Racconto di Gabriele D'Annunzio -
L'ultimo stormo
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esànimi. Qualcuno era infranto, e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma
esile. L'ultimo stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancora qualche compagna dispersa.
Le migratrici stavano in fila su l'orlo del canale: talune rivolte col becco, altre col dorso, per modo che le piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano.
E cosÌ, aspettando, gittavano nell'aria calma i richiami.
E di tratto in tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E s'approssimava l'ora della dipartita.
Un'occhiata di sole languida scendeva sulla casa chiusa, su i nidi deserti.
Nulla era più triste di quelle esili. piume morte che qua e là, trattenute dalla creta, tremolavano.
Come sollevato da un colpo di vento subitaneo, da una raffica, lo stormo si levò con gran frullo d'ali, sorse nell'aria in guisa di vortice, rimase un istante a perpendicolo sulla casa; poi, senza incertezze, quasi che davanti gli si fosse disegnata una traccia, si mise compatto in viaggio, si allontanò, si dileguò, disparve.
La partenza delle rondini è una vicenda che si ripete a ogni anno, ma suscita sempre un senso di malinconia.
Gabriele D'Annunzio descrive con naturalezza lo sfondo triste di quei nidi abbandonati e l'ordine preciso con cui le rondini si preparano al gran viaggio. Quando il loro istinto le avverte che lo stormo è completo, come ad un segnale di partenza, si levano rapide nel cielo: per un attimo sembrano terme sulle case, poi si allontanano unite e, rimpicciolendo, scompaiono alla vista.
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