Combatté in quaranta combattimenti e ne vinse trentasette.
Quando non combattè, lavorò per vivere o si chiuse in un'isola solitaria a coltivare la terra.
Egli fu maestro, operaio, marinaio, negoziante, soldato, generale, dittatore.
Era grande, semplice, buono. Odiava tutti gli oppressori, amava tutti i popoli, proteggeva tutti i deboli, non aveva altra aspirazione che il bene,
rifiutava gli onori, disprezzava la morte, adorava l'Italia.
Quando gettava un grido di guerra, legioni di valorosi accorrevano a lui, da ogni parte: signori lasciavano i palazzi, operai le officine, giovanetti le scuole, per andare a combattere al sole della sua gloria. In guerra portava una camicia rossa.
Garibaldi e il canto dell'usignuolo
Una notte del 1859 Garibaldi, alla testa dei suoi Cacciatori delle Alpi, marciava tra i colli Lombardi, quando, ad un tratto, si fermò in ascolto.
Gli stavano di fronte dodicimila soldati austriaci, mentre egli non aveva che un migliaio di uomini.
Eppure ciò che lo aveva fermato in ascolto non era alcuna preoccupazione, né alcun allarme di guerra, era semplicemen te il canto di un usignuolo...
Il nemico s'appressa: i soldati chiamano il generale tre volte ed egli non li ode, tutto assorto nella dolce malia di quel canto che si leva dal fogliame, svanendo nelle ombre della notte.
E solo, quando i primi colpi della moschetteria nemica ebbero messo in fuga il gentile cantore notturno, egli si riscosse e tornò alla realtà.
Tale era l'anima di Garibaldi: una fierezza leonina e una sensibilità quasi femminea, un coraggio indomito e un senso di delicata pietà per i deboli.
Il Generale che si accendeva di sdegno se vedeva un soldato maltrattare un proprio cavallo, era quello stesso che, fanciullo, versava amarissime lacrime sopra un grillo a cui aveva strappato le ali in un momento di spensieratezza e che una notte, a Caprera, si leverà, già vecchio, per riportare in istalla
un agnellino che s'era sperduto lungo il pendio della montagna.
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