buia. Non era né irritato né feroce, ma guardava Scrooge come Marley era solito guardarlo, con un paio di occhiali spettrali tirati su sulla fronte. I capelli erano curiosamente arruffati, come da un soffio o da una corrente d'aria calda; e gli occhi, per quanto fossero spalancati, erano perfettamente immobili. Questo e il colorito livido lo rendevano orribile; ma l'orrore sembrava esistere a dispetto del volto e senza che questo potesse controllarlo, piuttosto che esser parte della sua espressione.
Allorché Scrooge fissò intensamente il fenomeno, il batacchio tornò ad essere un batacchio.
Dire che non fu scosso e che il suo sangue non ebbe coscienza di una sensazione terribile, che gli era ormai estranea fin dal tempo dell'infanzia, sarebbe dire una bugia; nondimeno, pose la mano sulla chiave che aveva lasciato, la girò decisamente, entrò e accese la candela.
Prima di chiudere, si fermò con un momento di indecisione, e diede prima una cauta occhiata dietro la porta, quasi aspettandosi di restare terrorizzato alla vista del codino di Marley, sporgente verso l'ingresso. Ma dietro la porta non c'era niente, tranne le viti e i dadi che fissavano il batacchio. Pertanto disse: «Bah.. bah!»; e la richiuse con un tonfo.
Il suono echeggiò come un tuono per tutta la casa. Sembrò che l'eco di ogni stanza ai piani superiori e di ogni botte nelle cantine dei negozianti di vino al piano di sotto possedesse una sua propria e separata risonanza; ma Scrooge non era uomo che l'eco potesse spaventare.
Mise il paletto alla porta, attraversò l'ingresso, e salì le scale lentamente, smoccolando la candela.
Non è facile dire che un tiro a sei può salire su per una vecchia rampa di scale, oppure attraverso una cattiva legge appena approvata dal Parlamento; ma vi assicuro che su per quella scala si poteva benissimo portare un catafalco nel senso della larghezza, colla testata verso il muro e il fondo verso la ringhiera, e con estrema facilità.
Lo spazio e la larghezza erano più che abbondanti per farlo; ed è questa forse la ragione per la quale, nella semioscurità, parve a Scrooge che un catafalco semovente lo precedesse.
Mezza dozzina di lampade a gas nella strada non sarebbero bastate a rischiarare bene quell'ingresso; sicché potete pure supporre che, con la candela di Scrooge, era piuttosto buio.
Scrooge continuò a salire senza badarvi; il buio costa poco, e perciò piaceva a Scrooge.
Tuttavia, prima di chiudere la sua porta pesante, fece un giro per tutte le stanze per vedere se tutto era in ordine. Quella faccia gli era rimasta abbastanza impressa da ispirargliene il desiderio.
Salotto, stanza da letto, ripostiglio - tutto in perfetto ordine.
Nessuno sotto la tavola; nessuno sotto il sofà; un piccolo fuoco nel caminetto; cucchiaio e scodella pronti; e il piattino con la minestra d'avena (giacché Scrooge aveva il raffreddore) era posato sulla mensola del focolare.
Nessuno sotto il letto; nessuno nell'armadio; nessuno nella sua veste da camera, che pendeva in atteggiamento sospetto contro il muro.
Ripostiglio come al solito: un vecchio parafuoco, un vecchio paio di scarpe, due cestini da pesca, un catino su un treppiede e un paio di molle.
Perfettamente soddisfatto, chiuse la porta e si serrò .dentro, dando una doppia mandata, cosa che non era nelle sue abitudini.
Dopo essersi assicurato in tal modo contro ogni sorpresa, si tolse la cravatta, si mise la veste da camera, le pantofole e il berretto da notte e si sedette a mangiare la sua minestra davanti al fuoco.
Era veramente un fuoco molto misero, che in una notte così fredda era poco più che niente.
Scrooge fu costretto a sedervisi vicino e a piegarvisi sopra, prima di poter estrarre da quel pugno di brace la più piccola sensazione di calore.
Il caminetto era antico, costruito molto tempo prima da qualche mercante olandese, tutto ornato di mattonelle olandesi, con immagini tolte dalla Sacra Scrittura. C'erano Caino e Abele, la figlia del Faraone, la regina di Saba, messaggeri angelici che scendevano per l'aria su nuvole simili a piumini da letto, Abramo, Baldassarre, apostoli che si imbarcavano su salsiere, centinaia di figure che tutte avrebbero potuto attrarre i suoi pensieri; e pure, quel volto di Marley, morto da sette anni, riappariva, come la verga dell'antico profeta, e annullava tutto il resto.
Se ciascuna di quelle mattonelle lisce fosse stata bianca e fosse stato possibile disegnare sulla sua superficie qualche figura utilizzando a questo scopo i frammenti sconvolti dei suoi pensieri, su ciascuna di esse ci sarebbe stata una copia della testa del vecchio Marley.
«Fesserie!», disse Scrooge, e si mise a passeggiare per la stanza.
Dopo averi a percorsa varie volte, tornò a sedersi; e, mentre appoggiava di nuovo la testa sulla poltrona, gli occhi gli caddero casualmente su un campanello, un campanello fuori uso, che pendeva nella stanza e comunicava, per una qualche ragione ormai dimenticata, con una stanza nel piano più alto del fabbricato.
Fu con grande meraviglia e con uno strano e inesplicabile terrore che, nel guardare, si accorse che il campanello cominciava a dondolare.
Dondolava così dolcemente, da principio, da non produrre alcun suono; ma ben presto cominciò a suonare forte e così fecero tutti gli altri campanelli della casa.
Questo durò forse mezzo minuto o un minuto, ma parve che durasse un'ora. I campanelli cessarono tutti insieme, come avevano incominciato, e ad essi tenne dietro un rumore metallico, che veniva dalla profondità dei piani inferiori, come se qualcuno stesse trascinando una catena pesante sulle botti nella cantina del negoziante di vino.
Allora Scrooge si ricordò di aver sentito dire che gli spettri nelle case stregate si trascinano dietro le catene.
La porta della cantina si spalancò con un colpo fortissimo, e allora udì il rumore ai piani inferiori farsi molto più forte, poi salire su per le scale, poi venire direttamente verso la sua porta.
«Sono tutte fesserie!», disse Scrooge. «Non ci voglio credere.»
( Però cambiò colore allorché, senza una pausa, qualcosa attraversò la porta pesante ed entrò nella stanza davanti ai suoi occhi.
Al suo arrivo, la fiamma morente avvampò, come se avesse voluto gridare: «Lo conosco, è lo spettro di Marley!», e poi ricadde.
La stessa faccia - proprio la stessa faccia: Marley col codino, il solito panciotto, calzoni e stivali, con le nappe di questi che si agitavano come il codino, le falde dell'abito e i capelli in testa.
La catena che trascinava lo stringeva alla vita. Era lunga e gli si attorcigliava attorno come una coda; ed era fatta (giacché Scrooge la osservò attentamente) Scrooge la osservò attentamente) di cassette per denari, chiavi, paletti, libri mastri, atti legali e borse pesanti, il tutto rivestito d'acciaio. Il corpo era trasparente, cosicché Scrooge, osservandolo e guardandolo attraverso il panciotto, poteva vedere i due bottoni sulla parte posteriore della giacca.
Scrooge aveva sentito dire spesso che Marley era un uomo senza viscere, ma fino a quel momento non ci aveva mai creduto.
No, e neppure adesso ci credeva. Per quanto continuasse a guardare attraverso il fantasma e se lo vedesse davanti in piedi, per quanto sentisse l'influenza gelida dei suoi occhi freddi come la morte e osservasse perfino il tessuto del fazzoletto piegato e legato intorno alla testa e al mento, fazzoletto che non aveva mai visto prima, era ancora incredulo e lottava contro i suoi stessi sensi.
«Allora!», disse Scrooge, caustico e freddo come sempre. «Che cosa vuoi da me?»
«Molto.» Era la voce di Marley, non c'era dubbio. ;
«Chi sei?»
«Chiedimi piuttosto chi ero.»
«Chi eri, dunque?», disse Scrooge, alzando la voce. «Sei pignolo per essere un'ombra.»
«Da vivo, ero il tuo socio, Jacob Marley.»
«Puoi... puoi sederti?», chiese Scrooge, con una occhiata dubbiosa.
«Sì, posso.»
«E allora siediti.»
Scrooge aveva fatto quella domanda perchè non sapeva se uno spettro così trasparente fosse in condizioni di sedersi ed aveva la sensazione che, qualora questo fosse stato impossibile, avrebbe potuto rendersi necessaria una spiegazione imbarazzante.
Ma lo Spettro si sedette dall'altro lato del caminetto, come se ci fosse
perfettamente abituato.
«Tu non credi che io esista», disse lo Spettro.
«No», rispose Scrooge.
«Quali prove vorresti avere della mia realtà, oltre a quella dei tuoi sensi?»
«Non so», disse Scrooge.
«Perché dubiti dei tuoi sensi?»
«Perché», disse Scrooge, «per influenzarli basta una piccolezza. Un leggero disordine dello stomaco li rende bugiardi. Tu potresti essere un pezzo di carne non digerito, un cucchiaio di mostarda, una briciola di formaggio, un frammento di patata poco cotta. Chiunque tu sia, credo che tu venga piuttosto da una salsa che da una tomba.»
Scrooge non era solito fare giochi di parole e, in quel momento, in fondo al cuore non si sentiva affatto la voglia di fare lo spiritoso.
La verità è che cercava di farlo, come un mezzo per distrarre la propria attenzione e frenare il proprio terrore, giacché la voce dello Spettro gli penetrava fino al midollo delle ossa.
Continuare a star seduto, fissando quegli occhi immobili e vitrei, e rimanendo anche per un solo momento in silenzio, sarebbe stato, Scrooge lo sentiva, un gioco assai pericoloso.
Inoltre, c'era qualcosa di terribile nel fatto che lo Spettro aveva una sua propria atmosfera infernale. Scrooge non poteva sentirla, ma era certamente così; giacché, sebbene il fantasma sedesse perfettamente immobile, i capelli, le vesti e le nappe continuavano a fluttuare come per effetto di un vapore caldo proveniente da una stufa.
«Vedi questo stuzzicadenti?», disse Scrooge, tornando rapidamente alla carica per il motivo già detto, desideroso di distogliere dalla sua persona, fosse pure per un secondo solo, lo sguardo di pietra della visione.
«Sì», rispose lo Spettro.
«Ma non lo guardi!», disse Scrooge.
«Eppure», disse lo Spettro, «lo vedo.» «Bene!», replicò Scrooge. «Basta che io lo inghiotta per essere perseguitato per il resto dei miei giorni da una legione di fantasmi, tutti di mia creazione. Fesserie, ti dico, fesserie.»
A queste parole, lo Spirito emise un grido terribile e scosse la catena con un rumore talmente lugubre e spaventoso che Scrooge si afferrò con tutte le forze alla sedia per evitare di cadere svenuto.
Ma ben più grande fu il suo orrore quando il fantasma si tolse la benda che portava intorno alla testa, come se facesse troppo caldo per portarla dentro casa, e la mascella inferiore gli cadde sul petto.
Scrooge cadde in ginocchio, coprendosi il volto con le mani.
«Misericordia!», disse. «Spaventosa apparizione, perché mi tormenti?»
«Uomo dai pensieri terreni», replicò lo Spettro, «credi in me, sì o no?»
«Sì», disse Scrooge, «debbo crederci! Ma perché gli spiriti passeggiano sulla terra e perché vengono da me?» «E' richiesto ad ogni uomo», replicò lo Spettro, che lo spirito che è dentro di lui si aggiri tra i suoi simili e viaggi in terre lontane; e, se quello spirito non lo fa in vita, è condannato a farlo dopo morto.
E condannato a errare per il mondo - misero me! -
e ad assistere alle cose alle quali non può partecipare, ma a cui avrebbe potuto partecipare sulla terra, e trame felicità!»
Lo Spettro emise un altro grido, e scosse la catena, e si torse le mani spettrali.
«Sei incatenato», disse Scrooge, tremando. «Dimmi il perché.»
«Porto la catena che ho forgiato in vita», replicò lo Spettro.
«Sono io che l'ho fatta, un anello dopo l'altro, un braccio dopo l'altro; sono io che me la sono cinta di spontanea volontà e di spontanea volontà l'ho portata. Ti pare strana?»
Scrooge tremava sempre di più. «o non conosci forse», proseguì lo Spettro, «il peso e la lunghezza della catena che tu stesso porti? Aveva la stessa lunghezza e lo stesso peso di questa già sette Natali fa. Da allora ci hai lavorato ancora. E una catena imponente!»
Scrooge diede un'occhiata in giro sul pavimento, aspettandosi di vedersi circondato da cinquanta o sessanta piedi di cavo metallico, ma non riuscì a veder nulla.
«Jacob», disse supplichevole, «vecchio Jacob Marley, dimmi qualche altra cosa, dimmi una parola di conforto, Jacob!»
«Non ho conforto da dare», replicò lo Spettro. «Il conforto viene da altre parti, Ebenezer Scrooge, e sono altri ministri che lo recano ad altri tipi di uomini. E nemmeno posso dirti tutto quello che vorrei. Non mi è concesso che pochissimo tempo ancora lo non posso riposare, non posso restare, non posso indugiare in alcun luogo. Il mio spirito non ha mai errato al di là del nostro ufficio - sta' attento! in vita il mio spirito non è mai andato oltre i limiti angusti della tana dei nostri affari; e viaggi faticosi mi attendono ancora!»
Quando era preoccupato, Scrooge aveva l'abitudine di mettersi le mani nelle tasche dei calzoni; ora, meditando su quello che aveva detto lo Spirito, fece lo stesso, però senza alzare gli occhi né levarsi in piedi.
«Devi esserti mosso molto adagio, Jacob», osservò Scrooge, col tono di un affarista, però non senza umiltà e deferenza.
«Adagio!», ripeté lo Spettro.
«Morto da sette anni», mormorò Scrooge, «e hai viaggiato tutto questo tempo?»
«Tutto questo tempo», disse lo Spettro, «senza sosta, senza pace, in un'incessante tortura di rimorsi.»
«Viaggi in fretta?», disse Scrooge. ..
«Sulle ali del vento», replicò lo Spettro.
«Devi aver fatto un bel po' di strada in sette anni», disse Scrooge.
A queste parole, lo Spettro emise un altro grido e fece risuonare la catena, nel profondo della notte, in un modo così spaventoso, che le guardie avrebbero avuto tutte le giustificazioni per accusarlo di schiamazzi notturni.
«Oh, devi esser prigioniero, legato, e a doppia catena», gridò il fantasma, «per non sapere che debbono trascorrere secoli di lavoro incessante da parte delle creature immortali su questa terra prima che tutto il bene di cui questa è suscettibile possa svilupparsi pienamente; per non sapere che ciascuno Spirito CrIstiano che lavori con animo buono nella sua piccola sfera, qualunque essa sia, troverà che la sua vita mortale è troppo breve per le vaste possibilità di rendersi utile che offre, per non sapere che non c'è rimpianto abbastanza grande per espiare le occasioni perdute in vita.
Eppure io ero così! Sì! Ero così!» Scrooge, che stava cominciando ad applicare quelle parole a se stesso, balbettò: «Però sei stato sempre un eccellente uomo di affari, Jacob».
«Affari!», gridò lo Spettro, torcendosi un'altra volta le mani. «Il mio affare avrebbe dovuto essere l'umanità. Il benessere comune era il mio affare.
Carità, misericordia, tolleranza, benevolenza, tutto questo era il mio affare.
Le contrattazioni del mio commercio non erano che una goccia d'acqua nell'immenso oceano di ciò che avrebbe dovuto costituire i miei affari.»
Sollevò la catena per tutta la lunghezza del braccio, come se quella fosse stata la causa del suo inconsolabile tormento, e la lasciò ricadere pesantemente a terra.
«In questo periodo dell'anno», disse lo Spettro, «soffro più che in tutti gli altri.
Perché mai ho camminato in mezzo alla folla dei miei simili con gli occhi rivolti in basso, senza mai alzarli verso quella stella benedetta che guidò i Re Magi verso una povera dimora?
Non c'erano forse case di poveri, verso le quali la luce di quella stella avrebbe potuto guidarmi?»
Scrooge era profondamente turbato udendo lo Spettro parlare in questo modo e cominciò a tremare in modo convulso.
«Ascoltami», gridò lo Spettro, «il tempo a mia disposizione è quasi finito.»
«Ti ascolterò», disse Scrooge; «ma non esser duro con me, Jacob, te ne prego! Non questo linguaggio solenne!»
«Come avviene che io possa apparirti dinanzi, in una forma visibile ai tuoi occhi, non sono in grado di dirlo; ma, per molti e molti giorni, ti sono stato seduto accanto invisibile.»
L'idea non era piacevole. Scrooge rabbrividì, e si asciugò la fronte, madida di sudore.
«Questa non è la parte più lieve della mia punizione. lo sono qui stasera per ammonirti che per te esiste ancora la possibilità e la speranza di sfuggire al mio destino: una possibilità e una speranza che io ti ho procurato, Ebenezer.»
Sei sempre stato un buon amico per me», disse Scrooge. «Ti ringrazio!».
Lo Spettro riprese:. «Sarai visitato da tre Spiriti».
Il viso di Scrooge si abbattè quasi quanto quello del!o Spettro.
E' questa la possibilità e la speranza di cui parlavi, Jacob?» chiese con voce tremante.
Proprio così!»
Io... io preferirei di no!» Scrooge
Senza la loro visita», disse lo Spettro, «non puoi sperare di evitare la strada che sto percorrendo io. Aspetta il primo domani quando l'orologio suonerà l'una.»
Non potrei averli tutti e tre insieme e farla finita subito, Jacob suggerì Scrooge. Aspetta il secondo la notte successiva alla stessa ora. Il terzo la notte seguente, quando cesserà di vibrare ultimo colpo delle dodici.
Non contare di rivederml: e cerca, nel tuo stesso interesse di ricordarti quello che è accaduto stasera tra noi!» Quando ebbe detto questo, lo Spettro prese al tavolo il fazzoletto e se lo ravvolse attorno alla testa come prima. Scrooge se ne rese conto dal rumore che fecero i denti quando la benda riportò assieme le mascelle: si fece coraggio, alzò gli occhi e vide che il suo soprannaturale visitatore gli stava ritto davanti, con la catena al corpo e sul braccio.
L'apparizione si scostò. da lui, camminando all'indietro;. e ad ogni passo che faceva la finestra si apriva leggermente, cosicchè, quando lo Spettro vi giunse, era completamnte spalancata.
Fece a Scrooge di avvicinarsl e questi obbedì. Quando si trovarono due passi l'uno dall'altro, lo spettro di Marley alzò la mano per ammonirlo a non avvicinarsi di più. Scrooge si fermò, non tanto per obbedienza, quanto per la sorpresa e la paura, giacchè appena lo Spettro ebbe alzata la mano, cominciò a sentire nell'aria rumori confusi, suoni incoerenti di lamenti e di rimpianti, gemiti di una tristezza e di un rimorso inesprimibili.
Lo Spettro dopo esser rimasto un momento in ascolto, si unì a quel lacrimante corteo e fluttuò nella notte desolata e oscura.
Scrooge, con una curiosità disperata, lo seguì fino alla finestra
e guardò fuori.
L'aria era piena di fantasmi che erravano in tutte le direzioni frettolosi e irrequieti, lamentandosi sul loro cammino. Ciascuno portava una catena come quella dello spettro di Marley; pochi (potevano essere Governi colpevoli), erano incatenati insieme; nessuno era libero. Scrooge ne aveva conosciuti personalmente alcuni da vivi; era stato particolarmente intimo con un vecchio Spettro che portava un panciotto bianco e alla cui caviglia era attaccata una mostruosa cassaforte di ferro, il quale piangeva in modo da far pietà, perché era incapace di soccorrere una misera donna con un bimbo, che vedeva più in basso, sulla soglia di una porta.
Il tormento di tutti loro consisteva evidentemente nel fatto che si sforzavano di intervenire nelle faccende umane per far del bene e che ne avevano perduto per sempre il potere.
Scrooge sarebbe stato incapace di dire se quelle creature svanirono nella nebbia, oppure se fu la nebbia ad inghiottirle.
Ma esse e le loro voci di spiriti si dileguarono insieme, e la notte tornò ad essere quale era stata nel momento in cui era tornato a casa.
Chiuse la finestra ed esaminò la porta attraverso la quale lo Spettro era entrato.
Era chiusa a doppia mandata come lui stesso l'aveva chiusa con le sue stesse mani, e il catenaccio non era stato toccato.
Tentò di dire «fesserie», ma si fermò alla prima sillaba; e poiché, fosse l'emozione che aveva provato, o la fatica della giornata, o lo sguardo che aveva potuto gettare sul mondo invisibile, o la triste conversazione con lo Spettro, o l'ora tarda, sentiva un gran bisogno di riposare, andò direttamente a letto senza neanche spogliarsi e cadde immediatamente addormentato.

 

Un Canto Natale di Dickens - Lo spettro di Marley
 

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