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24 Maggio
2012    
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Racconti di Natale di Charles Dickens - Le campane

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Charles Dickens, Le campane

Racconti di Natale -
di Charles Dickens -
Le campane -


Il messaggio di amore e di fiducia nell'uomo viene affidato in questo racconto (1844) alla voce delle campane, vecchie compagne dello sparuto, affamato Trotty Veck, perennemente in attesa di messaggi o pacchi da recapitare.
Divenute immense spettrali figure, lo guidano attraverso i! difficile cammino dell'apprendimento, additando nella sfiducia verso l'umanità la sua colpa.
Gli scorrono davanti agli occhi le immagini di un futuro amaro e senza riscatto, in cui gli esseri amati. si degradano nella miseria, nella prostituzione, nel crimine.
In un incerto equilibrio tra la vita e la morte il racconto consente, sin quasi alla fine, una doppia lettura: visione d'incubo di un futuro possibile oppure «realtà» di cui Trotty, ormai spettro, viene messo al corrente.
Il finale serve al personaggio e allo scrittore per prefigurare una marea del Tempo che spazzi via come foglie i sopraffatori.




Primo capitolo






Non sono molto numerosi - e giacché è desiderabile che tra chi narra una storia e chi la legge si stabilisca al più presto possibile una comprensione reciproca, prego di prender nota che io non limito questa osservazione né ai giovani né ai piccoli, ma la applico a ogni sorta di gente piccola e grande, giovane e vecchia, ancora nel periodo della crescita oppure già sul declinare - non sono, dico, molto numerosi coloro a cui piacerebbe di dormire in una chiesa.
Non intendo parlare con questo di dormirvi durante la predica di una giornata calda (cosa che è stata realmente fatta un paio di volte), ma di dormirvi di notte e soli.
Una grande moltitudine di persone sarà violentemente sorpresa, lo so, da una tale asserzione nella piena luce del giorno; ma essa si applica alla notte e deve essere discussa di notte.
E io mi impegno di sostenerla con successo in qualsiasi notte piovosa che si scelga a questo scopo contro qualsiasi contraddittore scelto nella folla, che sia disposto a incontrarmi da solo in un vecchio cimitero dinanzi alla porta di una vecchia chiesa e mi dia la preventiva autorizzazione a chiuderlo dentro, se questo è necessario per convincerlo, fino all'indomani mattina.
Giacché nella notte il vento ha un suo modo sinistro di errare tutt'intorno a un edificio di quel genere e di lamentarsi sul suo cammino e di passare la sua mano invisibile su finestre e porte alla ricerca di qualche fessura per entrare, e quando vi è riuscito, come fanno tutti coloro che non trovano la cosa che cercano, qualunque essa possa essere, geme e ulula per tornar fuori un'altra volta; e non contento di indugiare nelle navate e di scivolare tutt'intorno alle colonne e di tentare l'organo, si solleva fino al soffitto e tenta di piegare le travi, poi, scagliandosi disperatamente sulle pietre del pavimento, passa brontolando dentro la cripta.
Indi risale su di nascosto e striscia lungo i muri come se volesse leggere sottovoce le iscrizioni consacrate ai morti. Davanti a qualcuna di queste scoppia in un suono stridulo come se ridesse e davanti ad altre geme e piange come se si lamentasse.
Ha anche un suono spettrale quando indugia intorno all'altare, dove sembra che voglia cantare nel suo modo selvaggio di torti e di omicidi commessi e di falsi dèi venerati, sfidando le tavole della legge che sembrano tanto belle e liscie e sono invece così corrugate e spezzate.
Dio ci preservi, seduti al calduccio accanto al fuoco! Tremenda voce ha il vento quando canta a mezzanotte in una chiesa!
Ma lassù nella guglia, là quel soffio terribile mugge e sibila.
E in cima alla guglia, là dove è libero di entrare e uscire attraverso molte arcate e molte aperture e di contorcersi intorno alla scala malsicura e di far girare la banderuola lamentosa e di far tremare e rabbrividire la torre stessa!
In cima alla guglia, là dove sono le campane e le sbarre di ferro sono rose dalla ruggine e le coperture di piombo e di rame corrugate dall'azione delle intemperie scricchiolano e si sollevano sotto quel peso insolito e gli uccelli fanno miseri nidi negli angoli di vecchie travi di quercia e la polvere si fa vecchia e grigia e ragni chiazzati, resi indolenti e grassi dalla lunga incolumità, si dondolano oziosamente in qua e in là alla vibrazione delle campane senza mai perdere la presa sui loro castelli in aria fatti di filo, oppure si arrampicano come marinai se c'è un allarme improvviso o si lasciano cadere sul pavimento invocando una ventina di agili gambe per aver salva la vita!
In cima alla guglia di una vecchia chiesa, molto al di sopra di luci e mormorii della città e molto al di sotto delle nubi fluttuanti che le fanno ombra, è il posto sinistro e pauroso di notte; e in cima alla guglia d'una vecchia chiesa stavano le campane di cui voglio raccontarvi.
Erano vecchie campane, credete. Secoli fa quelle campane erano state battezzate da vescovi; talmente tanti secoli fa, che il registro del battesimo è andato perduto molto, molto tempo prima di qualsiasi memoria d'uomo e nessuno ne conosce i nomi.
Avevano avuto padrini e madrine quelle campane - e per parte mia, sia detto tra parentesi, preferirei assumermi la responsabilità di essere padrino di una campana piuttosto che d'un ragazzo - e avevano avuto senza dubbio anche le loro coppe d'argento.
Ma il tempo ne aveva falciato i padrini ed Enrico VIII ne aveva fuso le coppe; ora pendevano senza nome e senza argento nella torre della chiesa.
Non però senza parola. Al contrario, avevano una voce chiara, robusta, allegra, sonante quelle campane, e si facevano sentire col vento a grande distanza.
Per di più erano campane troppo ostinate per dipendere dal piacere del vento, giacché combattendo valorosamente contro di lui quando si lasciava prendere da un capriccio contrario versavano con prodigalità regale le loro note gioiose negli orecchi in ascolto; ed essendo decise a farsi
sentire in una notte burrascosa da qualche povera madre che vegliava un bambino ammalato o da qualche moglie solitaria il cui marito era in mare, si erano fatte la reputazione di esser capaci a volte di battere anche il più violento dei venti di nord-ovest; sì, «gagliarde», diceva Toby Veck; -anche se la gente lo chiamava Trotty Veck, il suo vero nome era Toby e nessuno avrebbe potuto cambiarIo con un altro tranne quello di Tobia senza una legge speciale del Parlamento, giacché era stato battezzato altrettanto legalmente al tempo suo quanto lo erano state le campane al loro, per quanto con molto meno solennità e molto meno allegrezza pubblica.
Da parte mia confesso di aderire all'opinione di Toby Veck, giacché sono sicuro che egli aveva avuto abbastanza occasioni per formarsene una esatta; e qualunque cosa diceva Toby Veck la dirò anch'io. E sono disposto a stargli accanto, anche se se ne stava in piedi tutto il giorno, e non era poca fatica, proprio fuori della porta della chiesa. In realtà Toby Veck era un facchino pubblico e quello era il punto dove aspettava le sue commissioni.
Ed era, per aspettare d'inverno, un punto pieno di vento chedava la pelle d'oca, faceva paonazzo il naso e rossi gli occhi, gelava le dita dei piedi e faceva battere i denti; e Toby Veck lo sapeva bene.
Il vento, specialmente quello di levante, girava rabbiosamente intorno all'angolo, come se avesse espressamente fatto una sortita dai confini della terra al solo scopo di dare una botta a Toby; e spesso sembrava che gli arrivasse addosso prima del previsto, perché, balzando intorno alla cantonata e passando oltre Toby, si volgeva subitaneamente indietro come se avesse gridato «ma eccolo lì!». Subito il piccolo grembiule bianco gli si impigliava sulla testa come i vestiti di un ragazzo che fa i capricci mentre il debole bastoncino combatteva e lottava inutilmente nella sua mano e le gambe subivano una tremenda agitazione; e lo stesso Toby tutto di sbieco guardava ora da un lato ora dall'altro, scosso e schiaffeggiato, arruffato, tormentato e alzato da terra in modo tale che era quasi un miracolo che non fosse fisicamente sollevato per aria, come accade talvolta a colonie di rane o di chiocciole o di altre creature trasportabili, e ributtato giù un'altra volta, con grande meraviglia degli indigeni, in qualche strano angolo del mondo dove i facchini pubblici sono sconosciuti. Ma le giornate di vento, per quanto lo maltrattassero così duramente, erano dopo tutto una specie di vacanza per Toby.
Il fatto è questo. Quando tirava vento non gli pareva di dover aspettare tanto tempo per guadagnare mezzo scellino quanto era solito in altre occasioni, perché il dover combattere con quell'elemento tempestoso assorbiva la sua attenzione e lo tirava su quando si sentiva affamato e depresso.
Anche una bella gelata o una nevicata costituivano un evento, e sembravano fargli bene in un modo o nell'altro, per quanto sarebbe stato difficile dire in qual modo.
Così il vento, il gelo e la neve o forse anche una bella e seria grandinata, costituivano giornate di festa per Toby Veck.
Il tempo umido era il peggiore di tutti; quell'umidità fredda, gelida, appiccicosa che lo avvolgeva come un pastrano bagnato, l'unico tipo di pastrano che Toby possedesse e del quale si sarebbe potuto privare, contribuendo in tal modo a sentirsi maggiormente a suo agio.
Le giornate umide, quando la pioggia cadeva lenta, fitta, ostinata, quando la gola delle strade era ostruita dalla nebbia come la sua stessa gola, quando ombrelli fumanti passavano e ripassavano urtandosi l'un l'altro sui marciapiedi affollati, spargendo intorno una piccola doccia di goccioline sgradevoli, quando le fogne riboccavano e le grondaie erano piene e rumorose, quando l'umidità cadeva in gocce dalle pietre sporgenti e dalle balaustrate della chiesa di Toby, trasformando in un batter d'occhio in un mucchietto di fango il pugno di paglia sul quale teneva i piedi, queste erano le giornate più terribili per lui.
Allora avreste veramente potuto vedere Toby guardare ansiosamente fuori dal suo riparo in un angolo del muro della chiesa, - un riparo così angusto che d'estate non proiettava sul pavimento assolato un'ombra più fitta di quanto avrebbe potuto fare un bastone da passeggio di dimensioni normali - con un viso sconsolato e lungo.
Ma quando usciva fuori un minuto dopo, per riscaldarsi col movimento e trottava in su e in giù per qualche dozzina di volte, si rasserenava - persino allora e tornava più sereno alla sua nicchia.
Lo chiamavano Trotty per via del suo passo che indicava velocità anche se non la creava.
Forse, anzi molto probabilmente, avrebbe potuto camminare più in fretta; ma se lo avessero privato del suo trotto Toby si sarebbe messo a letto e sarebbe morto.
Nelle giornate brutte lo inzaccherava completamente di fango e gli costava una quantità di fastidi. Avrebbe potuto camminare in maniera infinitamente più agevole.
Ma forse era questa la ragione per la quale rimaneva così tenacemente fedele al suo trotto.
Quanto a bontà di intenzioni, questo Toby, benché
fosse un vecchietto debole, piccolo e insignificante, era un vero Ercole. Gli piaceva di guadagnarsi il suo denaro. Era felice di pensare che era degno di guadagnarsi la vita; e perché Toby era poverissimo, non poteva certo permettersi di rinunciare a un piacere.
Quando aveva in mano un messaggio da uno scellino o da uno scellino e mezzo o un pacchetto, il suo coraggio, sempre alto, si faceva più alto; quando trottava gridava ai postali che avanzavano rapidi davanti a lui di sgombrare la strada, fermamente convinto che nel corso naturale delle cose sarebbe stato inevitabilmente lui a raggiungerle e lasciarsele indietro, e aveva una fede assoluta, ben di rado messa alla prova, di essere in grado di trasportare qualsiasi cosa che un uomo potesse sollevare da terra.
Così anche quando usciva dal suo buco in una giornata di pioggia per riscaldarsi Toby trottava. Facendo nella mota, colle sue scarpe bucate, tutta una linea spezzata di impronte fangose, e soffiandosi sulle mani gelide e sfregandole l'una all'altra, poveramente difese com'erano dal freddo pungente da un paio di guanti a maglia di lana grigia, che possedevano un appartamento privato soltanto per il pollice e una stanza in comune per le altre dita, Toby, colle ginocchia piegate e il bastone sotto il braccio, continuava a trottare.
Quando si spingeva in mezzo alla strada per guardare in su verso il campanile mentre suonavano le campane, Toby continuava a trottare.
Quest'ultima escursione la compiva diverse volte al giorno perché le campane erano una compagnia per lui; e quando ne sentiva le voci gli interessava guardare il posto dove erano alloggiate e pensare in qual modo venivano messe in moto e quali martelli vi battevano sopra.
Forse ciò che lo rendeva ancor più curioso a proposito di quelle campane era il fatto che tra loro e lui esistevano certi punti di somiglianza.
Restavano appese lassù con tutti i tempi nonostante gli assalti del vento e della pioggia a guardare soltanto l'esterno di tutte quelle case, senza mai avvicinarsi d'un passo ai fuochi ardenti che si riflettevano sulle finestre o uscivano fuori a vampate dai camini, incapaci di partecipare delle cose buone che venivano passate costantemente attraverso le porte a mani di cuochi miracolosi.
A molte finestre comparivano e sparivano dei visi - a volte visi graziosi, visi giovanili, visi simpatici, a volte decisamente l'opposto; - ma Toby, per quanto spesso meditasse su queste inezie mentre rimaneva in ozio sulla strada, non sapeva nulla di più di quanto non sapessero le campane, né donde venivano né dove andavano e neppure, quando quelle labbra si muovevano, se durante tutto l'anno venisse mai pronunciata una sola parola gentile su di lui.
Toby non amava discutere, almeno per quanto ne sapeva lui.
Non intendo dire che quando cominciò a interessarsi alle campane e a trasformare la sua prima sommaria conoscenza con loro in un tessuto molto più intimo e più delicato, sia passato attraverso tutte queste considerazioni a una a una o le abbia passate in rivista nei suoi pensieri.


Racconti di Natale di Charles Dickens - Le campane
 

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