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Giovedì
24 Maggio
2012    
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Garibaldi giovane di Giuseppe Guerzoni

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Giuseppe Garibaldi decenne








Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natia, che passa la sua giornata ad arrampicarsi su per le sàrtie dei bastimenti paterni, a tuffarsi e sguazzare nell'acqua, a ruzzolare e fare alle braccia coi monelli del Porto, a correre la montagna in caccia d'uccelli e di grilli,
e a frugare la scogliera per scavarvi i ricci ed i granchi: ecco quello che doveva essere in sull'alba dei suoi dieci anni
il futuro capo dei Mille.

Suo padre,  l'assicura egli stesso, non pensò a dargli alcuna « lezione né di ginnastica, né di scherma, né d'altri esercizi corporei », e noi gli crediamo facilmente.
Con quell'indole e quella tempra il ragazzo era maestro di sé stesso.
 Imparai (egli dice) la ginnastica arrampicandomi su per le sàrtie, o lasciandomi sdrucciolare giù pei cordami; la scherma, tentando di difendere da me la mia testa e di spaccare quella de' miei avversari; l'equitazione, prendendo a modello i migliori cavaIcatori del mondo e studiandomi di fare come loro.
Quanto al nuoto, dove e quando l'imparassi non mi sovviene; mi sembra
d'averlo sempre saputo e d'essere nato anfibio. Però, quantunque tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono sempre stato restio a fare il mio elogio, dirò molto schiettamente, e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano.
Non bisogna dunque attribuirmi merito alcuno se, mercé questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi nell'acqua per salvare la vita d'uno dei miei simili.

E a queste mirabili attitudini del corpo rispondevano, già adeguate e conformi, le qualità dell'animo; quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile méta: il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura che fin da bambino gli aveva cinti i nervi d'una corazza
impenetrabile a tutte le impressioni della paura, e radicato nell'animo
quella, non saprei dire se provvida o impavida, inconsapevolezza del pericolo, che pare talvolta colpevole follia ed è l'inconscia virtù dei fanciulli. e degli eroi.
Della bontà, poi, egli stesso,
ripeteva Il dono da Dio e da sua madre, e non pretendeva per sé merito alcuno.

Sino dai primi anni tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato lo toccava lo impietosiva. E non di una pietà inerte, passiva, quasi femminea; ma sì di quella virile, operosa, pugnace, che si sdegna dell'ingiustizia, si ribella alle prepotenze,  fa sua risolutamente la causa degli afllitti e degli oppressi, e
dà lietamente ,il sangue e la vita per essi.

A otto anni aveva già tratto dalle acque d'un fosso una lavandaia che annegava. A tredici anni salvava, gettandosi a nuoto, una barca di compagni prossimi a naufragare.
Non poteva veder soffrire né gli uomini né gli animali; e l'uomo strano
che nel bel mezzo d'una marcia contro il nemico s'arrestava ad ascoltare il canto d'un usignolo; che s'accendeva di sdegno tutte le volte che vedeva un soldato maltrattare senza ragione il proprio cavallo; era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e strappategli le ali, fu preso poi
da tanta pietà del povero animaluccio, e da tale rimorso della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.
Garibaldi giovane di Giuseppe Guerzoni
 

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