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24 Maggio
2012    
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Morte di Camillo Benso conte di Cavour

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Conte_Cavour
Gli Italiani uniti da 150 anni -
Il 6 giugno del 1861 muore Camillo Benso conte di Cavour
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Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, Conte di Cellarengo e di Isolabella, noto come Conte di Cavour, politico e patriota italiano nasce a Torino, il 10 agosto 1810  muore a Torino, il 6 giugno 1861.
Cavour fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, Capo del governo dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861.
Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, diventa  il primo Presidente del Consiglio del nuovo Stato e con tale carica muore.
Il martedì sera, la notizia della grave malattia di mio zio essendosi sparsa per la città, il palazzo Cavour fu come assediato dalla popolazione di Torino, e si dovè lasciarlo aperto tutta la notte.
L'appartamento, lo scalone, il vestibolo, il cortile non restaron vuoti un minuto; e quando mi ritirai, verso le due, stentai ad aprirmi un passaggio attraverso la folla cupa, silenziosa, desolata.
La notte fu cattiva: lo stato dell'infermo peggiorò talmente, che il mercoledì mattina i medici, interrogati dal marchese di Rorà e da mio fratello i quali avevano vegliato mio zio, dissero che, se il conte aveva qualche disposizione da prendere, non vi era tempo da perdere.

Verso le nove fu annunziato il re, che, per evitare la folla che ingombrava il cortile, lo scalone e quasi tutta la casa, entrò dalla scala piccola e da una porta nascosta, prima che avessimo avvisato l'infermo della visita che arrivava.
Mio zio riconobbe perfettamente il re, e gli disse subito:

Oh, sire! io ho molte cose da comunicare a Vostra  Maestà, molte carte da mostrarle: ma son troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitar la Maestà  Vostra; ma io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare. Vostra  Maestà  ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore è molto buono per noi ora, sì, molto buono.
E i nostri poveri Napoletani così intelligenti!
Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti.
Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi.

Il Re strinse la mano del suo ministro moribondo e uscì dalla camera per parlare coi medici.
Il Re partì; il Conte riprese la serie de' suoi discorsi.
Poi mio zio mi domandò dove erano alloggiati i diversi corpi del nostro esercito, dove si trovavano parecchi militari suoi amici; ed io, disfatta di commozione, risposi male alle sue domande.
Egli mi guardò con affetto e tristezza e mi disse:

Piccina, tu non sai quello che mi dici: un momento fa mi dicevi che il Generale P. comandava a Parma: come è che ora si trova a Bologna?
Soffocata uscii dalla camera per piangere.
La voce del mio povero zio che fino allora era stata fortissima cominciava ad affiocare: i domestici spaventati ci dicevano:
Ecco la voce del signor conte che cala: quando cesserà di parlare, cesserà di vivere. Il dottor Maffoni, che vegliava il malato, ci consigliò di fargli prendere una tazza di brodo con pane tritato e un bicchiere di bordeaux.
Egli prese l'una e l'altro con piacere; e siccome io gli domandava se aveva trovata la zuppa buona, mi rispose:

Troppo buona: Riberi ci griderà tutti e due, domani.
Di' al cuoco che il suo brodo era troppo succoso per un ammalato come me.

Era la prima volta che consentiva a prendere un poco di cibo dopo la sua malattia. Ma tutto ad un tratto le gambe si agghiacciarono, un sudor freddo gli coprì la fronte; e si lamentò di un dolore al braccio sinistro, a quel braccio stesso che
dalla giornata di domenica era freddo come marmo.
Il dottor Maffoni tentò di riscaldare le membra agghiacciate con empiastri, frizioni e pezze scottanti:. tentativi che rimasero infruttuosi.
Egli allora mi ordinò di dare a mio zio una tazza di brodo, che bevve con piacere, e chiese anche una goccia di bordeaux.
Ma quasi subito dopo la lingua gli si ingrossò, e non parlò più che con difficoltà.
Mi disse tuttavia di togliergli l'empiastro che aveva al braccio sinistro, m'aiutò a levarlo colla sua mano dritta, mi prese la guancia, accostò la mia testa alla sua

bocca, e mi baciò due volte, dicendomi:
Grazie e addio, piccina cara.
Poi, dopo aver detto teneramente addio a mio fratello, parve prendere un istante di riposo. Ma il polso diminuiva.
Noi mandammo a cercare padre Giacomo, che arrivò alle cinque e mezza coll'olio santo. Il conte lo riconobbe, gli strinse la mano e disse:
Frate, frate, libera chiesa in libero stato!
Furono le sue ultime parole.
Giuseppina Benso di Cavour

Camillo Benso Conte di Cavour riposa in una cripta di marmo nero, a Santena, nella pianura torinese; sotto i colli di Chieri.

Morte di Camillo Benso conte di Cavour
 

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