Eppure l'amica era buona, affettuosa, le voleva sinceramente bene, ma Zenobia non sapeva sottrarsi al. confronto, e attraverso il confronto il cancro dell'invidia non le dava tregua. Neppure quando scopre che l'amica non ha poi tutto, che in fondo non è felice come potrebbe sembrare all'apparenza, riesce a perdonarle di essere più bella e più intelligente. Il tempo passa, e solo più tardi, molto più tardi, quando la vecchiaia avrà divorato e ogni traccia di bellezza e di splendore nell'amica di un tempo, Zenobia si sentirà finalmente in pace, e pronta a un abbraccio fraterno.
È un racconto sconcertante che va letto con molta attenzione.
Racconto di José Emilio Pacheco
Il tempo cancella l'ìnvidia
Rosalba ed io siamo nate in due case dello stesso isolato e a pochi mesi di distanza.
Il mio primo ricordo di Rosalba è di quando andavamo all'asilo.
Da allora fu la più bella, la più preziosa,! la più intelligente.
Era simpatica a tutti, era buona con tutti.
Alle elementari e alle medie, lo stesso: la migliore alunna, quella che portava la bandiera, sceglievano sempre lei per ballare, declamare e recitare in tutte le feste della scuola.
E non faceva fatica a studiare, le bastava sentire qualcosa una volta per impararla a memoria.
Perché mai le cose devono essere così maldistribuite, perché a Rosalba è toccato tutto il buono e a me tutto il cattivo?
Brutta, goffa, grassa, pesante, antipatica, volgare, stizzosa, insomma...
Entrammo in liceo, in un'epoca che quasi nessuna arrivava fino a quegli studi.
Tutti volevano essere fidanzati di Rosalba; a me nessuno che tentasse neanche di farmi il filo, nessuno degnava di un'occhiata l'amica brutta della ragazza carina.
In un giornaletto studentesco pubblicarono senza firma, ma io so chi è stato e non glielo perdonerò mai anche se adesso è molto famoso e molto importante -:
«Dicono le malelingue del liceo che Rosalba non si muove mai senza Zenobia in modo che il contrasto faccia risplendere ancora di più la sua bellezza straordinaria, unica, incomparabile ».
Che ingiustizia. Nessuno sceglie la propria faccia e, se una nasce brutta fuori, la gente fa di tutto per farla diventare brutta anche dentro.
A quindici anni ero già amareggiata, odiavo la mia migliore amica e non potevo dimostrarlo perché lei era sempre gentile, buona, affettuosa, e quando mi lamentavo della mia bruttezza mi diceva: « Come sei stupida, come fai a crederti brutta con quegli occhi e quel sorriso così bello? ».
Era solo la giovinezza. A quell'età non c'è nessuno che non abbia un minimo di grazia.
La mia mamma se n'era resa conto fin da molto tempo prima e cercava di consolarmi dicendo quanto soffrono le donne belle e come si perdono facilmente...
Non avevamo ancora finito il liceo -io volevo studiare legge, essere avvocatessa, benché allora facesse ridere che una donna si andasse a occupare di lavori da uomo e Rosalba si era già sposata con un ragazzo molto per bene, del quartiere Juarez, che lei aveva conosciuto a una festa.
Mentre lei se ne andava a vivere nell'avenida Chapultepec in una casa di sogno che adesso hanno buttato giù, io me ne rimanevo relegata nello stesso appartamento dove sono nata, nelle strade di Pino.
A quell'epoca la mamma era già morta, mio padre era diventato cieco e mio fratello era un ubriacone che sonava la chitarra, faceva canzoni e voleva diventare ricco e famoso.
Con tante illusioni che mi ero fatta, mi sono vista costretta a lavorare fin da piccola.
Intanto mio padre era morto.
Poco dopo ammazzarono mio fratello in una lite d'osteria.
Rosalba mi aveva invitata a casa sua, certo, ma io non ci sono mai andata.
Passò molto tempo e un giorno venne nel reparto indumenti intimi dove io lavoravo e mi salutò come se niente fosse, come se avessimo continuato a vederci, e mi presentò il suo secondo marito, uno straniero che capiva a malapena lo spagnolo.
Era ancora più bella ed elegante, nella pienezza, come si usa dire.
Mi sono sentita così male che mi sarebbe piaciuto vederla cader morta ai miei piedi.
E il peggio, la cosa più dolorosa, era che Rosalba era gentile, di modi semplici, come sempre.
Le dissi che sarei andata a trovarla nella sua nuova casa.
Non ci sono mai andata. Di sera pregavo Dio che non me la facesse più incontrare.
Tutte le nostre amiche si erano sposate e cominciavano ad andarsene da Santa Maria.
Quelle che restavano, erano grasse, piene di figli, con mariti che gli urlavano dietro e le picchiavano.
Per vivere in quel modo, meglio non sposarsi.
E io non mi sposai, benché le occasioni non mi mancassero, perché ce n'è per tutti i gusti e, per quanto una sia spampanata,c'è sempre qualcuno che ci viene dietro per raccattare quello che buttiamo via.
Passarono gli anni, e sarà stata suppergiù l'epoca di Aleman o di Ruiz Cortinez quando una sera che io stavo aspettando il mio autobus in centro e pioveva a catinelle la vidi in una grande automobile, con autista in livrea e tutto il resto.
Ci fu un ingorgo, Rosalba mi scoprì tra la gente e m'invitò a salire.
Rosalba si era sposata per la quarta volta, benché sembri impossibile, e nonostante tanto tempo, grazie alle sue cure, era sempre la stessa: la sua faccia fresca da ragazza, i suoi occhi verdi, le sue fossette, i suoi denti perfetti... .
Mi rimproverò perché non ero mai andata a trovarla, benché ogni anno lei mi mandasse gli auguri di Natale, e mi disse che la prossima domenica non c'erano scuse, avrebbe mandato il suo autista a prendermi per pranzare con lei.
Quando arrivammo, per cortesia la invitai ad entrare.
E accettò; accettò. Immaginarsi la mia umiliazione, vedendo nel mio appartamento lei, che viveva tra tanti lussi e comodità.
Per quanto pulito e in ordine lo tenessi, quello era pur sempre lo stesso porcile
che Rosalba conosceva quando era una poveraccia anche lei.
Tutto così vecchio e malandato che mi prese una gran voglia di piangere d'umiliazione, di gelosia e di rabbia.
Rosalba diventò triste. Tirammo in ballo i ricordi di quando eravamo bambine.
È per quello, che non dovremmo invidiare nessuno, perché tutti qualcosa di brutto ce l'hanno, piccola o grande che sia. Rosalba non poteva aver figli e gli uomini la illudevano per un pò, per poi deluderla.
Be rimase per pocò tempo; andava a una festa e doveva vestirsi.
Qualche giorno dopo,la domenica, si presentò l'autista.
Lo spiai dalla finestra e non mi feci trpvare.
Cosa ci avrei fatto io; la brutta, la inetta, la zitella,l'impiegatuccia, in quell'ambiente di ricchezza?
Perché espormi ad essere confrontata di nuovo con Rosalba?
Non sarò un bel niente, ma ho il mio amor proprio.
Ah, quell'incontro mi si scolpì nell'anima.
Non potevo andare al cinema, vedere la televisione, sfogliare riviste, perché vedevo sempre donne belle con le stesse doti di Rosalba.
E così, quando durante il mio lavoro mi toccava badare a qualche ragazza che le somigliava in qualcosa, la trattavo male, inventavo complicazioni, cercavo il modo di umiliarla davanti agli altri commessi per sentire che mi stavo vendicando di Rosalba.
Cosa mi aveva fatto Rosalba? Niente, quello che si dice niente.
Il peggio era quello; era la cosa che mi dava più rabbia.
Cioè, è sempre stata buona e affettuosa con me; ma mi ha distrutta, mi ha rovinato la vita solo per il fatto di esistere, di essere lì, così graziosa, così ricca, così tutto...lo so già cosa vuol dire stare nell'inferno.
E tuttavia non c'è termine che non scada, né debito che non si paghi.
Da quell'ultimo incontro sono passati vent'anni o forse più, non ricordo bene...
Ma oggi, questa mattina, l'ho vista sull'anogolo tra Madero e Palma, prima da lontano, e poi da molto vicino: quel corpo meraviglioso quella faccia, quelle gambe, quei capelli color mogano, perduti per sempre in un barile di strutto, borse, rughe, doppio mento, macchie, varici, canizie, belletti, rossetti, rimmel, ciglia artificiali...
Mi sono affrettata a baciarla e ad abbracciarla.
Ormai era finito tutto quello che ci aveva separate.
Non importavano gli anni addietro, ormai non saremmo mai più state una la brutta e l'altra la bella.
Adesso finalmente Rosalba e io siamo uguali.
Adesso la vecchiaia ci ha rese uguali.
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