
In Abruzzo non c'è che due stagioni: l'estate e l'inverno.
Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s'impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza.Accendevamo la nostra stufa verde, col lungo tubo che attraversava il soffitto: ci si riuniva tutti nella stanza dove c'era la stufa, e lì si cucinava e si mangiava, mio marito scriveva al grande tavolo ovale, i bambini cospargevano di giocattoli il pavimento.
Tutte le sere mio marito ed io facevamo una passeggiata e tutti uscivano sulla porta e ci dicevano: - Con una buona salute.
Qualcuno certe volte domandava: - Ma quando ci ritornerete alle case vostre? .
Mio marito ,diceva: - Quando sarà finita la guerra.
E quando finirà questa guerra? Te che sai tutto e sei un professore, quando finirà?
Mio marito lo chiamavano «il professore» non sapendo pronunciare il suo nome, e venivano da lontano a consultarlo sulle cose più varie, sulla stagione migliore per togliersi i denti, sui sussidi che dava il municipio e sulle tasse.
A Gigetto di Calcedonio nacquero due gemelli, con due gemelli maschi che aveva già in casa, e fece una chiassata in municipio perché non voleva dargli il sussidio, dato che aveva tanta terra e un orto grande come sette città.
A Rosa, la bidella della scuola, una vicina gli sputò dentro l'occhio, e lei girava con l'occhio bendato perché le pagassero l'indennità.
L'occhio è delicato, lo sputo è salato - spiegava.
E anche di questo si parlò per un pezzo, finché non ci fu più niente da dire.
La fine dell'inverno svegliava in noi come un'irrequietudine.
Forse qualcuno sarebbe venuto a trovarci: forse sarebbe finalmente accaduto qualcosa.
Il nostro esilio doveva pur avere fine. Le vie che ci dividevano dal mondo parevano più brevi: la posta arrivava più spesso.
Tutti i nostri geloni guarivano lentamente.
| < Prec. | Succ. > |
|---|




