
150 anni dell'Unita d'Italia -
Garibaldi nel palazzo di un principe siciliano -
In un famoso romanzo del nostro Novecento, II Gattopardo di Garibaldi di Tommasi di Lampedusa rivive, nella biografia di un principe siciliano il periodo che portò all'unità d'Italia.
Un colonnello piemontese, ospite del principe, racconta l'episodio di Aspromonte, di cui è stato protagonista, facendo riflessioni sulle vicende politiche del tempo.
"Adesso la Sinistra vuol, mettermi in croce perché ho ordinato ai miei ragazzi, in Agosto; di far fuoco addosso al Generale.
Ma mi dica lei, Principe, cosa potevo fare d'altro con gli ordini scritti che
avevo addosso?
Debbo però confessare: quando lì ad Aspromonte mi son visto dinnanzi quelle centinaia di scamiciati, con faccie di fanatici incurabili alcuni, altri con le grinte dei rivoltosi di mestiere, sono stato felice che questi ordini fossero tanto aderenti a ciò che io stesso pensavo.
Se non avessi fatto sparare, quella gente avrebbe fatto polpette dei miei soldati e di me: e il guaio non sarebbe stato grande.
Ma avrebbe finito anche col provocare l'intervento francese e quello austriaco, un putiferio senza precedenti; nel quale sarebbe crollato questo Regno d'Italia che si è formatò miracolosamente, vale a dire non si capisce come.
E glielo dico in confidenza: Ia mia brevissima sparatoria ha giovato soprattutto... a Garibaldi, lo ha liberato da quella congrega che gli si era attaccata addosso,
da tutti quegli individui che si serVivano di lui per chissà quali fini, forse generosi perché inetti, forse però voluti dalle Tuileries e da palazzo Famese: tutti individui ben diversi da quelli che erano sbarcati con lui a Marsala, gente che credeva, i migliori fra essi, che si può far l'Italia con una serie di 'quarantottate'.
Lui il Generale, questo lo sa, perché al momento del mio famoso inginocchiamento mi ha stretto la mano, e con un calore che non credo abituale verso chi, cinque minuti prima, vi ha fatto caricare una pallottola nel piede.
E sa cosa mi ha detto a bassa voce, lui che era la sola persona per bene che si trovasse da quella parte sull'infausta montagna?
'Grazie, colonnello'. Grazie di che, gli chiedo? Di averlo reso zoppo per tutta la vita? No, evidentemente; ma di avergli fatto toccar con mano le smargiassate, le vigliaccherie, peggio forse, di questi suoi dubbi seguaci."
"Ma voglia scusarci, non crede lei, colonnello di aver un po' esagerato in baciamani, scappellate e complimenti?"
"Sinceramente, no. Perché qusti atti di tenerezza erano genuini.-
Bisogna vederlo, quel povero grand'uomo steso per terra sotto un castagno, dolorante nel corpo e ancor più indolenzito nello spirito-
Una pena! Si rivelava chiaramente per ciò che è sempre stato, un bambino, con barba e rughe, ma un ragazzino lo stesso, avventato e ingenuo.
Era difficile resistere alla commozione per essere stati costretti a fargli 'bu-bu'. Perché, d'altronde, avrei dovuto resistere?
lo la mano la bacio soltanto alle donne; anche allora, Principe, ho baciato la mano alla salvezza del Regno, che è anche essa una signora cui noi militari dobbiamo rendere omaggio.
Gli uomini del Generale, mentre i miei bersaglieri li disarmavano; inveivano e
bestemmiavano, e sa contro chi? Contro di lui, che era stato il solo a pagare di persona. Una schifezza, ma naturale; vedevano sfuggirsi dalle mani quella personalità infantile ma grande, che era la sola a poter coprire le oscure mene di tanti fra essi. E quand'anche le mie cortesie fossere state superflue, sarei lieto lo stesso di averle fatte: qui da noi, in Italia, non si esagera mai in fatto di sentimentalismi e sbaciucchiamenti: sono gli argomenti politici più efficaci che
abbiamo." Bevve il vino che gli avevano portato, ma ciò sembrò aumentare
ancora la sua amarezza. "Lei non è sfato nel continente dopo la fondazione del Regno, Principe? Fortunato lei. Non è un bello spettacolo.
Mai siamo stati tanto disuniti come da quando siamo riuniti.
Torino non vuole cessare di esser la capitale, Milano trova la nostra amministrazione inferiore a quella austriaca, Firenze ha paura che le si portino via le opere d'arte, Napoli piange per le industrie che perde, e qui, qui in Sicilia, sta covando qualche grosso, irrazionale guaio...
Per il momento, per merito anche del vostro umile servo, delle camicie rosse non si parla più; ma se ne riparlerà.
Quando saranno scomparse quelle, ne verranno altre di diverso colore; e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire? C'è lo Stellone, si dice. Sarà. Ma lei sa meglio di me, Principe, che anche le stelle fisse, veramente fisse non sono." Forse un po' brillo, profeta - va. Don Fabrizio dinanzi alle prospettive inquietanti senti stringersi il cuore.
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